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Bruno Attinà – Compagno, dottore e sindaco della comunità di Motta S.G.

*di Riccardo Polimeni

Siamo negli anni ‘70 del 900, le condizioni dei lavoratori italiani nelle gallerie e nelle miniere in costruzione in tutto il paese erano molto critiche ed erano largamente richiesti da parte delle aziende nazionali e straniere, in particolare, gli specializzati minatori di Motta San Giovanni, comune in provincia di Reggio Calabria. Direttamente proporzionali erano però i casi di decessi dovuti alla mancanza di misure di protezione e prevenzione per gli operai, i quali potevano munirsi di caschetto, quando e se i loro risparmi lo permettevano. Nonostante, nel corso dei decenni, diverse ipotesi, che vedevano nelle sostanze inalate nel corso dell’orario di lavoro la causa dei continui decessi, vennero sollevate, la comunità scientifica non si era mai attivata per riconoscere la “causa mortis”. L’attività lavorativa generava sintomi non analizzati in modo approfondito, i quali sembravano non poter essere curati e non aver possibilità di sollievo: gli operai si riducevano a morire orribilmente soffocati nel momento in cui i propri polmoni si ustionavano dopo aver inspirato le particelle nocive diffuse nei luogo di lavoro, dove venivano realizzati pozzi, miniere e gallerie. Nel mottese i morti ammontavano a diverse centinaia in una piccola comunità meridionale di poche migliaia di famiglie. Lo Stato non riconosceva come malattia professionale tali condizioni di salute (soffocamento e lento consumo del tessuto polmonare), che, pur non avendo prima del ‘75 un nome, era palesemente comune per chi esercitava quella professione.

Dove però lo sfruttamento dei minatori raggiungeva il suo apice, venne ingaggiata una ferrea lotta per il riconoscimento di tali condizioni di lavoro e il diritto alla salute, che vedeva la figura del compagno Bruno Attinà (in seguito sindaco per il Partito Comunista Italiano, membro attivo della associazione Italia-URSS reggina e giovane medico) e nel suo assistente e amico fraterno Gaetano Polimeni, l’avanguardia dei pochi operai ancora in vita, delle loro famiglie e di quelle dei deceduti. Il primo era forte, naturalmente, delle proprie conoscenze sulle malattie cardiache in cui si era specializzato, il secondo, oltre che documentare la cronologia degli eventi, prese contatti con molti degli operai delle miniere.

Promuovendo conferenze e scioperi Attinà mise in allarme lo Stato che temeva di perdere gli elevati introiti che quelle miniere generavano e di dover venir meno agli impegni con le altre nazioni che attendevano l’invio di operai specializzati: ma ancor più grande nei suoi confronti era il terrore per le sue capacità in campo medico, affiancate a quelle di agitatore, che impiegava nello studio dei sintomi per il riconoscimento della malattia.

Dopo anni dedicati alla causa giunse infine a collegare scientificamente le condizioni di lavoro alla malattia che colpiva buona parte dei lavoratori di miniere/gallerie, trovando un nome a tali sintomi che portavano irrimediabilmente al decesso. La malattia, per il danno recato ai polmoni e al sistema respiratorio venne dunque rinominata dal compagno Attinà “Silicosi Polmonare”. Fino a quel momento la morte di centinaia di persone venne attribuita a dei banali collassi cardiorespiratori.L’elevata percentuale di decessi portò, nella cultura Mottese, a chiamare le mogli dei minatori “Vedove Bianche” quasi ad aver riconosciuto senza competenze scientifiche, con una nota di saggezza popolare, il pericolo a cui questi uomini andavano incontro.

Non trovando però alcuna cura, nonostante i tentativi effettuati su alcuni dei suoi pazienti, si mise in moto in sede legislativa per indicare delle linee guida che portassero alla prevenzione di tale malattia. In primo luogo l’utilizzo di idonee attrezzature di lavoro quali bombole di ossigeno durante la permanenza nel sottosuolo, turni di lavoro non superiori a due ore, caschi e mascherine. Dopo mesi di lotte nelle miniere e in seguito al riconoscimento della scoperta medica del compagno Attinà le famiglie degli operai deceduti ottennero l’assistenza statale che era loro di diritto. L’approvazione da parte della comunità scientifica della tesi riguardante la correlazione tra lavoro e “Silicosi Polmonare” e le numerose battaglie in sede politica portarono all’ emanazione della legge n°780 del 27.12.1975 ( di cui alcuni articoli sono specifici per la situazione Mottese ) che riconobbe tale condizione come malattia professionale.

La malattia è attualmente debellata, e i discendenti degli operai deceduti poterono godere di agevolazioni legislative che consentivano di istruirsi e vivere una esistenza dignitosa. Ma terminata la battaglia contro lo sfruttamento dei minatori il compagno ridimensionò l’importanza di tale riconoscimento ebbe: non smise mai infatti di ribadire come soltanto l’unione delle lotte per la conquista dei diritti sociali poteva portare all’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e come solo con in uno stato in cui gli operai detengono il potere è possibile raggiungere tale obbiettivo, e considerando queste conquiste, come degli avanzamenti importanti ma pur sempre parziali e temporanei. Come purtroppo la situazione sempre peggiore della classe lavoratrice nel nostro paese dimostra senza inganni.

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