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Conflitto generazionale o lotta di classe?

Alessandro Fiorucci

Di fronte alla crisi strutturale del capitalismo, sono state formulate numerose ed “originali” interpretazioni, tese a fornire una “spiegazione” dei problemi attuali e ad indicare anche una soluzione. Fra di esse lo “scontro fra generazioni” ha via via assunto un ruolo di primo piano all’interno dei dibattiti sulla realtà economico-sociale italiana.

Questa ipotesi è legata in modo particolare al mondo del lavoro ed al fenomeno della disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione fra i giovani (ovvero individui dai 15 ai 24 anni) è in costante crescita, sfiora il 44% (dati ISTAT agosto 2014), e raggiunge cifre esorbitanti nell’Italia meridionale e per le donne. Il posto fisso è un’illusione, ed il futuro lavorativo è di precarietà pura, senza garanzie e diritti. Ai lavoratori in età avanzata (oltre i 45/50 anni) viene attribuita la “colpa” di godere di più garanzie; è un dato di fatto che fino ad alcuni decenni fa le condizioni di lavoro, grazie soprattutto alle conquiste sociali del dopoguerra, fossero in generale più favorevoli e stabili (in seguito furono introdotte le decine di forme di lavoro precario e lo scenario iniziò a mutare…). Vero è altresì che queste garanzie vengono giorno per giorno sgretolate dai padroni e dai governi (di centro-destra e centro-sinistra).

E’ errato credere che il fenomeno della disoccupazione colpisca solamente la gioventù, e i dati possono aiutare a comprendere meglio. Circa la metà dei disoccupati in aumento é costituita da uomini e da donne che hanno superato i 35 anni di età ed Il tasso di disoccupazione ad oggi é al 12.3% . Vediamo dunque come la riduzione di posti di lavoro colpisca una fascia trasversale di popolazione, senza particolari distinzioni di età. I grandi gruppi monopolistici e in generale le grandi imprese, preferiscono in nome della competitività nei mercati, trasferire la produzione in paesi in cui il costo del lavoro sia inferiore, negando da un giorno all’altro il lavoro a migliaia di operai. Si va ad ingrossare quell’ “esercito industriale di riserva”, disposto ad accettare contratti con salari bassissimi ed a rinunciare ai propri diritti pur di lavorare, al cui interno viene inoltre fomentato l’odio e la divisione tra lavoratori del nord e sud Italia, tra lavoratori comunitari ed extra comunitari. A tutto vantaggio della borghesia nazionale che, a dispetto della crisi che stanno pagando la classe lavoratrice e gli strati popolari, continua a fare profitti importanti.

La polemica coinvolge inoltre il sistema pensionistico, o meglio attacca i lavoratori in pensione. L’attuale metodo contributivo prevede che i lavoratori “di oggi” garantiscano la pensione a quelli “di ieri”, versando i contributi. Il problema risiede nel fatto che difficilmente le giovani generazioni riusciranno a versare abbastanza contributi per sostenere le pensioni della generazione che si appresta a terminare i propri anni di lavoro. Lavoro nero, contratti senza tutele, garanzie, tirocini e stage (gratuiti), volontariato (forzato): la responsabilità della situazione che si è creata ricade sui giovani lavoratori? Oppure gli operai e i lavoratori in pensione sarebbero colpevoli del solo fatto di essere ancora in vita? E’ evidente quanto sia sterile la polemica di questi mistificatori della realtà.

Secondo i “teorici” dello scontro fra generazioni, la lotta di classe avrebbe terminato il proprio corso storico, e i soggetti in conflitto sarebbero ora giovani e vecchi. Lo stato attuale del conflitto di classe è sicuramente diverso da alcuni decenni fa: in primo luogo perché è venuto meno il Partito comunista, avanguardia politica organizzata dei lavoratori italiani e delle masse popolari. In secondo luogo le classi non sono più così nettamente definitive, perché le nuove categorie di “lavoro” hanno confuso la situazione: “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, dunque i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali”, diceva Marx nel Manifesto. Tanto che, in questo momento, possiamo dire che la lotta la stanno conducendo soprattutto i padroni. Il progressivo arretramento del movimento operaio e comunista in Europa e nel mondo in corso da trent’anni a questa parte, con le derive riformiste e opportuniste, ha contribuito alla creazione di una situazione così vantaggiosa per gli sfruttatori che essi ne stanno prontamente approfittando: se soltanto una decina di anni fa milioni e milioni di persone manifestarono in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori attaccato dal governo Berlusconi (centrodestra) oggi quello Renzi finirà quello che era stato messo in programma senza nessuna, con tutta probabilità, mobilitazione di massa da parte dei lavoratori e della CGIL  . Possiamo quindi concludere che la lotta di classe, vera e propria “forza motrice della storia“, citando Marx, non ha affatto cessato di esistere: sarà il caso di ricordarlo e di rendersene conto il prima possibile.

I giovani infine non sono una classe. Vi sono giovani che non troveranno lavoro, o che lavoreranno con stipendi da fame, e ve ne sono altri. I figli della famiglia Agnelli, Berlusconi, Riva, Ansaldo faranno carriera imprenditoriale, siederanno nei Consigli di Amministrazione di grandi gruppi industriali o bancari o, perché no, in una bella poltrona in Parlamento.
Non è una questione anagrafica a stabilire la divisione in classi, ma i rapporti di produzione. Il figlio dell’operaio, dell’impiegato, del precario e del disoccupato potrà “decidere” se lavorare come schiavo o fare il disoccupato. Il numero di giovani oppressi e sfruttati poi aumenta esponenzialmente, poiché comprende anche i figli di quel ceto medio che si è “proletarizzato”, e che ora sente a tutti gli effetti il peso delle catene del capitale. Possiamo concludere dunque che si acuiscono le differenze sociali, e che la società  va via via sempre più scindendosi in due campi avversi, borghesia e proletariato, quella polarizzazione inevitabile teorizzata da Marx e tanto sbeffeggiata dai tanti soloni borghesi. Non osservare a fondo la realtà ed i rapporti sociali è da ingenui, ma negare consapevolmente la verità dei fatti è azione ben diversa, che comporta intenzioni e responsabilità precise. Una consistente schiera di giornalisti borghesi (basta fare una veloce ricerca su internet, trovandone traccia su tutti i più importanti quotidiani nazionali) e di politici sostiene l’esistenza di questo scontro fra generazioni, e ad esso attribuisce un ruolo fondamentale ed unico. La funzione di allontanare le masse popolari dalla lotta di classe, confondendo le acque e istigando i lavoratori e i disoccupati a combattere fra loro. Da questa guerra fra poveri gli unici ad uscire vittoriosi saranno soltanto i padroni, un gioco vecchio ma che purtroppo continua a funzionare.

E’ necessario che gli sfruttati di tutte le età, si uniscano nella lotta per spezzare le proprie catene. Ricostituire l’unità di classe ed assumere una prospettiva rivoluzionaria è una prerogativa imprescindibile per il cambiamento dello stato di cose presente e costruire una società nuova, di pace, giustizia e lavoro: studenti, lavoratori, senza distinzione di sesso, età o provenienza geografica, la Storia sta chiamando. Dobbiamo tutti insieme, rispondere: presente!

 

 

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