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Ready Player One: distopia e cultura pop

*di Andrea Magara

È il 2010 quando Ernest Cline pubblica il suo best seller: Ready Player One, o più semplicemente, Player One. Nello stesso anno la Warner Bros acquista i diritti del romanzo e, finalmente, nel 2018 arriva nelle sale cinematografiche l’omonimo film.
La regia viene proposta a diversi “Big”, tra cui Christopher Nolan, Robert Zemeckis, Matthew Vaughn e Peter Jackson, ma infine sarà affidata a Spielberg, uno dei cineasti più popolari del nostro tempo, il creatore di cult come E.T, Jurassic Park, Indiana Jones e Salvate il soldato Ryan.

La storia inizia nell’ anno 2045 in un mondo distopico, ormai funestato da gravi crisi energetiche e sconvolgimenti geopolitici, dove intere città sono ridotte a fatiscenti baraccopoli, mentre i ricchi prosperano e le multinazionali godono di un potere enorme. Le persone, ormai rassegnate, cercano così rifugio in un mondo virtuale, più tecnicamente un MMOSG (massively multiplayer online simulation game), chiamato Oasis, creato dal visionario James Halliday e dal suo socio Ogden Morrow. In questo mondo si può essere chi si vuole, visitare ogni luogo immaginabile e fare ogni sorta di attività attraverso il proprio avatar, e tutto indossando un semplice visore, che richiama deliberatamente all’Oculus VR, in pratica il sogno di ogni ragazzino.
Il protagonista, Wade Watts, aka “Parzival” è un diciasettenne di Columbus che vive in una baraccopoli con sua zia, e come tutti si rifugia in Oasis, affrontando diverse sfide e rimanendo collegato per giorni; ciò che lo distingue dagli altri è la sua profonda conoscenza della cultura pop e di Halliday, dal quale è quasi ossessionato. Quando il creatore di Oasis muore lascia un messaggio a tutti i giocatori: chiunque riesca a trovare un easter egg, superando le sue sfide, otterrà il controllo totale del mondo virtuale ed erediterà 500 miliardi di dollari. Scatta subito la caccia al tesoro a cui partecipano tutti, compresa la Innovative Online Industries, conosciuta come IOI, la multinazionale di Nolan Sorrento, determinata ad acquisire il controllo di Oasis per piegare il sistema a suo vantaggio, ad ogni costo.

Ready Player One è essenzialmente questo: un’immensa citazione alla cultura pop dagli anni 80 fino ai giorni nostri, rigogliosa di riferimenti al mondo videoludico, cinematografico e musicale. Il film riuscirà sicuramente a trovare qualcosa di particolarmente caro allo spettatore e a farlo emozionare, che sia questo un riferimento a Ritorno al futuro, King kong, Shining, Halo, Street Fighters oppure Jump dei Van Halen. La pellicola, dunque, riesce perfettamente in questo, la struttura stessa del film richiama a quella elementare di un videogioco: completa la quest, prendi la chiave, colleziona tutte le chiavi e ottieni il bottino.

Il film lascia due messaggi allo spettatore, il primo, quello esplicito è che per quanto possa essere mirifico questo “paradiso nerd” non bisogna distaccarsi completamente dalla vita reale, motivo per cui i vincitori decideranno di chiudere Oasis due giorni la settimana, una misura un po’ troppo “laissez faire”, a parer mio. Il secondo punto, quello che rimane nell’ombra e passa inosservato, può e deve essere messo in luce da una sana riflessione. Il mondo del 2045 è un mondo che dovrebbe far paura, un futuro in cui l’economia è dominata da un numero sempre più ristretto di grandi multinazionali e dove la concentrazione di capitali ha raggiunto livelli insostenibili, e a pagare il prezzo sono sempre gli stessi, quelli che vivono nelle città tramutate in baraccopoli, in dei squallidi container e che hanno perso ogni voglia di lottare, se non per una cosa, ossia Oasis. Per mantenere il loro “strumento di evasione” i protagonisti verranno spinti a lottare da un discorso di Wade, tenuto a pugno alzato. Ma Oasis è, guardando ai fatti, uno strumento di oppressione, funzionale a tenere “incubate” le persone al suo interno per giorni, facendogli dimenticare la realtà di fame e povertà in cui verranno nuovamente catapultati in quei due giorni di shut down del sistema. Nel film viene inoltre mostrato un sistema di prigionia privato, adottato dalla IOI, per cui si possono incarcerare persone per debiti, contratti anche da terzi, e costringerle a lavorare per l’azienda creditrice nel mondo virtuale, facendo mining online.

Tirando le somme, le quasi due ore e mezzo che trascorrerete in sala passeranno velocemente, con ritmi serrati e frenetici, tra una gara mozzafiato e un combattimento “all’ultimo sangue”, complice il sapiente uso della CGI, di cui bisogna, chiaramente, avvalersi in un prodotto del genere. Spielberg dimostra, quindi, ancora una volta abilità nell’intrattenere lo spettatore e la sua competenza tecnica, ma non aspettatevi una trama innovativa o profonda perchè Ready Player One è quello che è, un grande viaggio nella cultura pop, capace di far sognare un po’ chiunque lo guardi, ma alla fine bisogna svegliarsi e fare i conti con la realtà.

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