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La grande abbuffata

* di Chiara Maistrelli

Mancano ormai una manciata di giorni e si darà inizio al banchetto di Expo2015. Gli occhi di tutti sono puntati in sala, dove i commensali sono in trepida attesa e la tensione è palpabile. Ai tavoli possiamo scorgere persone e personaggi delle più svariate tipologie: si spazia dagli ottimisti, da quelli che si gonfiano il petto affermando quanto questa sia una grande occasione, ai sindacati camaleontici, ai lavoratori sottopagati, ai volontari e a chi aspetta che sia tutto pronto per trovare conferma a ciò che si denuncia da anni. Come in ogni programma di cucina che si rispetti un tavolo è riservato ai critici, noi, che prima di prendere a nostra volta parte a questo banchetto vogliamo capire quali sono le portate che Expo ha in serbo per noi e decidere a fianco di chi sederci.

 Al primo tavolo troviamo gli ottimisti, coloro che si riempiono la bocca delle belle parole e degli slogan lanciati dall’evento, in primis del tema su cui è basato, un controsenso unico. Ora, andiamo oltre alla prima contraddizione evidente, cioè che l’evento si chiami “Nutrire il pianeta” quando quasi un miliardo di persone ogni giorno soffre la fame e guardiamo nel dettaglio: Expo si presenta come l’esposizione dell’agricoltura, dell’alimentazione sana e sostenibile e per promuovere l’eccellenza italiana si mette in campo una società come Eataly, che esaspera la precarietà e sfrutta i suoi dipendenti, non suggerendo nessuna alternativa per permettere a questo settore di migliorarsi e riemergere come uno dei cardini della nostra economia ( e cultura ). Lo sfruttamento e la precarietà non nutrono il pianeta ma solo le tasche dei padroni.  Gli ottimisti mettono tutto questo in un angolo al solo sentire che questo sarà “Il vero social network dell’anno”, che chi se ne frega se i lavoratori non verranno pagati, la loro sarà una “grande esperienza soprattutto umana”, volete mettere a confronto di uno stipendio?

Costoro sono gli stessi che sbandieravano uno studio pubblicato nel 2013 che pronosticava, con l’avvicinarsi dell’esposizione, la creazione di 200mila posti di lavoro, 20 milioni di turisti e benefici per 10 anni. Tralasciando gli ultimi due dati, che avremo modo di verificare durante e dopo l’evento, concentriamoci sul lavoro,  passando cioè ad un’altra grande tavolata della sala.

 Nell’estate di quello stesso anno viene stipulato un accordo che vede protagonisti il comune di Milano, Expo S.p.A. e i sindacati confederali in cui si decreta il piano delle assunzioni in vista di Expo: il risultato sono 800 lavoratori a termine che variano da apprendistato a stage e 18.500 volontari, ¾ del totale, adibiti prevalentemente all’accoglienza dei visitatori. Expo, come riportato nel pronostico sopracitato, era dipinto come un generatore di lavoro soprattutto giovanile e, in un momento come questo, un rimedio seppur temporaneo alla consistente crisi occupazionale – giovanile e non – che sta attraversando il nostro paese. È inutile dire quindi che questa sia stata soltanto una delle tante illusioni dal momento che il lavoro offerto non solo è sottopagato, ma per la maggior parte gratuito. Evidentemente il numero citato prima è lontano dall’essere stato raggiunto, perché nelle scuole il metodo di reclutamento si fa sempre più invasivo, specie nei professionali.

I volontari lavoreranno a turni di 5 ore al giorno in media, per un impiego massimo di due settimane ciascuno, in modo che ogni giorno siano disponibili 475 persone: ovviamente non avranno retribuzioni se non un piccolo rimborso spese e buoni pasto, l’evento d’altronde non può tradire il proprio scopo.

I sindacati invece a quanto pare si, perché mentre da una parte cercano di riappropriarsi di quella faccia “combattiva” che hanno ormai perso da tempo, dall’altra firmano un accordo che permette lo sfruttamento del lavoro senza stipendio né diritti, ponendo decisamente in secondo piano gli interessi dei lavoratori per accodarsi alle scelte dei governi in carica, siano essi di centrodestra o centrosinistra.

Sempre in quell’estate, a seguito dell’accordo, l’ex presidente del consiglio Letta dichiara che “sulla base di quanto raggiunto a Milano si può pensare a un modello nazionale”, far diventare così Expo “un laboratorio per il Paese”: un laboratorio che ancora una volta poggia totalmente sulle spalle dei lavoratori, un altro tassello che sommandosi ad altri più o meno recenti ha composto dopo anni quello che oggi ci viene presentato come “Jobs Act”. Il governo Renzi ha solo “normalizzato” la precarietà e la flessibilità selvaggia, perciò non stupiamoci, ha solamente chiuso un percorso.

 La sala è ormai impaziente e così si inizia a servire, ma dato che Expo non è ancora ufficialmente cominciato, gli unici piatti che possono essere serviti sono gli antipasti, e che antipasti! Ce ne sono di ogni tipo, e ognuno è degno di nota, a partire dalla fiera adagiata su suolo contaminato: i territori adibiti all’evento sono infatti territori privati, più precisamente dell’Agip petroli, che fino al 1992 vedeva in quel sito un impianto di raffinazione per cui la bonifica era quantomeno necessaria. Alla fine del 2010 vengono attuate ma in maniera parziale, tanto che adesso si sta correndo ai ripari perché per la mancata bonifica il termine dei lavori per alcuni padiglioni rischia di slittare a metà esposizione.

 Come il prezzemolo, anche la mafia deve essere ovunque, perciò si gioca un altro degli antipasti: già dal 2007 intercettazioni telefoniche documentano l’insaziabile voglia da parte della Perego Strade (sotto processo per ‘ndrangheta) di accaparrarsi il primo appalto senza riuscirci: in compenso cinque anni dopo vengono assegnati due importanti appalti che si scoprirà poi essere stati destinati a una miriade di piccole aziende legate a doppio giro con organizzazioni malavitose. Saranno le prime di una lunga serie di inchieste e scandali che anche a meno di venti giorni da Expo non finisce di stupire.

Per contrastare questo fenomeno erano state introdotte le “liste antimafia” per assegnare appalti solo ai facenti parte: peccato che non ci sia stato alcun controllo né per l’entrata in queste liste né per le assegnazioni, per cui si è tutto ridotto a un buco nell’acqua.

 Gli altri piatti saranno serviti di qui a poco, ma già ci è dato a sapere che non saranno pronti: gli ottimisti pronosticano il 10%, altri il 30%, in ogni caso i lavori non saranno ultimati per l’inaugurazione. I cantieri limitrofi alla fiera si sono protratti fino all’ultimo, molti sono stati aperti a poco meno di due mesi dall’evento e ovviamente i lavori non sono ancora conclusi, creando notevoli disagi: infine nessuno dei padiglioni verrà collaudato per mancanza di tempo. Una simpatica e allo stesso tempo tragica vignetta satirica recita:”I lavori dell’Expo sono così in ritardo che ancora non c’è stato alcun crollo“. Un sistema che deve massimizzare i profitti e ridurre i costi cerca di far passare le tragiche conseguenze di queste dinamiche come marginale danno collaterale, “the show must go on“.

Quanto sarà amaro il boccone che, portata dopo portata, mese dopo mese, dovremo mandare giù? Quanto sarà salato il conto che presenteranno?
Purtroppo, senza dubbio, sappiamo già chi dovrà pagarlo..

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