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Le mani del capitale sul “polmone del mondo”. Il caso della soia in Amazzonia

di Giacomo Canetta e Giovanni Ragusa

Al centro dei dibattiti ecologisti di ogni grado, ormai da svariate decadi, c’è la Grande Foresta Amazzonica. Il “polmone verde” del nostro pianeta, infatti, è vittima da tempo immemore di continui attacchi, sotto forma di incendi e disboscamenti, per strappare alla natura spazi da mettere a coltura (e non solo) e regalarli a produttori di ogni tipo, che inseriti nelle grandi catene del valore vanno a soddisfare la crescente domanda di beni alimentari e foraggi per allevamenti. In particolare negli ultimi giorni, un’indagine condotta da Repòrter Brasil, e poi approfondita da Greenpeace e The Bureau of investigative journalism, ha messo alla scoperta uno dei tanti meccanismi con cui le grandi aziende multinazionali del settore agroalimentare riescono ad aggirare le poco efficaci leggi vigenti in materia di tutela ambientale e sostenibilità.

Il caso presentato dall’inchiesta è significativo poiché, ad essere messe sotto i riflettori, sono le società Bunge, Cofco e Cargill, che negli anni si sono impegnate ad acquistare grandi quote di soia da altre due società. Una è la Aliança Agrícola do Cerrado, posseduta dal conglomerato agroindustriale Sodrugestvo, che ha sede in Lussemburgo. L’altra è la Fiagrill Ltda, un colosso cinese a capitale pubblico che ha concesso a questa azienda un prestito triennale da ben 300 milioni di dollari a partire dal 2019. Queste due società, insieme, hanno esportato più di 2,5 milioni di tonnellate di soia a partire da agosto 2015, ed entrambe hanno firmato l’accordo sulla moratoria della soia, un documento internazionale con cui i firmatari si impegnano a non acquistare soia prodotta nei territori deforestati dopo il luglio 2008 in Amazzonia (la cosiddetta “soia sporca”). Dov’è allora il problema, ci si chiederà?

 Nonostante tutto ciò, a quanto pare, le due società avrebbero ripetutamente violato le norme che si sono impegnate a rispettare approfittando di una falla nel sistema: per quanto la moratoria impedisca di acquistare il prodotto da stabilimenti posti su porzioni di territorio strappati alla foresta dopo il 2008, niente impedisce loro di commerciare con soggetti che sono stati colti a disboscare, ma che producono anche su altre terre. Un simile meccanismo lascia aperta la porta ad un riciclaggio abbastanza scontato, per cui la soia sporca prodotta nello stabilimento X viene poi venduta a questi colossi per mezzo di uno stabilimento Y formalmente “pulito”. È questo quanto accaduto con lo stabilimento di Alexandra Aparecida Perinoto, una coltivatrice di soia ed allevatrice di bestiame che rifornisce i due colossi di cui sopra e che già nel 2018 era stata punita per aver appiccato incendi nella zona di foresta del Marcelandia, nello stato del Mato Grosso, sottraendo alla foresta circa 15km quadrati. La Perinoto è stata inserita da Greenpeace in una “lista nera” tramite cui l’agenzia vuole attenzionare le varie multinazionali del settore sui produttori di soia “sporca”. Ma a quanto pare a niente è servito tutto ciò, poiché questa è riuscita a far entrare il suo prodotto nelle catene di commercio tramite una seconda azienda in suo possesso, che ovviamente è quella da cui Alianca e Fiagrill acquistano la soia.

Questa vicenda, in realtà non la prima e, purtroppo, nemmeno l’ultima di questo genere, deve portare i punti di riflessione a muoversi su alcuni elementi cardinali. Uno è sicuramente il chiaro esempio di come non esiste partecipazione pubblica all’investimento privato che sia classificabile come buona e progressista. La stessa narrazione circa la natura “filantropica” dei monopoli capitalistici cinesi, che alcuni oggi sposano a sinistra, cade di fronte all’evidenza. Quando a muovere le forze produttive è il capitale, lo sfruttamento delle risorse naturali del pianeta non può che rispondere alle logiche di profitto, che verranno sempre prima della “sostenibilità”.

Un altro elemento che risalta da questi casi è la debolezza delle soluzioni “green”, “etiche” e “sostenibili” che nascono all’interno del capitalismo e ne rispettano tutte le dinamiche. Gli ultimi decenni hanno visto fiorire una moltitudine di certificazioni che mirano a garantire ai consumatori prodotti con determinate caratteristiche: più naturali e salutari, meno impattanti per l’ambiente, che rispettano maggiormente i diritti dei lavoratori etc. Una risposta che segue, ovviamente, alle crescenti attenzioni che fette importanti della popolazione dedicano a temi quali l’ambientalismo, ad esempio. Ma, di che tipo di risposta si tratta?

È prima di tutto una risposta del capitale, per adattarsi ai nuovi mercati. Il risultato della capacità del capitale di “assorbire” nelle sue logiche ciò che potrebbe indebolirlo (critica allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, ad es.), rendendolo innocuo in una forma interna al mercato, all’accumulazione e al profitto. Da sempre il mercato globale cambia costantemente la sua composizione: merci desuete smettono di circolare mentre altre vivono un boom. In questo senso, la proliferazione delle più svariate certificazioni e dei rispettivi prodotti green piuttosto che fair-trade risponde oggi alla necessità di occupare nuove fette di mercato che si aprono.

Ma, direbbe qualcuno, non significa quindi che proprio per questo diventa importante “votare con il portafoglio”? Non sarebbe necessario supportare acquistando, cioè, le produzioni etiche/sostenibili ed evitare invece i prodotti che non rispettano determinati standard? Il problema principale di questa logica sta nei meccanismi di fondo che regolano il modo di produzione capitalistico. Il profitto è il motore principale del nostro sistema economico. Non importa quanto volenteroso o illuminato possa (dire di) essere un padrone che si impegni attivamente per produrre merci particolarmente “sostenibili”. Per rimanere sul mercato bisogna fare profitti, più profitti degli altri nostri concorrenti. Appare quindi evidente che, se la forza propulsiva del capitale è sempre e solo il profitto, possiamo mettere tutte le “pezze” che vogliamo, inventarci qualsiasi certificazione, ma la direzione sarà sempre la stessa. Sperare che avvenga il contrario, sarebbe come sperare di arginare un fiume in piena con una manciata di sassolini.

Proprio i casi di cui sopra – che coinvolgono falsi marchi green per le coltivazioni di soia – ci mostrano come inevitabilmente, se la logica del profitto continua a farla da padrona, ogni tentativo di arginare il fenomeno senza andare alla radice del problema verrà col tempo inevitabilmente aggirato, indebolito, spesso eliminato del tutto. Dinamiche simili, di contraffazione di certificazioni, piuttosto che di norme aggirate bellamente, sono all’ordine del giorno.

Come possiamo, in queste condizioni, sperare di “votare con il portafoglio”? Come possiamo pensare di cambiare corso al fiume scegliendo di comprare questo o quel prodotto, quando le logiche di fondo di questo sistema economico fanno riferimento esclusivamente allo sfruttamento (di risorse e di esseri umani) e al profitto?

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