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Che cos’è un “morto vivente”? Lo zombie di Romero e la critica sociale

*di Francesco Raveggi

Quando muore un personaggio famoso, specialmente quando questi è una vera e propria icona del proprio ambito, capita che tutti, a 360 gradi, vogliano tessere le lodi del personaggio, limitandosi ad una tendenza, sempre più maggioritaria nel giornalismo moderno, alla celebrazione dell’artista “apolitico”, o indipendentemente dalle sue idee.

È questo il caso del famoso regista e sceneggiatore George A. Romero, morto pochi giorni fa in un ospedale a Toronto, a 77 anni, dopo una lunga malattia, di cui proveremo, in modo riassuntivo, a porre, al contrario, in luce il punto centrale che si celava dietro le sue opere, tutt’altro che “filmetti”.

Il neorealismo parla chiaro, senza filtri, esponendo lo spettatore alla quotidianità, al problema reale del presente; la fantascienza prende una problematica del presente e la estremizza, per mostrare allo spettatore “cosa accadrà se non risolveremo il problema”; e ancora il genere storico, che si può dire compia un’operazione inversa alla fantascienza, utilizzando un singolo episodio del passato per mostrare le radici di un problema della contemporaneità – o la costante ripresentazione del problema in esame in più periodi storici. Questi generi, che hanno conosciuto la fama in determinati momenti sia in ambito cinematografico che in ambito letterario, sono sostanzialmente i tre generi “classici” con cui si può portare avanti, artisticamente, una critica alla società contemporanea.

È indubbio che serva una certa maestria per poter produrre un contenuto che sia allo stesso tempo un buon prodotto ed uno strumento di critica. Anche all’interno di questi generi “classici” tramite cui si porta avanti una visione differente, il rischio di scivolare “da una parte o dall’altra” (di fare, sostanzialmente, un prodotto pieno di spunti di riflessione ma che non riesca minimamente ad essere fruibile ai più o, al contrario, un film o un libro che annacqui all’estremo il messaggio di fondo che vuole dare, nella forzata volontà di piacere a tutti) è alto e lo è ancor di più quando si esce dai generi sopracitati. Ecco, dunque, dove risiede la bravura di un personaggio come George Romero (o, con l’animazione, di personaggi come Miyazaki): non soltanto, nel corso della sua lunga carriera, è entrato di diritto nell’immaginario collettivo del cinema con dei veri e propri capolavori (primi fra tutti “La notte dei morti viventi” e “Zombi”, rispettivamente del 1968 e 1978) che hanno rivoluzionato il suo genere, ma è anche riuscito nel non facile intento di coniugare un genere di per sé in parte estraneo alla quotidianità con la critica sociale.

Sarebbe lungo – e, forse, anche ingiusto – tributare un regista facendo una lunga descrizione di ogni sua singola opera, pretendendo di estrapolare da ogni film un concetto diverso. Volendo, al contrario, tirare un filo conduttore delle sue opere inerenti ai “morti viventi”, invece, si può esaminare il vero significato di una scelta che, sebbene non lo fosse inizialmente, è diventato il principale strumento nelle mani di Romero per ribaltare completamente il genere horror.

In definitiva, cosa rappresenta il “morto vivente”? Quando si pensa all’horror viene in mente Dracula, il “Mostro” del Dottor Frankenstein, possono venire in mente strane e deformi creature che si annidano nel sottosuolo o in remoti edifici abbandonati. Il presentare il mostro “uomo” fu, invece, un’esplosione dirompente nel cinema. Il morto vivente, lo “zombi” (o “zombie”) è un “mostro”, si, ma era un uomo. Che sia stato trasformato da una malattia, un virus, che sia semplicemente stato morso da un altro morto vivente, lo zombi era a tutti gli effetti un essere umano e la più grande dimostrazione di ciò è nel suo aspetto; non viene tramutato, non perde la sua riconoscibilità umana. Rimane, seppur con alcune variazioni fisiche, un essere umano, privo di razionalità, privo di umanità, agisce per mero “istinto” (per traslato: per spirito di sopravvivenza). Lo spingere i protagonisti dei propri film al dover scappare da queste orde gigantesche di morti viventi, a doversi trovare a contatto con realtà umane diverse, a dover rinunciare alle proprie abitudini, spesso ai propri affetti, permette di mostrare come la vita potrebbe, nel bene o nel male, procedere in situazioni disperate, quando ci si trova spesso a dover scegliere tra aiutare il prossimo, rischiando di morire, o sacrificarlo, per garantire la propria, individuale sopravvivenza. L’apocalisse zombie fa uscire il lato peggiore dell’essere umano; non esiste l’eroe che combatte il male. Esiste l’uomo e la giungla urbana, irta di pericoli, in cui si muove. Peculiare è, in questo senso, proprio il percorso che viene sviluppato attraverso l’ideale tetralogia (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli Zombi, La terra dei morti viventi), in cui ogni film re-interpreta la presenza dei suddetti “mostri” in una chiave di analisi sociale e politica degli Stati Uniti d’America.

Se ne “La notte dei morti viventi” viene affrontato di petto un tema caldo per il periodo (1968) come il razzismo – peculiare fu la scelta di Romero di un attore afroamericano, Duane Jones, per interpretare uno dei personaggi principali – e la critica all’impegno militare statunitense in Vietnam, infatti, “Zombie” (il cui remake è uscito nel 2005 per la regia di Zack Snyder) è una critica totale della società consumistica americana, ambientato proprio in un centro commerciale, all’interno del quale i sopravvissuti si riuniscono. “Il giorno degli Zombi” è poi una critica serrata alle politiche del presidente Reagan, aggressive nei confronti dell’Unione Sovietica. “Il giorno degli Zombi”, si colloca in un panorama cinematografico che ha visto l’emergere di film come “Alba Rossa”, “Il giorno dopo”, film, insomma, in cui la Terza Guerra Mondiale partiva dietro comando sovietico ed in un panorama politico che vedeva la presidenza statunitense convinta della necessità della “vittoria decisiva” contro il comunismo, con la scusa della quale si giustificò il massiccio programma di produzione nucleare portato avanti in quegli anni. Infine viene il film del 2005 “La terra dei morti viventi” che, sebbene non rappresenti la produzione meglio riuscita del ciclo, dà comunque uno sguardo critico e disilluso nei confronti del presente; la presenza umana su una Terra oramai dominata dai morti viventi è ridotta a pochissimi insediamenti fortificati sparsi nel territorio degli Stati Uniti. Uno di questi, che funge da ambientazione di sfondo del film, è la città di Pittsburgh, presentata come una vera e propria piramide sociale, in cui i pochi ricchi si sono asserragliati in alti palazzi e grattacieli, relegando la massa di poveri nei bassifondi, vicini alle recinzioni elettrificate che tengono fuori gli zombi dalla città, in mezzo al dilagare della criminalità, delle epidemie e della disoccupazione. L’evoluzione stessa che subiscono gli zombi in questo film cambia il messaggio che essi portano; gli zombi de “La terra dei morti viventi”, infatti, sono morti viventi che cominciano a “prendere coscienza”, che imparano ad utilizzare gli strumenti, che arrivano a comprendere i propri errori ed a porvi rimedio. Tutto il film, in definitiva, ruota attorno alla critica alla globalizzazione, alla disuguaglianza sociale e, infine, allo sfruttamento dei paesi poveri per garantire la sopravvivenza dei pochi ricchi.

La cosa incredibile è che quando feci “La notte dei morti viventi” non avevo pensato di fare un film sugli zombie. Volevo semplicemente mostrare che sebbene fuori succedesse qualcosa di straordinario, le persone rimangono attaccate alle loro beghe e alle loro meschinità e non si accorgono di cosa stia accadendo al di là del loro contesto. […] Stavo portando la prima copia stampata de “La notte dei morti viventi” a New York. Ero in macchina e alla radio annunciarono l’omicidio di Martin Luther King. Immediatamente pensai che il mio primo film sarebbe diventato un film totalmente politico”.

Dopo “La notte dei morti viventi” non avevo intenzione di ritornare sul tema zombie fino a quando un gruppo di conoscenti mi avvisò che stava sviluppando il primo centro commerciale di grandi dimensioni negli Usa. Quando andai a visitarlo realizzai che avevano costruito un tempio al dio denaro, al consumismo. Lì ebbi la scintilla di dire ‘ok posso tirare fuori gli zombie dal cassetto, utilizzarli come elementi immaginifici per parlare della realtà e dire il mio pensiero su di essa’. Gli zombie nel loro significato peculiare nascono con Dawn of the dead (“Zombi”).

Conclude infine Romero, parlando del fattore che più di tutti ha inciso sulla sua possibilità di esprimere liberamente la propria creatività ed il proprio pensiero, plasmando le proprie opere anche in questa direzione:

“Essere indie è l’unico modo per dire quello che si vuole. Le major anche quando vogliono essere amichevoli non lo sono e modificano il tuo lavoro. Fui molto fortunato nel 1978 ad incontrare un distributore indipendente come la UFDC, il suo fondatore oggi ha 94 anni ed è ancora in forma: grazie a loro ho distribuito i miei film rimanendo indipendente sempre”.

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