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Sulla battaglia di Stalingrado

La battaglia di Stalingrado, e le menzogne sul fronte orientale.

Il 2 febbraio di quest’anno ricorrono i settant’anni dalla vittoria sovietica nella battaglia di Stalingrado, un anniversario che pochi ricorderanno, che non godrà di celebrazioni pubbliche ufficiali e che con tutta probabilità sarà l’occasione per rinfoltire le critiche sul “totalitarismo”, rovesciando completamente il senso storico che quella battaglia ebbe. Approfittando di questo anniversario vogliamo ricordare la portata della battaglia combattuta a Stalingrado e analizzare alcuni dei passaggi storici su cui il revisionismo moderno insiste per validare la tesi dello scontro tra “totalitarismi”, ponendo sullo stesso piano comunismo e nazi-fascismo. Ne approfitteremo per smentire una serie di ricostruzioni dei fatti, che mirano a questa equiparazione.

Quando l’esercito sovietico vinse a Stalingrado il 2 febbraio del 1943 l’Unione Sovietica era in guerra con la Germania nazista da ben un anno e mezzo, da quando nel giugno del 1941 era partita l’operazione Barbarossa con cui Hitler aveva dato inizio all’invasione dell’URSS. Gli eserciti alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna, sebbene in guerra contro le potenze dell’asse, non avevano ancora intrapreso lo scontro diretto sul continente con lo sbarco in Normandia, che avverrà solo un anno e mezzo dopo, nel giugno del 1944. Non erano ancora sbarcati neanche in Sicilia, cosa che avverrà solo il 9 luglio dello stesso anno, ben cinque mesi dopo la vittoria a Stalingrado. L’Unione Sovietica vinse lo scontro decisivo con l’esercito tedesco prima ancora che si aprisse il famoso “secondo fronte” in Europa, quando la Germania era proiettata con tutte le sue forze nella guerra ad est. Il secondo fronte Stalin lo aveva chiesto da tempo, ma arriverà solo con lo sbarco in Sicilia, con le proteste sovietiche che chiedevano un intervento diretto contro la Germania. L’intervento diretto delle potenze occidentali avvenne quando la via per Berlino era ormai spianata ed il rapporto delle forze sovietiche rispetto a quelle tedesche era di dieci ad uno per i carri armati. Insomma il primo mito da sfatare è che le sorti della guerra si volsero con l’apertura del fronte occidentale di guerra che costrinse la Germania ad una guerra su due fronti. Questo certamente accelerò la caduta di Hitler, ma l’intervento diretto occidentale avvenne solo quando le sorti della guerra erano segnate, e spesso in funzione preparatoria alla successiva guerra tra blocchi.

La condotta sovietica prima e durante lo scoppio della guerra.

L’Unione Sovietica fu attaccata dalla Germania nazista il 22 giugno del 1941 all’inizio dell’estate, secondo quella che doveva essere una la strategia di guerra lampo che avrebbe portato alla caduta del governo comunista, auspicata anche da qualche detrattore rifugiato in altre parti del mondo. Ma prima di rivolgerci all’attacco tedesco è bene chiarire la posizione dell’URSS e dell’internazionale comunista sulla guerra che di li a poco sarebbe esplosa. La paura principale della dirigenza sovietica era la creazione di un blocco unitario di paesi capitalistici coalizzati contro l’Unione Sovietica, o ancora la spinta che proveniva da diversi settori della borghesia affinché la Germania nazista concentrasse verso l’Unione Sovietica le sue mire. A titolo esemplificativo basterà citare alcune posizioni di due “addetti ai lavori”. Nel suo diario il ministro degli interni statunitense Harold Ickes scrive: “ La Gran Bretagna sarebbe potuta giungere già da tempo ad un accordo con l’Unione Sovietica ma si è cullata nella speranza di spingere la Russia e la Germania l’una contro l’altra.“ Nei colloqui con l’ambasciatore polacco negli USA Potocki con William Bullit, ambasciatore statunitense a Parigi. Quest’ultimo, nel 1938, aveva previsto con assoluta precisione quanto sarebbe accaduto successivamente. “Il desiderio degli stati democratici – affermò – sarebbe che lì in oriente si arrivasse ad uno scontro tra il Reich tedesco e la Russia” L’intervento occidentale a suo parere sarebbe avvenuto solo nel caso in cui la Germania fosse stata indebolita da una lunga guerra di logoramento con l’Unione Sovietica.

Queste preoccupazioni erano ben diffuse nella dirigenza comunista. Al VII congresso dell’internazionale Togliatti ammoniva contro “il sostegno garantito dalle cerchie più reazionarie della borghesia inglese” che a suo giusto parere non rappresentavano altro che “l’appoggio più o meno diretto ai preparativi bellici contro l’Unione Sovietica”. Il XVII congresso del PCUS criticò la politica di non intervento in relazione all’invasione della Cecoslovacchia come “favore reso all’aggressore” in cui era chiaro il tentativo di lasciare mano libera all’espansione ad est della Germania. Sempre allo stesso congresso fu lanciato un appello alla pace mondiale e all’unità di quei paesi che “ per un motivo o per l’altro non sono interessati alla violazione della pace”. Ma nessuna risposta arrivò.

Il patto di non aggressione tra Germania e URSS e con esso il patto che viene comunemente definito di “spartizione della Polonia” maturò nel momento di maggiore isolamento dell’Unione Sovietica, come presa di tempo indispensabile per poter reggere l’attacco nazista. Fu solo il patto Ribentrop- Molotov che costrinse le potenze occidentali a non restare a guardare lo spettacolo della distruzione dell’URSS. Con la delimitazione delle aree di occupazione in Polonia l’URSS rientrò in possesso dei territori persi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, guadagnando chilometri preziosi per la sua difesa. I dirigenti sovietici sapevano bene che in assenza di intervento da parte delle potenze occidentali la Germania sarebbe arrivata con facilità a lambire direttamente il confine con i territori sovietici. Proprio per manifestare questa volontà difensiva l’Unione Sovietica aspettò fino all’ultimo prima di prendere possesso dei territori che le spettavano in virtù del trattato, nonostante le numerose sollecitazioni ricevute dalla cancelleria e dal ministero degli esteri tedesco che avrebbero voluto un attacco coordinato. Stalin rifiutò seccamente queste pretese che avrebbero dato l’idea sbagliata di un’operazione congiunta tra Germania ed URSS e le operazioni militari sovietiche iniziarono solo quando fu chiaro che lo stato polacco si era disgregato sotto l’attacco nazista.

Un’altra diffusa menzogna, legata al falso rapporto di Krusciov presentato al XX congresso è quella che riguarda il ruolo di Stalin nei giorni precedenti l’attacco tedesco all’URSS e nei giorni immediatamente successivi. Quello che l’Unione Sovietica cercò di evitare fino alla fine era fornire alla Germania il pretesto per un attacco, adducendo la violazione del trattato di non aggressione. la dirigenza sovietica sapeva bene che lo scontro con la Germania sarebbe prima o poi esploso ma si tentò di rimandare il più possibile quella situazione, per consentire la riorganizzazione dell’Armata Rossa e in generale la preparazione dello Stato Sovietico ad una guerra distruttiva. L’idea che viene trasmessa oggi delle affinità tra Hitler e Stalin, di Stalin che non voleva credere di “essere stato tradito dall’amico Hitler” sono affermazioni totalmente prive di fondamento

Così come sono prive di fondamento le accuse sulla mancanza di una adeguata risposta nei primi giorni del conflitto. In primo luogo è nota la volontà sovietica di non offrire alcun pretesto con movimenti di truppe al fronte che dimostrassero la minima intenzione offensiva nei confronti della Germania. Questo perché doveva essere chiaro che lo stato aggressore era la Germania nazista e non l’Unione Sovietica e nessuno pretesto doveva essere fornito ad Hitler per poter rompere il patto di non belligeranza adducendo un comportamento sovietico che manifestasse intenzioni contrarie alla pace. In secondo luogo la strategia militare sovietica non avrebbe mai potuto puntare sul dispiegamento massiccio di forze militari lungo la linea del fronte. La dirigenza sovietica ben conosceva la superiorità delle forze tedesche rispetto a quelle sovietiche, in termini di armamenti e tecnologia, in una guerra sempre più industriale. Sfruttando le caratteristiche del territorio dell’URSS e puntando a prendere tempo per consentire la riorganizzazione dell’esercito e il giusto approvvigionamento di armamenti alle truppe, si decise una tattica di dispiegamento di unità mobili che avrebbe fatto avanzare, rallentando l’avanzata il più possibile, l’esercito tedesco per poi contrattaccare. Se, come alcuni detrattori chiedono, l’Unione Sovietica avesse schierato tutto il suo esercito al confine oggi a Mosca – e non solo  –  si parlerebbe tedesco.

L’inizio della battaglia di Stalingrado

L’operazione Barbarossa (nome della campagna tedesca in Russia) comprendeva tre principali direttrici di azione. La prima a nord verso Leningrado, la seconda al centro che avrebbe dovuto mirare a Mosca, la terza si sarebbe dovuta dirigere a sud verso il Don ed il Volga, in direzione del Caucaso. La città di Stalingrado si trovò nel mezzo di quest’ultima direttrice di attacco, che procedeva con forza verso un duplice scopo: il primo di natura economica, relativa alla tenuta stessa dell’intera campagna di Russia e della potenza industriale tedesca, la seconda di natura ideologica. L’accesso al Caucaso, che Stalingrado strategicamente fermava, era l’accesso alle risorse petrolifere della regione, che avrebbero consentito il rifornimento energetico per il Reich impegnato in uno sforzo industriale notevole per sostenere l’enorme apparato bellico necessario alla guerra. La seconda ragione ideologica era piegare il nemico nella città che portava il nome di Stalin. Se Stalingrado fosse caduta il raggiungimento di questi due obiettivi avrebbe modificato il corso della storia in maniera rilevante. Ma le cose non andarono come Hitler si aspettava.

La testimonianza dell’interesse tedesco per il petrolio caucasico è data dalla direttiva di Hitler num. 41 dell’aprile del 1942. Si legge nel testo: “Tutte le forze disponibili dovranno essere concentrate nelle operazioni nel settore sud, con l’obiettivo di distruggere le forze nemiche prima del Don, al fine di assicurare il controllo delle risorse petrolifere del Caucaso e i passaggi attraverso le montagne caucasiche.”. Il 17 luglio del 1942 la 6° armata tedesca comandata dal generale Von Paulus. Fu in questa occasione che Stalin, pochi giorni dopo, pronunciò la celebra frase «Non più un passo indietro» ben conoscendo l’importanza strategica della città, nonché l’impatto morale che la presa di Stalingrado avrebbe comportato.

La superiorità delle forse tedesche in campo aperto fu chiamata a confrontarsi con una battaglia che fu combattuta casa per casa. A difendere la città di Stalingrado era stato preposto il generale  Vasilij Čujkov a comando della 62° armata sovietica. L’attacco tedesco fu continuo e prolungato per mesi, ma non riuscì mai a piegare definitivamente la resistenza sovietica nella città, che mantenne sempre una presenza stabile e cosa ancora più importante per le sorti successive della guerra non riuscì mai ad interrompere i collegamenti tra la maggior parte delle armate di Čujkov con il resto dell’esercito sovietico. La riva orientale del Volga infatti restò sempre saldamente in mano sovietica, consentendo l’inizio del contrattacco.

L’assedio di Stalingrado era stato realizzato attraverso lo stanziamento di truppe corazzate intorno alla città, con la presenza di divisioni corazzate tedesche, italiane, rumene ed ungheresi, a pochi chilometri dalla città. Questo assedio assicurava l’impossibilità di rifornire le truppe sovietiche se non attraverso il confine est con il volga. Con questa relativa sicurezza per le armate tedesche proseguirono per tutta l’estate e l’autunno attacchi contro la resistenza sovietica nella città, ed in particolare verso la parte nord dove erano concentrate le fabbriche della città. L’ordine impartito a Čujkov era resistere all’intero della città e mantenere il nemico impegnato il più possibile per ottenere il tempo necessario alla riorganizzazione delle armate sovietiche. Nonostante Hitler nel novembre del 1942 avesse proclamato la vittoria nazista sulla città di Stalingrado, i tedeschi non riuscirono mai a piegare questa resistenza, che impedì l’avanzamento ad est del Volga.

La controffensiva sovietica, la sacca di Stalingrado.  

Entrando a Stalingrado e cingendo in assedio il fronte occidentale della città le truppe tedesche erano entrate in profondità maggiore rispetto alla linea generale su cui era assestata il grosso dell’armata.  Questo lasciava esposto un fronte maggiore al contrattacco sovietico. Fu proprio sulla base di questo particolare tattico che nella famosa riunione a Mosca il 13 settembre del 1942, Stalin, Zukov e Vasilevskij misero a punto il progetto del contrattacco: l’operazione “Urano”.

La resistenza di Stalingrado, unita a quella di Leningrado e della difesa di Mosca aveva comportato l’arresto delle armate tedesche, consentendo quella riorganizzazione di cui necessitava l’esercito sovietico. Lo sforzo sovietico fu qualcosa di eccezionale se si pensa che la stragrande maggioranza delle industrie furono spostate oltre la linea degli Urali per non essere lasciate in mano nemica. Fu questo a consentire la produzione del carro armato T-34, che schiacciò con netta superiorità i mezzi tedeschi. Nell’inverno del 1942 tutto questo portava l’URSS a poter lanciare il contrattacco.

Tra il 19 ed il 23 novembre del 1942 il volto della battaglia cambiò radicalmente. Le truppe al comando diretto del maresciallo Zukov avevano l’ordine di attaccare le divisioni corazzate che cingevano d’assedio Stalingrado, intervenendo con particolare forza sui reparti più deboli. La prima a cadere fu la terza armata rumena posta sul fianco nord orientale, seguita dalle armate tedesche. Quando le armate sovietiche che avevano scatenato l’attacco dalle direttrici nord e sud si congiunsero nei pressi di Kalach fu chiaro quello che era avvenuto. In quattro giorni le armate tedesche erano state accerchiate da sei armate sovietiche, che avevano rinchiuso dentro la sacca di Stalingrado circa 250.000 soldati nemici, ribaltando le sorti della guerra.

L’ordine impartito da Hitler fu di continuare a combattere e non abbandonare Stalingrado, promettendo l’arrivo di truppe per liberare la sacca. Con l’operazione “Tempesta Invernale” le truppe dell’asse – in realtà poche e male equipaggiate rispetto a quelle sovietiche – tentarono di contro accerchiare la linea sovietica. Con il fallimento dell’attacco fallì anche la speranza di rompere le linee sovietiche che cingevano in assedio le truppe tedesche. La risposta sovietica a regolare i conti fu l’operazione “Piccolo Saturno”, che travolse l’ottava armata italiana e spinse la prima e la quarta divisione panzer tedesche a ripiegare a sud ovest verso il Caucaso in direzione della Crimea a circa 400 km dalla linea di Stalingrado. Paulus ricevette l’ordine di resistere, ma il destino tedesco a Stalingrado era segnato.

Con il confine della guerra spostato ormai di diversi chilometri ad ovest le sei armate sovietiche che cingevano le truppe tedesche a Stalingrado ebbero ordine di attaccare nel gennaio 1943 con l’operazione “Anello” concentrandosi contro le truppe dell’asse in un attacco da ovest, coordinamento con l’attacco da est della sesta armata. Paulus si arrese alle truppe sovietiche e Stalingrado fu liberata. L’offensiva sovietica si diresse allora con tutta la sua forza verso le linee tedesche e nel luglio del 1943 con la vittoria della battaglia di Kursk, fu chiaro che l’avanzata sovietica si sarebbe arrestata solo a Berlino.

 

Il significato della battaglia di Stalingrado

Con questa breve esposizione sui fatti che portarono alla guerra e con quanto accadde speriamo di aver contribuito a fare un’operazione di controinformazione storica su quanto accadde realmente sul confine orientale. Oggi si tende a ridimensionare l’impatto della vittoria sovietica e del ruolo che l’URSS ebbero nella vittoria contro il nazifascismo. L’Unione Sovietica vinse praticamente da sola gli scontri fondamentali con la Germania, e nessun revisionismo può oscurare questa verità. Stalin ebbe l’onore della copertina del Times nel 1942, definito “uomo dell’anno” in virtù dei meriti sul fronte orientale, meriti incontrovertibili che furono riconosciuti anche ad occidente. Con la vittoria sovietica a Stalingrado per la prima volta fu dimostrato che i nazisti potevano essere sconfitti. L’eco luminosa di Stalingrado di diffuse in tutti i territori occupati, con un sentimento di vittoria che trascinò tutti gli antifascisti ad un’azione più incisiva. Vincere era possibile. Chi attacca questa memoria attacca le conquiste dell’antifascismo, della libertà.

Una vittoria come quella di Stalingrado non sarebbe stata possibile senza una condotta politica e militare come quella che fu adottata. Non sarebbe stata possibile senza il patto di non aggressione, senza la conquista di territori che furono vitali per arrestare l’avanzata nazista che arrivò a 40 km da Mosca. Quel guadagnare tempo costò in termini di vite, di risorse, di uomini, ma la guerra si vince anche con questo, e la responsabilità storica di quelle morti non può essere additata a chi fu attaccato, ma a chi decise di trasformare l’Europa in un immenso campo da guerra. Ogni tentativo contrario, che mira a mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo, Hitler e Stalin ha una precisa ragione ideologica nella situazione attuale.

A chi critica con questo fine e con altri quanto accadde sul fronte orientale vogliamo dedicare questa affermazione di Zukov, il comandante sovietico che, dopo aver liberato Stalingrado, vinto a Kursk, entrò a Berlino facendo capitolare Hitler. « Quando volgo indietro lo sguardo, mi permetto di dire che nessun’altra direzione politico-militare di qualsiasi paese avrebbe retto a simili prove, né avrebbe trovato una via di uscita dalla situazione eccezionalmente grave che si era creata ».

 

 

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