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Gino Donè, una vita per la Rivoluzione

* di Edoardo Genovese

Essere rivoluzionari è una qualità che non si perde nel corso della vita. Possono passare gli anni, ma se sei stato un rivoluzionario lo sarai sempre. E Gino Doné, all’anagrafe cubana Gino Doné Paro1, fu un autentico rivoluzionario, il cui ardore non cessò al termine della guerra di liberazione partigiana.

Nato a San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso, il 18 maggio 1924, aderì fin da giovanissimo agli ideali della resistenza. Alla firma dell’armistizio di Cassibile del settembre 1943, denominato anche “armistizio breve”, Gino Doné si trovava a Pola, in Croazia, presso la scuola militare. Firmato il documento da parte delle autorità italiane, tornò in Italia e partecipò attivamente alla Resistenza nei pressi di Venezia insieme alle truppe alleate, tanto da ricevere un encomio dal generale britannico Harold Alexander. Alla fine della guerra emigrò a Cuba, passando dal Canada.  Nel 1951 lavorò a Cuba come carpentiere nella Plaza Civica, oggi ribattezzata Plaza de la Revolución e, l’anno seguente, iniziò una relazione con Olga Norma Turino Guerra, una giovane rivoluzionaria cubana di Trinidad, di famiglia benestante, che inserì Gino Doné nel movimento rivoluzionario cubano. Olga infatti era molto amica di Aleida March, di Santa Clara, che fu la moglie di Ernesto Che Guevara. E infatti, due anni dopo, nel 1954, entrò a far parte del movimento del 26 luglio (M-26-7), di cui ne divenne tesoriere. Il primo incarico da tesoriere gli fu affidato da Faustino Perez, che lo inviò in Messico per portare a Fidel Castro i soldi necessari per l’acquisto del battello Granma.

La sua esperienza da partigiano fu fondamentale negli addestramenti militari, e fu sempre tenuto in grande considerazione dal Che e dai fratelli Castro. Il 25 novembre 1956, dal porto messicano di Tuxpan, salpa insieme agli altri 82 patrioti sul battello Granma, alla volta di Cuba, con il grado di tenente del Terzo Plotone comandato dal Capitano Raúl. Di questi 82 rivoluzionari, solo 4 non erano cubani: il Che, argentino, Alfonso, un messicano; Ramon, domenicano e Gino Doné, soprannominato El italiano. Dopo lo sbarco e il massacro dei patrioti cubani da parte delle forze repressive inviate dal regime di Batista, Gino Doné fu inviato all’estero per addestrare militarmente le reclute che volevano andare a combattere per la liberazione di Cuba. In un’intervista del 2006 Gino Doné racconta che «dal Desembarco in poi, noi superstiti abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era bisogno di addestramenti, collegamenti, informazioni, notizie, soldi, armi, e di molte altre cose ancora. Così, chi con armi e che senza armi ha fatto quello che doveva fare. E così anch’io2».

Nell’archivio storico delle FAR, le Forze Armate Rivoluzionarie, è presente un dossier su Gino Doné, l’unico europeo che prese parte alla Rivoluzione.

Al termine della Rivoluzione Cubana, Gino Doné non ricercò incarichi di prestigio o popolarità. Con la modestia e la discrezione, caratteri che lo contraddistinsero sempre emigrò in Florida e, dal 2003, tornò in Italia, a San Donà vicino Venezia. Di questo suo carattere, di questa sua integrità morale, abbiamo la testimonianza del Comandante Jesús Montané Oropésa, moncadista-granmista da sempre al fianco di Fidel, che asserì che «Gino era il più adulto, il più serio, il più disciplinato; e dopo la nostra vittoria non ha mai cercato privilegi; ogni tanto ci telefoniamo3».

Il 1° Maggio 2004 tornò a Cuba e incontrò il suo amico granmista Arsenio García Davila, con il quale ha sfilato nell’immensa manifestazione, gioiosa, in occasione della Festa dei Lavoratori. In questo suo ritorno a Cuba, che non è l’ultimo, vennero entrambi decorati ufficialmente dal governo per ciò che fecero durante la Rivoluzione e per l’amor di patria e la fedeltà che in tutti questi anni misero al servizio del governo cubano.

Gino Doné è tornato a Cuba, definitivamente. Dopo essere stato acclamato al suo ritorno in Italia nel 2003 dai circoli ANPI e dalla Fondazione Ernesto Guevara, e anche ovviamente dai vari circoli dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba, Gino Doné ha intrapreso l’ultimo viaggio, verso quella perla caraibica che tanto, nella vita, gli ha dato. Il 22 marzo 2008 il suo cuore cessò di battere, nella casa di cura dove viveva: in una stanza, quattro ghirlande di fiori, inviate da Fidel,  Raúl, gli spedizionisti del Granma e dall’Ambasciata di Cuba in Italia vollero ricordare ancora una volta l’affetto provato nei confronti di Gino. E Doné ha ricambiato: le sue ceneri sono state riportate a Cuba per essere ricongiunte agli altri granmisti, agli altri compagni di lotta che prima di lui persero la vita.

«Ci sono degli ardimentosi che sposano la causa dell’ingiustizia contro i popoli e della liberatà, che hanno uno spirito internazionalista e che come il Che e anche Gino Doné – che in Italia aveva fatto la lotta di liberazione dal fascismo, – combattono dovunque ci sia un popolo da liberare4». E questo saluto di commiato riesce a riassumere perfettamente la vita, la morale e lo spirito di Gino Doné: lo spirito e la morale di un autentico rivoluzionario di professione.

 


1    All’anagrafe venne verbalizzato come Gino Doné Paro dato che, nei paesi ispanofoni viene riportato sia il cognome materno che quello paterno.

2    Un italiano per Cuba, El Moncada, Anno XVI n°3, maggio 2008, pag. 15

3    Ibidem

4    Gino Doné torna a Cuba, El Moncada, Anno XVIII n°3/4, luglio 2010, pag. 23

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