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Dal deserto all’Italia, la storia di Youssef: «non potevo più restare lì»

di Giulia Folino*

La scorsa settimana alcuni militanti della gioventù comunista (FGC) di Cosenza hanno organizzato un’iniziativa sull’immigrazione a Rogliano (CS), dove nelle settimane precedenti i richiedenti asilo ospitati in un Centro di accoglienza avevano attuato alcune forme di protesta per le condizioni di vita nel centro, arrivando anche a bloccare la strada principale del paese. Una situazione molto calda, con un paese di meno di 6mila abitanti che deve ospitare circa 500 rifugiati, situazione che causa non pochi problemi di convivenza.

Durante il nostro banchetto però abbiamo riscontrato una risposta abbastanza positiva dalla popolazione locale e da parte degli immigrati, uno dei quali si è fermato a parlare con noi e ha accettato di raccontarci la sua storia, ma per rispetto della sua privacy lo chiameremo Yousef. La sua non è diversa da quella di migliaia di profughi che fuggono da guerra, fame e sfruttamento, causati dagli interessi di grandi potenze e multinazionali, nella speranza di un futuro migliore.

-D: Ciao Yousef, da dove vieni e per quale ragione hai abbandonato il tuo paese originario?

-R: Ciao, Vengo dal Camerun e sono stato costretto ad andare via perché alcuni criminali volevano obbligare me e mio fratello a lavorare per loro, al nostro rifiuto sono entrati in casa sua, dove ero ospite, e ci hanno picchiati. Allora ho capito che non potevo più rimanere lì e sono scappato.

– D: Quanto è durato il viaggio?

-R: Il viaggio verso la Libia è durato 2 settimane, ma lì sono rimasto bloccato quasi un anno, dove sono stato catturato da degli uomini armati, che mi costringevano ai lavori forzati. Non sapevo chi fossero, ma spesso su di noi passavano aerei che sganciavano bombe e una volta ci hanno costretti a dormire nel deserto per paura che bombardassero la nostra prigione. Qui ero maltrattato perché sono cristiano, e un giorno una guardia mi ha preso con se e portato in una casa. Pensavo che mi avrebbe ucciso e invece mi ha detto che per sopravvivere avrei dovuto fingere di convertirmi all’Islam e così ho fatto.

-D: Come sei riuscito a scappare?

– R: Dopo mesi di lavori forzati sono riuscito a guadagnarmi la libertà e attraversando il deserto sono arrivato nella città di Beida, che si trova sulla costa e dove infuria la guerra civile. Qui mi hanno detto di cercare camerunensi per farmi aiutare e dopo alcuni giorni ne ho trovato uno che mi ha ospitato a casa sua, dove ho assistito ad una discussione fra lui e il suo capo, che voleva mandarlo a combattere la guerra. Così anche lui ha deciso di partire, ma ero senza soldi e me li sono fatti mandare dalla mia famiglia. Arrivati a Tripoli, da dove dovevamo partire, sono stato catturato dalla polizia, che dà la caccia a noi immigrati perché prima di rimandarci indietro chiedono un riscatto alle nostre famiglie, ma con un po’ di fortuna sono riuscito a fuggire durante una rivolta del carcere.

– D: Come sei riuscito a viaggiare da Tripoli all’Italia?

– R: La polizia aveva preso tutti i miei soldi e ho lavorato diversi mesi per mettere da parte la somma necessaria. Io e altri emigrati da vari paesi ci radunavamo in una via, dove aspettavamo che passassero jeep a prenderci per offrirci un lavoro, e solo una volta saliti sapevamo che tipo di lavoro fosse o se erano poliziotti in borghese. Raccolti i soldi necessari sono riuscito ad imbarcarmi e ad arrivare fino a Lampedusa.

– D: Da quanto tempo sei in Italia?

– R: Sono in Italia da 1 anno e 7 mesi, prima ho vissuto in un paesino vicino Como, dove ho giocato per la squadra di calcio locale e ora sono qui. La cosa più brutta è che quasi tutte le persone mi guardano male, ma grazie a Dio, alcune famiglie di Rogliano mi trattano come un figlio.

– D: Hai un lavoro?

– R: Non posso lavorare perché non mi vogliono dare il documento e per tanto non posso nemmeno spostarmi. Qui è difficile trovare lavoro e sono costretto a vivere con l’aiuto economico di mia sorella in Francia o con quello di amici italiani.

– D: Vorresti rimanere in Italia o andare da qualche altra parte?

– R: Io devo andare via, per forza! Penso che andrò in Francia, proverò a farmi dare il documento.

– D: Grazie mille per l’intervista, ti auguro il meglio!

*militante del FGC Cosenza

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