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Il ragionier Ugo Fantozzi nell’immaginario collettivo

*di Riccardo Polimeni

Ci sono personaggi che entrano nell’immaginario collettivo e alcuni che riescono a rompere ogni schema diventando icona di un periodo storico o di una condizione sociale. È questo il caso del ragionier Ugo Fantozzi, che a distanza di anni e in maniera parodistica è rappresentativo di una realtà oppressiva come quella a cui sono costretti impiegati e lavoratori nella serie di film.

Lo ricordiamo oggi, giorno della morte dell’attore che interpretava il ragioniere e suo ideatore, Paolo Villaggio, prima che il messaggio politico dei suoi film più famosi venga oscurata in un processo, oramai ben noto, di celebrazione del successo e non del significato di un’opera.

L’impiegato di rango più basso (il dodicesimo per la precisione) della megaditta “Italpetrocemetermotessilfossilfarmametalchimica” la cui possibilità di ricevere una promozione è sfoderare un atteggiamento servile, tipico del geometra Calboni, o sperare, come ne “Il secondo tragico Fantozzi”, che il direttore di turno lo reputi un buon portafortuna al casinò di Montecarlo.

E se in ambito lavorativo lo sfruttamento è persistente durante le ferie o prendendo parte agli eventi organizzati dal ragionier Filini, la situazione non migliora. Durante le vacanze la nuvoletta da impiegato è sempre in agguato con getti di acqua gelida, la lettura è chiara: dietro questi eventi “soprannaturali” si cela la metafora di una condizione mortificante sul lavoro e che, riflettendosi in stanchezza e ansia nei pochi periodi di vacanza non permette distrazioni, qui ben celata con una generale “sfiga dell’impiegato”.

Non mancano le critiche verso la religione, che come nella realtà, è un elemento tradizionale e onnipresente nella vita dell’impiegato italiano, e non di conforto o soluzione, spesso invece sembra ingannare il povero ragioniere e beatificare gli arroganti megadirettori che ricoprono cariche ecclesiastiche, lavorative e politiche insieme fino a confondere le tre. Per non parlare della presunzione intellettuale di qualche borghesotto come il professor Riccardelli, amante di cinema espressionista tedesco, che costringe la lavoratori e famiglie a guardare film d’autore spingendoli al dibattito, di cui in una scena apprezziamo la rivalsa del ragioniere, anche se per poco, contro un’elité snob e saccente al grido: “La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca” (il nome fu  volutamente storpiato per non far trapelare l’idea che si volesse denigrare l’opera di Ejzenstejn). Ad aggravare la situazione si aggiunge una moglie che “stima” il marito più che amarlo ed una figlia dai tratti scimmieschi che col crescerà perderà ogni affetto per il padre, accenniamo solo a questo aspetto in quanto conoscerete tutti le vicende. Ricordiamo inoltre una delle scene più note, ovvero quello dell’autoisolamento del protagonista, deluso dalla disavventure del secondo film, che verrà confinato in una stanza buia a lavorare a stretto contatto con la “pecora rossa”, il ragionier Folagra, dell’azienda che tutti i colleghi tenevano a distanza per paura di ripercussioni, anch’essa macchietta comica, con cui stringerà amicizia e prenderà coscienza, brevemente, della sua condizioni, rivoltandosi contro la ditta, lanciando un sasso contro la stessa con conseguente intervento del “Megadirettore galattico”.

Esempi di segregazione dei dipendenti, come licenziamenti e minacce, con simpatie comuniste sono tipiche di questo sistema ed ancora oggi condizionano le politiche di monitoraggio e assunzione. In conclusione Paolo Villaggio ha dimostrato una capacità dialettica nel portare, con il mezzo della commedia, uno specchio della condizioni della classe operaia, un film che pur non impegnando la mente (il fine primo era infatti intrattenere), al contrario delle pellicole tanto odiate da Fantozzi e colleghi, porta ad una riflessione interessante dopo essere riusciti a smettere di ridere.

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