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SULL’ARTICOLO 18

foto da lastampa.it
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Tutti conoscono la celebre frase di Goebbels, ministro della propaganda nazista, che con cognizione di causa consigliava: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” A leggere le affermazioni del governo sull’articolo 18 sembra proprio che il consiglio sia stato tenuto a mente. Una delle maggiori caratteristiche del sistema capitalistico è quella di trovare di volta in volta dei simboli contro cui accanirsi per piegare la resistenza delle forze contrarie, attraverso campagne d’opinione che spingono ad assegnare a questi elementi un ruolo ben preciso, ripetendo di volta in volta un messaggio, che riesce a far breccia nella società. “L’articolo 18 limita gli investimenti in Italia” “l’articolo 18 non permette di licenziare” “L’articolo 18 toglie lavoro ai giovani”. Ma è davvero così? Proviamo a capire quale funzione ha realmente l’articolo 18 e cosa di quello che dice il governo proprio non torna.

Per partire ricordiamo che l’articolo 18 fa parte dello “Statuto dei lavoratori”, legge numero 300 del 20 maggio 1970, approvato sull’onda delle lotte operaie del secolo scorso , non senza pareri fortemente discordanti anche tra i lavoratori . Il Partito Comunista, ad esempio, pur apprezzando l’aumento delle tutele per i lavoratori  si astenne ritenendole non sufficienti, specie per i lavoratori delle piccole imprese. L’articolo 18 afferma che nel caso di licenziamento senza giusta causa accertato dal giudice, sussiste a carico dell’imprenditore l’obbligo di reintegro sul posto di lavoro. Si tratta di una tutela c.d. “reale”, contrapposta alla tutela c.d. “obbligatoria” prevista in altri casi. In poche parole, una volta accertato che un licenziamento è avvenuto arbitrariamente e quindi senza giusta causa, l’imprenditore non può cavarsela pagando solamente un risarcimento al lavoratore, ma deve riassumerlo, riassegnandogli una mansione non inferiore a quella svolta in precedenza. L’articolo 18 non si applica alle imprese con meno di 15 addetti; un referendum alcuni anni fa tentò di estendere la tutela a tutti i lavoratori ma non raggiunse il quorum. Procediamo allora alla valutazione delle affermazioni del governo alla stregua di quanto affermato fino ad ora.

L’argomento più utilizzato è che con l’articolo 18 in Italia è impossibile licenziare. Si tratta di un argomento falso. Solo in Lombardia nel 2011 sono stati licenziati 53.000 lavoratori, 185.000 dal 2008. Alcuni sono noti alle cronache, altri meno, ma raccontano di un’Italia in cui anche con l’articolo 18 si licenzia e come…Per valutare l’affermazione del governo bisogna tenere a mente che esistono licenziamenti individuali e licenziamenti collettivi. In Italia è quindi possibile licenziare un lavoratore individualmente purché sussista una giusta causa, ed è possibile licenziare più lavoratori per questioni legate all’impresa. La crisi economica, una situazione di crisi aziendale, di “ristrutturazione” come spesso viene definitiva, sono tutte cause che giustificano agli occhi della legge italiana il licenziamento dei lavoratori. L’articolo 18 in questo caso entra in gioco solo quando non siano state rispettate alcune formalità (ad esempio comunicazione per iscritto del licenziamento) o non sia stato rispettato l’ordine stabilito dalla legge o dagli accordi sindacali, che mira a proteggere le fasce protette (donne incinta, lavoratori con figli a carico ecc…) Nell’immaginario collettivo si fa passare l’idea che l’articolo 18 sarebbe un muro insormontabile per il licenziamento, ma purtroppo nella realtà dei fatti non è assolutamente così. L’articolo 18 impedisce nella stragrande maggioranza dei casi licenziamenti senza giusta causa di natura discriminatoria, disincentivando un comportamento sleale contro i lavoratori, proprio attraverso l’obbligo di reintegro. La cancellazione di quest’obbligo o la sua sostituzione con una valutazione da parte del giudice, renderebbero inesistente questa tutela. Va sempre ricordato che stiamo parlando di licenziamenti senza giusta causa, che non dovrebbero esistere per intenderci, e che si risolverebbero altrimenti con un semplice pagamento di qualche mese di stipendio, proprio come il governo vorrebbe fare.

Va poi ricordato che tutti i lavoratori impiegati in aziende che occupano meno di 15 dipendenti non godono di questa tutela. Aziende di questo tipo in Italia hanno un peso assai rilevante, in un paese in cui la piccola e media industria rappresenta(va) la spina dorsale dell’economia. In Italia, fonti ISTAT gli addetti dipendenti di imprese con meno di 15 dipendenti sono 4.108.086. La CGIA di Mestre ha condotto uno studio nel 2011 sul numero degli addetti delle imprese ed il risultato è stato che il 97,0% delle imprese italiane ha meno di 15 addetti. Aziende con più di cento addetti sono appena lo 0,3% del totale (10.726 su 5.275.515). in totale dunque il 34,5% dei lavoratori dipendenti italiani non è coperto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questo solo tra i lavoratori dipendenti.

C’è poi tutta la questione del precariato. Non è questa la sede per tracciare stime sull’incidenza dei contratti a termine, a progetto, delle varie forme di apprendistato e di tutte le tipologie contrattuale rientranti nella categoria della “flessibilità”, eufemismo per definire la precarietà. Ma è bene tenere a mente che contratti di questa natura altro non sono che una modalità in definitiva per aggirare le restrizioni sui licenziamenti. Perché licenziare quando è possibile a scadenza non rinnovare il contratto? La natura stessa del contratto rende l’articolo 18 applicabile per i lavoratori in questione solo nel caso di licenziamento avvenuto senza giusta causa all’interno del periodo previsto dal contratto di lavoro, ma ovviamente nulla può rispetto al rinnovo del contratto. Tornando alle stime citate in precedenza se ai lavoratori dipendenti si aggiungono gli autonomi, molti dei quali con la partita iva mascherano vere e proprie forme di lavoro subordinato, la percentuale cambia e appena il 45,5 % dei lavoratori totali è sotto la tutela dell’articolo 18.

Ma non abbiamo ancora verificato quanto l’articolo 18 pesa realmente e come sarebbe un disincentivo per le imprese ad investire in Italia. Gli ultimi dati disponibili per la valutazione dell’esito delle controversie di lavoro, nelle quali viene richiesto il reintegro sul posto di lavoro, sono del 2006 (fonte ISTAT).  Le cause pendenti, con riguardo all’articolo 18, erano appena 8.651 e le serie storiche documentano come nel 44% dei casi il provvedimento si chiuda con il rigetto della domanda, percentuale che sale al 63% in appello. Un dato esiguo se raffrontato ai numeri dei licenziamenti avvenuti in questi anni in Italia, ancora più esiguo se si guarda ai risultati effettivi e cioè alle sentenze dei tribunali che dispongono il reintegro.

Da questo breve quadro emerge come l’articolo 18 sia una piccola isola nel mare del lavoro, a cui vengono costantemente sottratti pezzi per precipitare in mare. La precarietà rappresenta proprio questo e per capire le ripercussioni su questo fenomeno basta incrociare i dati del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori precari rispetto alla media. I risultati non lasciano dubbi: maggiore è la condizione di precarietà più basso è il tasso di sindacalizzazione. La risposta comprende due ragioni. La prima è il fallimento di questi sindacati, in particolare nei confronti di nuove forme contrattuali, divenute vere e proprie forme di sfruttamento, alle quali cgil, cisl e uil hanno prestato il fianco. La seconda e più interessante ai fini della nostra analisi: un lavoratore sindacalizzato, che magari svolga all’interno del posto di lavoro attività sindacale ha molte meno possibilità di vedere rinnovato il suo contratto rispetto ai suoi colleghi. Cancellato l’articolo 18 anche l’ultima isola, quella dei lavoratori dipendenti a contratto a tempo indeterminato assunti in imprese con più di 15 addetti, sarà inghiottita dal mare. E i segnali già si vedono. La questione del licenziamento dei sindacalisti FIOM a Melfi, da parte della FIAT, non è che un assaggio di quello che vedremo in futuro.

Un ultima riflessione la merita l’argomentazione secondo cui l’articolo 18, come sinonimo di lavoro stabile, sarebbe un ostacolo all’occupazione dei giovani. Anche qui è il solito ragionamento trito e ritrito, che per anni è stato accompagnato alla creazione di forme contrattuali sempre più precarie, sostenendo che è meglio un contratto a termine che la disoccupazione. Ma questa spiegazione è vecchia ormai di venti anni e possiamo vedere i risultati di questa politica. In venti anni il tasso di precarizzazione del lavoro è aumentato a dismisura e con esso anche la disoccupazione, con la sola conseguenza che chi trova lavoro, sempre di meno, lo trova con meno tutele e diritti di chi lo ha preceduto. Questo è l’unico risultato tangibile di questi anni e a gioire non sono certo i lavoratori.

Ma allora a cosa serve realmente la battaglia intrapresa dal governo contro l’articolo 18? L’articolo 18 è un simbolo nell’immaginario collettivo, e per quella parte sempre minore di lavoratori che gode ancora di questa norma. L’articolo 18 è l’emblema, per alcuni versi eccessivamente enfatizzato,  della protezione del lavoratore dall’arbitrio del padrone ed in particolare della protezione reale accordata anche all’attività sindacale interna alle imprese. Quando il secondo governo Berlusconi tentò questa  mossa la CGIL portò in piazza tre milioni di lavoratori, riempiendo il Circo Massimo in una delle più grandi manifestazioni della storia italiana. Tanto tempo è passato da allora, e se è vero che la CGIL si oppose, contemporaneamente accettò con il pacchetto Treu, l’aggiramento di fatto dell’articolo 18 con l’introduzione della “flessibilità” nel nostro Paese. Ma è proprio quel simbolo che si vuole cancellare per piegare definitivamente la resistenza, anche psicologica, di tutti i lavoratori. Nessun altro governo potrebbe farlo: Monti si. Il centrosinistra vorrebbe, alcuni suoi noti esponenti non dicono altro da anni, ma alla fine risulterebbe un tradimento eccessivo, in definitiva non sostenibile.  Il centrodestra lo chiede da tempo, ma la resistenza del PD e della CGIL a quel punto assumerebbe i toni dello scontro politico e della finta dialettica destra-sinistra che abbiamo conosciuto in questi venti anni. Solo questo governo può assestare questo colpo e si appresta a farlo senza troppe giri di parole e tavoli di discussione, cosciente che il significato politico di una vittoria su questo fronte sarebbe un cedimento epocale. Che purtroppo già si preannuncia davanti ai nostri occhi.

La cancellazione dell’articolo 18, o il suo sostanziale svuotamento, avvantaggerà fortemente la grande impresa, imprimendo una nuova marcia alle relazioni di lavoro in fabbrica, dove gli operai saranno ben coscienti della fine di questa tutela. Le pressioni aziendali saranno ancora più forti e il ricatto del licenziamento sarà la misura quotidiana dello scontro di classe. La tendenza strutturale all’accumulazione del capitale in poche mani, in grandi concentrazioni monopolistiche avrà un elemento in meno di difficoltà sulla sua strada, schiacciando ulteriormente la piccola impresa, che a differenza di quanto si creda, da questa riforma ha tutto da perdere. Queste sono le reali cause della cancellazione dell’articolo 18: reprimere la resistenza dei lavoratori, avvantaggiare la grande impresa. Tutto il resto è propaganda della peggior specie. Proprio come la intendeva Goebbels.

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