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Marlane, la giustizia non è uguale per tutti

* di Pierpaolo Mosaico

Oggi si conclude un capitolo della storia del movimento operaio calabrese e in generale di quello italiano, durato vent’anni e terminato con centosette operai morti e nessun colpevole. Questa è stata la decisione del Tribunale di Paola che ha assolto gli undici imputati del Processo Marlane accusati di omicidio colposo, lesioni gravissime, omissione dolosa di cautele sul lavoro e disastro ambientale.

Soprannominata la “Fabbrica dei Veleni, la Marlane era una fabbrica tessile situata a Praia a Mare, in provincia di Cosenza, fiore all’occhiello della manifattura italiana, facente parte del Gruppo Marzotto Spa (società non nuova a vicende di questo genere) che destinava i suoi prodotti allo Stato e all’Esercito Italiano. Dall’amianto sprigionato dai freni della macchine ai prodotti chimici altamente tossici usati nella lavorazione dei tessuti (coloranti azoici e acidi di ogni genere), la fabbrica provocò per oltre quindici anni tumori e altre malattie che portarono inevitabilmente alla morte degli operai che vi lavoravano. Dal reparto tintoria usciva così tanto fumo da essere scherzosamente paragonato alla “nebbia in Val Padana”. Gli operai erano coscienti della loro condizione di salute perennemente a rischio, ma la realtà di un lavoro stabile in una terra, ancora oggi, poverissima unita alla corruzione dei sindacati ufficiali che difendevano la dirigenza, fece da barriera contro possibili proteste.

La loro vita, insieme a quella della loro famiglia, era condizionata dal tipo lavoro. Quando rincasavano, infatti, si spogliavano della loro tuta, impregnata di polveri di amianto e vapori acidi, fuori dalle proprie abitazioni per evitare di inquinare anche i luoghi domestici. Varie testimonianze degli operai attestano che l’adesivo sui bidoni che simboleggia un prodotto pericoloso veniva staccato e chi il sabato restava a lavorare per gli straordinari era anche incaricato di interrare i rifiuti. Tutto questo avveniva sotto la completa consapevolezza e ordine della dirigenza Marzotto che per lavarsi le mani e scaricarsi di ogni responsabilità faceva bere agli operai un litro di latte al giorno o li licenziava prima di morire, già morti o subito dopo (sono capitate anche scene dove i dirigenti portavano direttamente in ospedale le lettere di licenziamento o prepensionamento).

Il Processo Marlane si aggiunge a tutti gli altri che dimostrano palesemente come nel capitalismo la ricerca sfrenata del profitto non è assolutamente conciliabile con gli interessi dei lavoratori e della popolazione intera. Si può senza nessun problema uccidere, arricchirsi, venire assolti perché “il fatto non sussiste”, delocalizzare e iniziare di nuovo il ciclo. Questa constatazione è molto importante perché rigetta l’idea di indicare come colpevoli solo delle singole persone, senza tenere conto del fatto che è il sistema capitalista ha determinare alcune leggi che non tengono conto dei diritti di chi lavora perché questi non generano profitto, al contrario dello sfruttamento, e se il capitalista vuole essere competitivo nel mercato deve rispettarle.

È importante anche capire che industria è sinonimo di inquinamento solo nel capitalismo e che il rapporto lavoro-ambiente può essere risolto nel socialismo con un’economia pianificata, diretta ai bisogni della gente e gestita dai lavoratori (Cuba e Corea del Nord sono indiscutibilmente paesi con il minor tasso di inquinamento).

Questa sentenza potrà essere valida per il Tribunale di Paola, per il Conte Pietro Marzotto, padrone della Marlane (che ha spostato la produzione in Repubblica Ceca), avanguardia del capitalismo italiano e membro di Confindustria, che nel frattempo è diventato anche Cavaliere del Lavoro, e per i suoi. Non lo sarà per noi, per i lavoratori che fanno giustizia scrivendo la storia con le loro lotte.

 

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