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Contro il Reddito di Cittadinanza Universale ed Incondizionato

* di Marco Mercuri

Mentre il MoVimento5Stelle si accredita sempre più come forza di governo, tesse legami internazionali e “normalizza” il suo programma epurandolo dalle misure definite per anni “antisistema e populistiche” dai media (basti pensare al riposizionamento europeista avvenuto a seguito della tournée pre-elettorale di Luigi Di Maio nei salotti che contano tra Roma, Berlino e Londra, per inciso, la stessa che fece Renzi), c’è un fiore all’occhiello del loro programma che sta raccogliendo uno straordinario ed inaspettato consenso divenendo, di fatto, la “scaletta” che consente di salire sul carro del vincitore a gente come Gramellini, Freccero ed altri personaggi della nostrana a-sinistra radical chic. Stiamo parlando del Reddito di Cittadinanza.

In Svizzera il 5 giugno la maggioranza dei cittadini ha bocciato la proposta di modifica costituzionale che avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato (2500 franchi svizzeri, corrispondenti a circa 2280€). Non passerà molto prima che sentiremo parlare nuovamente di simili tentativi nella vecchia Europa. In molti paesi è già presente una sorta di reddito di emergenza capace di arrivare a soccorso delle vittime della disoccupazione e della precarietà, fenomeni strutturalmente connaturati all’attuale modo di produzione capitalista. Tali misure sono però assimilabili, al netto delle dovute peculiarità, a sussidi di disoccupazione ed altre forme di assistenza “particolare”.

Il fascino, però, della promessa di un reddito “universale ed incondizionato”, svincolato dal lavoro e soprattutto dalle condizioni patrimoniali e di reddito, sta prevedibilmente facendo breccia nei cuori di molti, dai “movimenti” al padronato transnazionale. Un fronte trasversale che annovera tra i suoi sostenitori Charles Murrey (liberista di destra americano), l’ex ministro Fornero, l’ex presidente di Confindustria Squinzi, buona parte dei movimenti della presunta sinistra radicale ed ovviamente il Movimento5Stelle. Il 7 dicembre 2015 il blog di Beppe Grillo riportò con entusiasmo la notizia dell’imminente avvio di un programma di reddito di cittadinanza incondizionato promosso dal governo di destra finlandese: “la Finlandia introdurrà a breve il Reddito di cittadinanza incondizionato. Un reddito di 800 euro netti al mese, esentasse, che verrà garantito a tutti i cittadini finlandesi maggiorenni indipendentemente dalla situazione economica in cui si trovano. Una misura che laddove è stata introdotta ha avuto solo effetti positivi. Dalla quasi totale scomparsa della povertà, alla possibilità per gli adolescenti di completare i propri studi nonché alla possibilità dei cittadini di accedere a cure e visite mediche. E tanti altri ancora. Una misura insomma degna dei Paesi civili che noi in Italia ci sogniamo” 1. Innanzitutto, non esiste ancora – e solo per il momento – un paese dei balocchi in cui la semplice cittadinanza garantisca il diritto ad un reddito incondizionato, esistono però degli esperimenti. La maggior parte dei quali iniziati negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 e condotti sulla scorta dei principi ultraliberisti espressi dall’economista Milton Friedman nel suo Capitalism and Freedom (1962)2.

In effetti, uno dei punti di forza della retorica utilizzata dal Basic Income Network – sottolineata da Grillo nel suo post – è la promessa di garantire l’accesso a cure, istruzione e formazione a tutti. Il non detto di questa promessa è che tali cure e percorsi formativi dovranno essere acquistati sul libero mercato poiché, anche in virtù dell’elargizione stessa, lo Stato non avrà più il dovere di garantirli. Questo è il sogno ultra-liberista di un anti-welfare liberalizzato. Si tratta di una svolta reazionaria in materia di politiche sociali, sanitarie ed assistenziali in salsa americana; in questo senso il reddito di cittadinanza incondizionato rappresenta l’ultimo atto di demolizione del welfare-state europeo così come lo abbiamo conosciuto. Nel medesimo post Grillo cerca di mettersi al riparo dall’accusa di assistenzialismo spiegando che la proposta del M5S è in realtà diversa: “la proposta del M5S, a differenza della proposta finlandese, è destinata solo a coloro che sono in difficoltà momentanea e viene collegata direttamente alla formazione, alla ricerca ed al reinserimento nel mondo del lavoro. Una sorta di patto con i cittadini dove si prevede un sostegno economico per tutti coloro che vogliano rimettersi in gioco e migliorare la propria situazione”. Effettivamente la proposta di legge n. 1148 sul reddito di cittadinanza depositata in Senato dal M5S è più simile ad una tradizionale forma di sussidio di disoccupazione accompagnato da percorsi di formazione per il beneficiario; quindi misura “particolare” e non “universale ed incondizionata”. Nonostante ciò, a pag. 4 della proposta di legge di cui sopra troviamo scritto: “il livello ideale, futuro e auspicabile, coincide con l’attuazione di un reddito di cittadinanza universale, individuale ed incondizionato, ossia destinato a tutti i residenti adulti a prescindere dal reddito e dal patrimonio, non condizionato al verificarsi di condizioni particolari e non subordinato all’accettazione di condizioni”3.

Non potrebbe essere altrimenti. Il brodo di coltura in cui è nato e cresciuto il M5S è quello delle utopie post-moderne. Senza avventurarci nell’esegesi delle raccapriccianti “visioni” della Casaleggio Associati sui destini dell’umanità, sarà sufficiente ricordare che uno dei guru del Grillo-pensiero è Jeremy Rifkin, la cui utopia sulla “fine del lavoro” è uno dei presupposti teorici essenziali per l’affermazione del reddito di cittadinanza incondizionato. Il visionario economista statunitense ci ha abituato alle sue profezie, quasi messianiche, sistematicamente smentite dalla storia. A lui va li merito di aver fatto passare le sue analisi ombelicali ed occidentocentriche, ricolme di errori metodologici, per la più chiara e lucida lettura del nostro tempo. Così facendo il Nostradamus dei nostri giorni è riuscito a vendere bene le sue “visioni” ma soprattutto i suoi libri. Dal flop sull’annunciata rivoluzione dell’idrogeno, passando per la mai comprovata “fine del lavoro” – che affronteremo più avanti – fino alla sua ultima creatura “la società a costo marginale zero”, questo utile idiota assurto ad intellettuale di punta della post-modernità profetizza in maniera astorica, acritica e ascientifica un crollo indolore del capitalismo, sostituito – forse per bontà sua – da commons collaborativi grazie a stampanti 3D, sharing economy e internet delle cose. Non perderemo altro tempo su queste nefandezze ma era doveroso ricondurre taluni pensieri ai legittimi proprietari.

Ma torniamo al reddito di cittadinanza. Anche un bambino capirebbe che c’è qualcosa di assolutamente ingiusto in un’elargizione distribuita indistintamente a tutti, a prescindere da reddito, patrimonio e condizioni particolari. Non può esserci buona fede in chi confonde un’uguale distribuzione con un’equa distribuzione. Le due cose non coincidono mai, specie nella nostra società a trazione capitalista, dove la tendenza agli squilibri distributivi è in crescita costante come testimonia il recente studio dell’Oxfam4 secondo il quale 62 individui detengono un patrimonio pari a quello detenuto da altri 3,5 miliardi di esseri umani (la metà della popolazione globale) e nel 2020 – se non si registreranno inversioni di tendenza -diventeranno solo 11 questi fortunati mega-ricchi, comprovando il feroce processo di “accumulazione capitalista” in atto. Un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato né inverte né frena minimamente questa tendenza, anzi contribuisce a riprodurla grazie all’infame tranello dell’uguale – ma non equa – distribuzione. Noi conosciamo bene il principio marxista “da ognuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”. Se qualcuno ancora non avesse colto questa lezione di equità e la distanza tra questa e l’abominio di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato rimandiamo alla foto qui sotto che potremmo sottotitolare Distribution for Dummies.

equiMa perché nel dibattito internazionale il basic income (reddito di cittadinanza) – soprattutto nella sua declinazione universale ed incondizionato – mette d’accordo (quasi) tutti da destra a sinistra? Come abbiamo detto, tale misura vede i suoi natali nelle menti criminali che hanno affollato la scuola economica ultra-liberista di Chicago ma è stata ripresa da una serie di movimenti sociali spuri intimamente liberisti, accomunati dal mito per la post-modernità, per il superamento automatico ed indolore del capitalismo e soprattutto per la totale fiducia nella distopica promessa della “fine del lavoro”. Come dicevamo, si tratta di credenze sostenute da analisi ombelicali ed occidentocentriche dal momento che nel tentativo di ricostruire l’effetto sostituzione tra innovazione tecnologica (qui intesa in senso largo come somma di robotica, automazione, nanotecnologie, intelligenza artificiale, sharing economy, etc.) e forza lavoro si sono dimenticati di guardare al fenomeno su scala planetaria (Ops, la globalizzazione!), toppando sia sulla misura che sulla direzione di tale “effetto-sostituzione” tra innovazioni e forza lavoro.

Secondo la falsa profezia del 1995 di Rifkin, oggi dovremmo tutti essere impiegati nei servizi perché la lean production dovrebbe aver liberato l’essere umano dal lavoro manuale e reso superfluo il suo intervento nel settore manifatturiero. Niente di più falso, conosciamo bene le masse di sfruttati che – indistintamente – nel primo, secondo e terzo mondo provvedono alla realizzazione e distribuzione dei beni materiali venduti in tutto il pianeta. Nonostante l’avanzamento tecnologico consentirebbe di “alleggerire” il lavoro manuale, per il capitale resta ancora vantaggioso (e lo rimarrà per molto tempo ancora) lo sfruttamento della manodopera per il contenimento dei costi di produzione e la massimizzazione dei profitti. Nessun beneficio per il lavoratore, dunque, potrà derivare dall’avanzamento tecnologico tout court fintanto che resterà privata la proprietà ed il controllo dei mezzi di produzione e quest’ultima sarà finalizzata all’esproprio e all’appropriazione del plusvalore (il profitto per il capitale). Dunque, nessuna fine del lavoro manuale in vista. Sarebbe superfluo e ridondante in questa sede sciorinare un elenco dei casi reali che dimostrino l’inesaurito interesse del capitale per lo sfruttamento della manodopera rispetto all’automazione totale dei processi produttivi; confidiamo nella capacità dei lettori di documentarsi e nella loro buona fede. Non si tratta di casi isolati, parafrasando Simone de Beauvoir potremmo dire che non c’è da nessuna parte abuso od eccesso, ma dappertutto un sistema pervasivo. E’ semmai, in prospettiva, il settore dei servizi – contrariamente a quanto profetizzato da Rifkin – quello che si troverà a maggiore rischio di subire l’effetto di disintermediazione portato dalla sharing economy (es. turismo e ricettività) oppure l’effetto dirompente dell’avvento dell’I.A. (es. algoritmi al posto degli operatori di borsa e computer capaci di rispondere alle domande degli studenti al posto degli assistenti alla docenza. Trattasi di casi reali). Questi apologeti della post-modernità sproloquiano di “fine del lavoro” a fronte di un incremento di messa a lavoro di salariati probabilmente senza precedenti nella storia dell’umanità, dovuto principalmente alla ridislocazione globale dei centri manifatturieri (verso sud ed est). Mentre i discepoli di Rifkin continuano a guardarsi l’occidentalissimo ombelico ed invocano la quarta rivoluzione industriale a suon di stampanti 3D, non si accorgono che è in corso un processo di proletarizzazione epocale, che enormi masse di lavoratori nei paesi in via di sviluppo (si da il caso che sono loro la maggioranza sul pianeta, che piaccia o meno) stanno invece vivendo la loro prima rivoluzione industriale – se non da un punto di vista tecnologico, sicuramente da un punto di vista sociologico – con un travaso di addetti dall’agricoltura (spesso di sussistenza) alla manifattura (dunque, salariati).

Della crescita occupazionale globale sembrano essersene resi conto anche al Fondo Monetario Internazionale (fonte dei grafici che seguono) eppure per molti questa rimane una verità inaccettabile poiché confligge con la religiosa narrativa da cui sono assuefatti. Nonostante la più imponente crescita demografica della storia5 il rapporto occupazione-popolazione mondiale ha subito solo una lievissima flessione (Figura 1). In realtà, se osserviamo il trend globale di crescita occupazionale e crescita demografica dal 1950 al 2007 (Figura 2) ci accorgiamo che l’incremento occupazionale globale è stato – percentualmente – persino maggiore della già sbalorditiva crescita demografica.

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Figura.1 Global Employment and Employment Population Ratio 1994-2009

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Figura 2 Global trends in population and employment 1950-2007

La distribuzione globale di forza lavoro sui tre settori (servizi, agricoltura, manifattura) conferma la fallacia delle profezie prese in analisi e il loro vizio etnocentrico. La trattazione centrale di Rifkin si basa proprio su un banale vizio di questo tipo: ovvero l’osservazione dello spostamento della forza lavoro tra i vari settori nei soli Stati Uniti d’America a seguito delle rivoluzioni industriali. Sebbene oggi meno del 3% dei lavoratori americani è impiegato in agricoltura su scala globale gli addetti agricoli sono ancora intorno al 40%. Basterebbe dare un’occhiata alle bilance commerciali per capire che al sud del mondo è demandata la produzione materiale (materie prime e semi-lavorati), anche agricola, ove quella miticamente meccanizzata e automatizzata Statunitense, ad esempio, regge solo in virtù dei sistemi protezionistici e di sussidio. Solo una lettura zoppa ed astorica dei processi che hanno presupposto la globalizzazione dei mercati può consentire di non rendersi conto che esiste oggi un mondo a cui è demandata la produzione materiale ed un mondo che rivendica un presunto “diritto naturale” al consumo, senza contribuire necessariamente al processo produttivo e di valorizzazione6. Ed è proprio questo uno dei temi centrali del reddito di cittadinanza universale: la sua localizzazione. La sua presunta universalità si esaurisce entro i confini degli stati più ricchi, non c’è ovviamente alcuna proposta volta all’assegnazione di un reddito incondizionato destinato ai sette miliardi di abitanti di questo pianeta. La sua generalizzazione universale è inimmaginabile, neppure sul piano della rivendicazione politica, dunque, questo strumento di politica economica, in realtà, non sarebbe altro che un dispositivo moderno di politica neo-coloniale: estrazione di materie prime e plusvalore dalla forza lavoro nel sud del mondo da poter consumare come “diritto di natura” qui da noi nel primo mondo. Ipotizzando poi, per assurdo, un’effettiva estensione universale del reddito di cittadinanza su scala globale ciò che ne conseguirebbe è la perdita di senso del denaro stesso quale equivalente generale di tutte le merci: la moneta così prodotta non sostanzierebbe più alcun valore poiché non rappresenterebbe il corrispettivo astratto della prestazione lavorativa incorporata nelle merci prodotte. Pura fantascienza – poiché emergerebbero comunque sistemi monetari alternativi per remunerare le prestazioni lavorative e rappresentarne il valore negli scambi – ma era doveroso seguire la narrativa post-moderna sul suo stesso terreno distopico al fine di smontarla.

Il reddito di cittadinanza universale incondizionato, qualora messo in pratica, costituirebbe una misura massiccia di sostegno alla domanda, ecco perché non dispiace al capitale che si trova ad affrontare – non dal 2007 ma bensì da vari decenni – una strutturale e latente crisi da sovrapproduzione dovuta al modo tendenzialmente irrazionale ed anarchico con cui i singoli attori (capitalisti) si muovono sul mercato – persino Einstein dixit7 – con l’unico obiettivo di massimizzare i profitti. In tal senso, la finanziarizzazione dell’economia e la delocalizzazione dell’industria manifatturiera – verso lidi dove l’estrazione di plusvalore dalla forza lavoro può essere maggiore – avranno causato qualche bolla ma non hanno generato la crisi strutturale che il capitalismo si trascina dietro da sempre con le sue contraddizioni. Tali fenomeni hanno semmai consentito, come misure di contro-tendenza, di rallentarla e procrastinarne l’emersione riducendo i costi di produzione (nel caso delle delocalizzazioni) e dopando i consumi (nel caso del credito al consumo). Ovviamente tutto ciò si è dimostrato insufficiente e l’idea di dopare la domanda scaricando sulla fiscalità (ricordiamolo, sostenuta quasi interamente dai lavoratori salariati) l’onere di garantire al capitale il “diritto all’accumulazione” – messo a rischio dalla scarsa capacità di consumo delle masse – non dispiace a chi vuole conservare e proteggere tale ignobile “diritto”. L’idea non è nuova, già nel 1797 Thomas Paine – considerato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America – ipotizzava che, per garantirsi il consenso sociale delle masse rispetto ai diritti di proprietà privata, il governo avrebbe dovuto corrispondere ad ogni cittadino 15 sterline l’anno come contropartita per questo privilegio antisociale.

La domanda che dovremmo porci è perché abbiamo bisogno di tali misure di sostegno alla domanda. Da dove nasce tale necessità? Decenni di attacco ai salari (sostenuto ideologicamente anche dagli utili idioti della a-sinistra radicale e dei movimenti di cui abbiamo parlato finora) e la disoccupazione ormai strutturale rendono praticamente impossibile il consumo dell’enorme quantità di merci prodotte. Si è preferito contrarre i salari e ridurre il potere contrattuale dei lavoratori, si è preferito mantenere la disoccupazione – il famoso “esercito industriale di riserva” – su un livello vantaggioso per il capitale8 ed ora i nodi vengono al pettine con l’acuirsi della crisi da sovrapproduzione aggravata dalle scarse capacità di consumo dei lavoratori. Dove ha già fallito – mostrando tutti i suoi limiti – il credito al consumo, fallirà anche il reddito di cittadinanza universale ed incondizionato. Il problema è alla radice, sta nelle contraddizioni intrinseche del modo di produzione capitalista. Come abbiamo visto, il capitale produce in maniera tendenzialmente irrazionale ed anarchica; i singoli attori sul mercato spinti a contrarre i costi dalla competizione tecnologica e commerciale tendono ad aumentare l’investimento in capitale costante (macchinari) a discapito di quello in capitale variabile (forza lavoro) con l’irrazionale convinzione che i lavoratori potranno continuare a consumare le loro merci forse perché stipendiati da qualcun altro. Quest’infantile ingenuità però non trova riscontro nel mondo reale dove l’aumento degli investimenti in capitale costante (macchinari) proporzionalmente maggiore a quelli in capitale variabile (forza lavoro) è generalizzato e pone un problema fatale per l’intero sistema: la caduta tendenziale del saggio del profitto. I top managers non leggono Marx (purtroppo per loro e per noi) e non sono pagati per ragionare sistemicamente o sul lungo periodo: i risultati trimestrali della singola azienda non possono mostrare questa gigantesca falla nel sistema. Quando tutti i singoli attori sul mercato si saranno mossi allo stesso modo sarà difficile immaginare chi possa continuare a sostenere i consumi delle enormi quantità di merci prodotte e dunque consentire di ripagare l’investimento in macchinari e lasciare spazio per il profitto atteso dai capitalisti. In tal senso, la battaglia per un reddito di cittadinanza universale (che non sia dunque una misura particolare e dedicata di lotta a precarietà e povertà) rappresenta una scelta politica di compatibilità col sistema. Le forze politiche che la sostengono – siano esse forze organizzate come il MoVimento5Stelle o forze disorganizzate come i plurali “movimenti” spuri che affollano(?) la a-sinistra radicale – si muovono sul terreno della totale compatibilità al sistema capitalista avendo confuso ogni logica redistributiva e abbracciato questa porcata padronale, tanto cara ai liberisti alla Milton Friedman. Inoltre, le forze politiche che si battono per il reddito di cittadinanza universale e incondizionato si pongono in sostanziale continuità con le scelte antipopolari del governo Renzi (e i suoi predecessori) nel tentativo di emanare delle contro-riforme caratterizzate dall’attacco reazionario ai salari e ai lavoratori. Chi promuove mancette di stato indiscriminate non è in realtà diverso da chi ha finora lavorato per lo smantellamento dei diritti dei lavoratori (facilità nei licenziamenti, precarietà, disoccupazione strutturale) e costituisce – in buona sostanza – solo l’altra faccia della stessa medaglia: legittima lo status quo e rimette sulla fiscalità (lo ripetiamo, sostenuta quasi interamente dai salari) il costo delle contraddizioni di un sistema malato. Così il cerchio si chiude e il capitale ringrazia, finché dura.

Senza alcuna velleità stile “decrescita felice”, senza alcuna fascinazione per epoche pre-moderne, senza nessuna fantasia luddista di distruzione delle macchine e di mordacchia al progresso, rivendichiamo la radicalità del problema – nel senso che questo sta alla radice del mondo di produzione capitalista – e dunque la necessaria radicalità della soluzione. Non è l’avanzamento tecnologico il nostro nemico ma il capitale che oggi governa e gestisce tale avanzamento. Solo fuori dal dominio capitalista i benefici dell’avanzamento tecnologico potranno essere socializzati, redistribuiti ed essere diretti al miglioramento delle condizioni di vita e lavoro delle classi popolari. Noi Comunisti stiamo dalla parte dei lavoratori, difendiamo i salari e siamo favorevoli a misure specifiche e “particolari” di lotta alla precarietà, povertà e marginalità sociale ma il nostro obiettivo rimane il lavoro e – in prospettiva – la fine della schiavitù salariale, a cui il progresso – in regime socialista – può contribuire. Vogliamo che a lavorare siano tutti: meno, sicuramente meglio, ma tutti. Paradossalmente, tale obiettivo sarebbe perseguibile anche grazie all’aumento della produttività fornitoci dal progresso tecnologico; ovviamente una tale socializzazione dei benefici del progresso è pensabile solo al di fuori del far west capitalista. Fintanto che persiste il diritto all’esproprio di plusvalore e fintanto che la produzione non è determinata dai bisogni ma anarchicamente e irrazionalmente orientata dalla promessa del massimo profitto la disoccupazione aumenterà, peggioreranno le condizioni dei lavoratori, le crisi di sovrapproduzione e della domanda saranno sempre più evidenti e nessuna macchina potrà sottrarre i lavoratori dal bivio tra schiavitù salariale e disoccupazione. Non ci troverete mai dalla parte del padrone ad elemosinare mancette indiscriminate condite di presunta uguaglianza ma buone solo a mandare avanti una barca che sta affondando.

“Lavorare meno, lavorare tutti, produrre il necessario, distribuire tutto”.

Note
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5 A partire dall’anno 0 ci sono voluti circa 1600anni per il raddoppio della popolazione mondiale

6 Stendiamo un velo pietoso su chi vorrebbe un reddito di cittadinanza in quanto convinto di generare con le sue abitudini di consumo, i suoi click e like su facebook un valore tale da giustificarlo. Il biocapitalismo dà alla testa più del caldo e non aggiungiamo altro.

8 Basti pensare che l’architettura liberista Europea ha previsto un tasso di disoccupazione di equilibrio calcolato tramite NAWRU – non accelerating wage rate of unemployment – che impone soglie minime di disoccupazione differenziate per paese, e pensare che qualche illuso sogna ancora Keynes fuori tempo massimo.

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