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“Trident Juncture 2015”: preparazione della guerra globale

* di Salvatore Vicario

Con il nome di “Trident Juncture 2015” si svolgeranno dal 3 ottobre al 6 novembre prossimo in territorio italiano, spagnolo e portoghese le esercitazioni NATO più importanti e imponenti degli ultimi anni, in un contesto internazionale caratterizzato dalla crisi del capitalismo e dalla intensificazione delle tensioni tra le potenze imperialiste e le relative alleanze, con una crescente corsa agli armamenti e al militarismo. Per l’USEUR (comando USA per l’Europa) si tratta della “più grande esercitazione di questo tipo dalla caduta del muro di Berlino”, come conferma anche il francese Jean-Paul Paloméros, capo del Comando Strategico Alleato per la Trasformazione (SACT), struttura che si fa carico delle manovre, che ha dichiarato a inizio anno che “Trident Juncture 2015” è la più grande esercitazione “dalla fine della Guerra Fredda e, probabilmente, della storia della NATO”.

Alcuni dati delle esercitazioni

L’ultima esercitazione su grande scala della NATO su suolo europeo ebbe luogo in Norvegia e Polonia nel Marzo del 2002, a cui parteciparono 15 paesi membri dell’Alleanza Atlantica insieme a altre 12 “nazioni partner” (alcune delle quali ora alleate). In questa occasione le esercitazioni coinvolgeranno oltre 30 Stati (ai 28 membri della NATO si affiancano l’Australia, l’Austria, la Bosnia Erzegovina, la Finlandia, la Macedonia, la Svezia e l’Ucraina come “nazioni partner”) più di 200 velivoli, 60 unità navali e circa 36.000 soldati che si dispiegheranno in Spagna, Portogallo e Italia, e in contemporanea anche in Belgio, Canada, Germania, Paesi Bassi e Norvegia, con unità navali che agiranno dall’Atlantico al Mediterraneo in un teatro militare di terra, mare e aria che si proietta verso Sud e verso Est. Le esercitazioni si articoleranno in due fasi: dal 3 al 16 Ottobre, saranno coinvolti esclusivamente i centri di comando, il Command Post Exercise (CPX) per la pianificazione strategica e la formazione del personale, mentre dal 21 ottobre al 6 novembre si svolgerà la fase operativa (indicata col nome LIVEX) con truppe di livello tattico nei poligoni, porti e aeroporti militari stabiliti e nelle acque e cieli dell’Atlantico e Mediterraneo. Alle operazioni partecipano come osservatori anche 12 organizzazioni internazionali tra cui l’Unione Europea e l’Unione Africana così come varie organizzazioni non governative (ONG)i con la principale novità dell’invito anche a diverse imprese del settore militare di 15 nazioni «con l’obiettivo di generare scambi, conoscenze e prospettive per possibili soluzioni tecnologiche per il futuro e per accelerare l’innovazione militare», nelle parole del tenente generale britannico Phil Jones, secondo comandante del SACT, per una «conoscenza più ampia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza» come affermato dal Comando NATO di Bruxelles.

In Italia, secondo quanto riferito in Parlamento dal sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, saranno dispiegati complessivamente 41 aeromobili (di cui 15 appartenenti a Paesi dell’alleanza e 26 italiani), mentre un totale di circa 3.500 militari italiani saranno schierati tra Spagna, Portogallo e Italia. Le forze aree saranno distribuite su sei aeroporti militari: Trapani Birgi, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre le forze navali della NATO andranno a bombardare il poligono di Teulada, in Sardegna, dove si svolgeranno anche sbarchi di forze anfibie e lo schieramento di reparti corrazzati, con il coinvolgimento delle forze navali italiane mobilitate nell’esercitazione nazionale “Mare Aperto” collegata alla “Trident Juncture 2015”. In Italia sono posti due Centri di Comando NATO: il Joint Force Air Component Command (JFACC) dell’Aeronautica Militare a Poggio Renatico (Ferrara), che ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica, e l’Allied Joint Force Command (JFC) di Lago Patria (Napoli) che parimenti all’altro comando JFC di Brunssum in Olanda (che guiderà le operazioni della “Trident Juncture 2015”) svolge un ruolo primario per quanto riguarda il comando della “Forza di Risposta della NATO” (NRF) la forza di pronto intervento in grado di essere schierata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del pianeta e che proprio questa esercitazione dovrà certificarne centri di comando e controllo e capacità di risposta.

L’aeroporto civile/militare di Trapani Birgi sarà il centro delle operazioni aeree, con il dispiegamento di circa 5.000 militari di cui 1.000 italiani e una trentina di velivoli; la base di Bétera, Valencia (Spagna) sarà il centro delle operazioni terrestri; mentre in Portogallo è situato il centro delle manovre navali.

Qual è il proposito di queste esercitazioni?

Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello scorso mese di luglio, il Generale Hans-Lothar Domröse, Comandante del Joint Force Command di Brunssum, ha dichiarato che «lo scopo dell’esercitazione è quello di formare e testare la Forza di Risposta della NATO (NFR), una forza multinazionale altamente pronta e tecnologicamente avanzata che comprende Aria, Terra, Mare e componenti delle forze speciali” aggiungendo che “migliorare le nostre forze di risposta è una parte fondamentale dello sforzo generale della NATO di adattarsi alle sfide emergenti alla sicurezza. “Trident Juncture 2015” è stata progettata per garantire che i nostri concetti e procedure lavoreranno in caso di una vera crisi»ii. La propaganda della NATO afferma quindi che l’esercitazione TJ15 servirà per dimostrare la capacità dell’alleanza militare di rispondere alle “nuove minacce per la sicurezza mondiale” e, in concreto, per la preparazione della “Very High Readiness Joint Task Force” (VJTF) la “punta di lancia” (Spearhead) della “Forza di Risposta della NATO” (NFR) che a sua volta è stata portata a 40 mila unità. La VJTF ha la capacità di dispiegare una forza multinazionale di 5.000 militari, supportati da mezzi aerei e navali, in qualsiasi luogo del mondo in appena 48 ore, di fronte a qualsiasi minaccia contro gli interessi euro-atlantici. Una capacità che, al di là della retorica della sicurezza a cui ci ha abituati la NATO, è propriamente offensiva e che negli obiettivi della programmazione militare deve esser operativa entro il 2016.

Il Summit della NATO in Galles del 5 settembre 2014 ha stabilito il “Piano di Azione Rapida” che «fornisce un coerente e globale pacchetto di misure necessarie per rispondere ai cambiamenti nel contesto di sicurezza dei confini della NATO e più lontano, che sono fonte di preoccupazione per gli alleati» e nello specifico queste sono le «sfide poste dalla Russia e le loro implicazioni strategiche» e «i rischi e le minacce provenienti dal nostro vicinato meridionale, il Medio Oriente e Nord Africa»iii. Il quadro delle esercitazioni TJ15 è infatti propriamente rivolto all’incremento delle sue capacità offensive verso Sud e Oriente e si basa sullo scenario SOROTON dove si ipotizza un conflitto locale nel quale la NATO decide di intervenire, derivante da una crisi idrica conseguente le “modificazioni climatiche” che insieme alla questione dell’“immigrazione” sono considerati possibili motivi scatenanti di un conflitto nell’area Sud. Dall’altro si prepara allo scontro diretto con la Russia, spinto maggiormente dall’imperialismo statunitense, in relazione al quale è stata creata la VJTF e come dimostrato anche dal fatto che la prossima esercitazione “a grande intensità” che si terrà nel 2018 si svolgerà in prossimità della Russia, in Norvegia nel Mare del Nord e il Mal Baltico.

«L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario alla Difesa G. Alfano – effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud»iv. Queste esercitazioni hanno pertanto una doppia valenza, da un lato mostrare i muscoli alle potenze rivali e testare le sue capacità offensive e dall’altro migliorare la coesione delle truppe multinazionali e degli obiettivi delle borghesie imperialiste coinvolte nell’alleanza atlantica, che vanno dall’Ucraina alla Siria passando per la Libia, ma che riguardano una disputa che si estende in tutto il pianeta comprendendo gli scenari dell’Africa sub-sahariana, il Sud America, il Pacifico, i mari del nord e l’Artico. Le diversità in questo senso tra gli alleati nella NATO si evidenziano in particolare nelle varie dichiarazioni degli attori politici e militari delle varie potenze, con quelle europee, più restie alla guerra con la Russia che tendono a nascondere gli obiettivi e (come fatto dall’Italia) porre l’accento sulle questioni riguardanti l’immigrazione e il “fianco Sud”, con particolare riferimento all’intervento in Libia, e gli USA che spingono allo scontro con la Russia, dichiarando apertamente che le esercitazioni e il potenziamento della NATO sono dirette verso di essav.

Un quadro di crescenti tensioni inter-imperialiste

Nel corso del 2015, la NATO realizzerà in totale oltre 280 esercitazioni militari di diverso tipovi, il cui culmine è proprio la TJ15. Dall’inizio della crisi in Ucraina le esercitazioni militari sono triplicate in particolare ai confini orientali. Ultima in ordine di tempo è stata l’esercitazione NATO DYNAMIC MANTA 2015 che ha riguardato dall’1 al 20 settembre anche in questo caso il territorio italiano al largo delle coste siciliane con navi, sommergibili, aerei e personale proveniente da 9 paesi NATO per un addestramento alla guerra anti-sommergibile e contro mezzi di superficie, con sottomarini provenienti da Francia, Grecia, Italia, Spagna, Turchia, Inghilterra e Stati Uniti, con l’Italia che ha fornito supporto logistico tramite le basi navali di Augusta e la base aerea di Sigonellavii.

L’Alleanza Atlantica sta affinando e provando in modo permanente le sue capacità di intervento militare che, in particolare, sono dirette verso la Russia e la Cina, che rappresentano le due grandi minacce per l’egemonia delle potenze imperialiste tradizionali, gli USA, Gran Bretagna, l’UE, il Giappone ecc., nel quadro delle rivalità inter-imperialiste che caratterizzano gli inizi di questo secolo, e che si riflettono nei fronti di guerra principali quali: Siria, Ucraina, Libia, Yemen, Iraq, Mar Cinese Meridionale, ecc. In questo quadro si moltiplicano in risposta le manovre congiunte sino-russe, come quelle svolte nella scorsa primavera nel Mediterraneo Orientale, partendo dalla base di Sebastopoli (Crimea) o le più recenti (fine di agosto) organizzate nel Mar del Giappone, dirette dalla base navale russa di Vladivostok. Nel mese di Marzo, la Russia ha effettuato una esercitazione su larga scala che ha mobilitato circa 80.000 militari, 12.000 mezzi pesanti, 65 navi da guerra, 15 sottomarini e 220 aerei, che simulava uno scenario di guerra nelle regioni periferiche della Russia, concentrandosi nella penisola di Kola e le isole artiche periferiche, l’exclave di Kaliningrad (tra la Polonia e la Lituania con accesso al mar Baltico), la Crimea e il Mar Nero, l’isola di Sakhalin nell’estremo orienteviii. A sua volta la NATO nel mese di Giugno ha realizzato un’altra grande esercitazione su vasta scala denominata “Allied Shield”, che ha riguardato operazioni navali nel Mar Baltico, operazioni anfibie in Svezia e Polonia, operazioni aeree e terrestri in Polonia e Stati Baltici, e il dispiegamento della VJTF e altre forze speciali, che hanno simulato uno scenario di guerra ai confini orientali della NATOix. Altre significative esercitazioni NATO si sono svolte tra agosto e settembre lungo i confini orientali, in Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria.x

L’approfondirsi della tendenza alla guerra è la conseguenza nell’ambito politico-militare, dell’aggravarsi della crisi economica del sistema capitalistico a livello internazionale, che ha colpito prima i centri tradizionali dell’imperialismo mondiale, determinando una tendenza alla multipolarità – confermando la legge dello sviluppo ineguale – con l’ascesa di nuove potenze caratterizzate da uno sviluppo imperialistico, i cosiddetti BRICS. Oggi anche questi rallentano la loro crescita economica per effetto delle contraddizioni proprie del capitalismo. La crescita economica e il peso politico internazionale di questi paesi, con il formarsi di nuovi rapporti di forza in questa sfera, ha avuto il suo riflesso anche sul piano politico-militare da parte delle potenze imperialiste tradizionali (USA-UE-NATO), che accrescono la tendenza all’aggressione militare nella disputa dei mercati e delle risorse, utilizzando le armi dell’“interventismo umanitario”, delle “rivoluzioni colorate” e rafforzando il loro apparato ideologico-mediatico. Allo stesso tempo la crescita economica e politica delle cosiddette “potenze emergenti” ha accresciuto nell’ultimo periodo anche il loro potenziale militare, in particolare di Russia e Cina, che riescono con sempre maggiore decisione a confrontare anche dal punto di vista militare, gli obiettivi statunitensi ed europei. Emblematici in questo senso sono gli attuali ultimi sviluppi sul fronte siriano.

Tutti i poli sono immersi nelle contraddizioni del sistema imperialista e questo, al di là delle visioni idealiste e opportuniste, non frena le tensioni e i conflitti, ma al contrario porta a un loro costante inasprimento. In questa situazione ogni imperialismo gioca le sue carte politiche, diplomatiche e militari a vantaggio dei propri monopoli e obiettivi globali o regionali all’interno di alleanze strategiche, assi, accordi temporanei ecc., a spese dei popoli che vengono schiacciati e intrappolati in queste dispute e antagonismi. Ciò vale anche per l’imperialismo italiano, che si muove per difendere e promuovere gli interessi dei propri monopoli – su tutti Eni, Finmeccanica ecc. – nel quadro dell’alleanza strategica atlantica, dell’UE e la NATO, partecipando attivamente alla spartizione del bottino.

Contro le esercitazioni NATO per sabotare la guerra imperialista e per l’uscita dell’Italia dalla NATO

L’attiva partecipazione del nostro paese a queste manovre conferma la volontà della borghesia italiana e del suo governo di svolgere un ruolo importante nella struttura di questa alleanza militare imperialista inter-statale, nella politica d’aggressione e saccheggio del braccio armato dell’imperialismo USA e UE, con l’intento di migliorare la sua posizione a livello geostrategico, attraverso lo sviluppo della cooperazione con gli USA e con gli altri alleati, e una sempre maggiore implicazione delle proprie forze armate nei piani imperialisti nel Medio Oriente e Nord Africa, in particolare in Libia. In questo sfrutta particolarmente la sua posizione geografica strategica, facendo del nostro territorio un’enorme portaerei atlantica nel Mediterraneo attraverso le innumerevoli servitù militari – installazioni, strutture e basi militari USA-NATO – in particolare in Sicilia con le basi di Niscemi, Sigonella, Trapani Birgi e Augusta. Anche la presenza dei militari italiani in ogni fronte di guerra, dall’Afghanistan ai Balcani al Medio-Oriente ecc., e la produzione e l’esportazione di armi (8° produttrice di armi al mondo) risponde a questi obiettivi.

All’interno dei propri Stati le borghesie imperialiste promuovono politiche socio-economiche antipopolari, che in concreto in Italia prendono forma con le reazionarie riforme del lavoro e della scuola: Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, le nuove norme sulla sicurezza e le attuali riforme istituzionali in corso. Mentre si comprimono i salari, le pensioni e i diritti dei lavoratori, si tagliano e privatizzano i servizi pubblici, l’istruzione, la sanità, i trasporti, si restringono gli spazi d’intervento democratici e si incrementa la repressione per colpire la classe lavoratrice, i settori popolari e la loro gioventù, contemporaneamente, in base a quanto stabilito nell’ultimo Summit della NATO, crescono enormemente le spese militari in un processo generale di corsa agli armamenti. I paesi aderenti alla NATO si sono impegnati a portare la propria spesa militare almeno al 2% del PIL, un livello raggiunto fino ad ora solamente da 4 dei 28 paesi membri (USA, Gran Bretagna, Grecia ed Estonia). Per l’Italia si tratta di passare, se si raggiungesse il 2% del PIL, dagli attuali 70 milioni di euro al giorno (al 12° posto mondiale), secondo il calcolo dell’Istituto SIPRI, a oltre 100 milioni di euro al giorno.

La spesa militare complessiva della NATO ammonta a circa 1.000 miliardi di dollari annui, che equivale a circa il 56% di quella mondiale, con un incremento in termini reali dal 2000 ad oggi di oltre il 40%. A dominare sono gli USA con il 4.1% del PIL e una spesa di circa 600 miliardi. La Cina tra il 2007 e il 2014 ha incrementato la sua spesa del 167%, con un budget annuale che verrà aumentato del 10.1%, per un valore di 144.2 miliardi di dollari, corrispondenti al 2.6% del PIL, attestandosi al secondo posto. Segue la Russia, che nel 2014 ha incrementato la propria spesa del 33% rispetto all’anno precedente. L’Arabia Saudita ha incrementato la sua spesa del 300% nell’ultimo decennio, a testimonianza del sempre maggiore ruolo di potenza regionale. Anche il Giappone per il terzo anno consecutivo ha incrementato il suo budget di un ulteriore 2%, cosa che, insieme all’abolizione della “costituzione pacifista”, conferma le sue ambizioni nel Pacifico in chiave anticinese. In generale, secondo il think tank britannico Iiss (International Institute for Strategic Studies), nel 2014 la spesa mondiale complessiva per la “Difesa” è cresciuta dell’1.7%.

In questo quadro le esercitazioni della NATO sono una evidente preparazione alla guerra globale con l’impegno dell’“alleanza atlantica” di estendere la sua area d’influenza e capacità d’intervento, dall’Europa all’Africa all’Asia, ben al di là della propaganda difensiva della “sicurezza dei propri confini”. Il fatto che nei media sia stata ormai sdoganata la questione della “guerra mondiale” è il riflesso di una tendenza sempre più forte da parte delle borghesie imperialiste alla preparazione – politica, ideologica, diplomatica, economica e militare – della stessa come soluzione alla crisi economica e alla regolazione della ri-spartizione del mondo dove tutti gli Stati capitalisti sono coinvolti in misura diversa, in base alla loro forza economica, politica e militare. Ciò dimostra che la pace non può essere garantita dal presunto “equilibrio” di forze tra Stati capitalisti-imperialisti, né dall’unipolarismo, ma solo dalla capacità di organizzazione del proletariato e delle masse popolari nella lotta internazionalista nel proprio paese contro il proprio capitalismo imperialista. E questo è propriamente il compito che noi comunisti dobbiamo svolgere rafforzando la cooperazione e la solidarietà internazionalista con le resistenze proletarie e popolari nel mondo, i movimenti territoriali contro le basi, in particolare l’avanzato Movimento No Muosxi, e le iniziative contro “Trident Juncture 2015” già in marcia, per estenderle su tutto il territorio con l’obiettivo di costruire mobilitazioni di massa, liberate dal fatalismo e dalle posizioni del pacifismo borghese, che ignorano l’origine reale della guerra imperialista e cancellano gli strumenti per combatterla. Denunciamo quindi il ruolo dell’UE e del governo italiano nell’alleanza militare della NATO, così come quello delle ONG (non a caso integrate nell’esercitazione TJ15), che cooperano con le strutture imperialiste, e leghiamo la lotta contro la NATO e la guerra imperialista alla lotta contro le classi dominanti e i monopoli, essendo quest’ultimi che promuovono e beneficiano dell’attività militare interventista e guerrafondaia.

Con questo compito la militanza della gioventù comunista deve accostarsi alla questione dell’opposizione a “Trident Juncture 2015”, impegnandosi in queste settimane, ove presenti e organizzati, a sviluppare il punto di vista di classe coerentemente antimperialista nelle varie assemblee e comitati territoriali contro la guerra e la NATO, mobilitando la gioventù lavoratrice e gli studenti per costruire un ampio movimento di massa contro la guerra, da considerare come parte integrante dell’organizzazione del contrattacco, dalle scuole, alle fabbriche, ai quartieri.

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i Tra le ONG presenti nell’elenco diffuso in origine dalla NATO figurano: il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH – Coordinamento degli affari umanitari; PNUD – Programma per lo Sviluppo; UNDSS – Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA – Programma Mondiale di Alimentazione; OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.

ii http://www.aco.nato.int/trident-juncture-2015-set-to-get-underway-2.aspx

iii http://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2015_05/20150508_1505-Factsheet-RAP-en.pdf

iv http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/bollettini/html/2015/09/17/04/allegato.htm

v http://www.marinecorpstimes.com/story/military/2015/08/24/us-troops-participate-massive-nato-exercise/32285661/

vi http://www.aco.nato.int/systems/file_download.ashx?pg=10650&ver=6

vii http://www.difesaonline.it/news-forze-armate/mare/corso-lesercitazione-nato-dynamic-manta-2015

viii http://www.europeanleadershipnetwork.org/anatomy-of-a-russian-exercise_2914.html

ix http://www.europeanleadershipnetwork.org/anatomy-of-a-nato-exercise_2962.html

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