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La lezione di Ernesto Guevara ad ogni giovane comunista

Nell’anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara, ripubblichiamo questo articolo scritto nel 2012 da Alessandro Mustillo, attuale Segretario della federazione di Roma del Partito Comunista.

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Riscoprire Ernesto Che Guevara è un dovere di una nuova generazione di militanti comunisti, che hanno oggi il compito di rimuovere le incrostazioni commerciali, idealiste e anticomuniste, che il capitalismo ed una certa sinistra hanno addossato impropriamente alla sua figura.

Come spesso accade le figure che non possono essere ignorate, devono essere adattate alla realtà esistente. In Italia questo processo è avvenuto con la figura di Gramsci, con i continui tentativi di leggere un Gramsci “democratico” o “liberale”, critico nei confronti dell’URSS, precursore di ogni sorta di critiche imputabili al socialismo reale, e sostanzialmente anti-leninista.

Così per Che Guevara a livello mondiale è avvenuto un fenomeno simile. La diffusione della figura di un “grande idealista” mira a nascondere sempre la parte pratica, che poi altro non è che l’azione rivoluzionaria, perché il capitalismo può tollerare i grandi idealisti a patto che essi non mettano in atto ciò che pensano, o che siano dipinti come figure destinate alla sconfitta. Che Guevara è diventato un’immagine commerciale, spesso utilizzata in modo acritico, un’immagine buona per ogni stagione.

È un po’ di tempo che diversi compagni, anche tra i più giovani, manifestano una certa insofferenza verso la figura di Che Guevara, un’insofferenza dovuta all’assimilazione della sua figura con una certa sinistra ed un certo modo di fare politica, che del volto del Che aveva fatto la sua bandiera.

Questa figura rivoluzionaria si è così caricata di una serie di aspetti negativi, diventando quasi l’emblema di tutte le contraddizioni esistenti nella cosiddetta “sinistra radicale” italiana e non solo. Ma questo processo non può essere imputato a Che Guevara, né tantomeno alle sue idee. La sua figura è stata incolpevolmente caricata di questi aspetti. È nata così l’idea, nell’anniversario della sua morte, di rendere giustizia ad Ernesto Che Guevara. Liberare la sua immagine, dalle incrostazioni, spesso commerciali, subite dalla sua figura. Scrivere delle sue idee, di quanto ci ha lasciato nei suoi scritti e ancora di più nelle sue azioni, di quanto sia distante l’idea di un rivoluzionario che ha dedicato la sua vita alla causa della costruzione del socialismo a Cuba e nel mondo interno, dalle miserie della politica di oggi, e da quanti a sinistra di quel volto hanno tentato di farne una bandiera.

Ernesto Che Guevara è stato un grande comunista, un vero marxista-leninista, forse più di altri vero interprete delle idee del marxismo-leninismo, cosciente della necessità assoluta che per ogni vero comunista, teoria e prassi rivoluzionaria non possono che marciare di pari passo.

Come ogni uomo anche Guevara ha commesso degli errori. Non faremmo giustizia alla sua statura se non lo dicessimo, proprio riguardo a lui che in tutta la vita insistette come pochi sulla necessità della critica degli errori e sull’autocritica, come strumento di correzione e allo stesso tempo di crescita politica collettiva di un’organizzazione. Pagò con la vita una valutazione che si rivelò errata sullo sviluppo delle condizioni rivoluzionarie. Lo comprese tardi in Bolivia e andò incontro ad una sconfitta che pagò con la morte. Ma la nostra storia procede per errori, non è predeterminata da qualcosa o qualcuno, si muove dalla pratica e dall’esperienza, e dalla sconfitta trae la sua lezione. Questo nulla toglie alla figura di Che Guevara, che al contrario va conosciuta, studiata fino in fondo, per trarne insegnamenti fondamentali.

Come combattere l’antipolitica.

 Non è facile oggi spiegare ad un giovane la nostra diversità. Ogni militante comunista sa bene quanta difficoltà si incontra a distaccarci dalla visione collettiva della politica, purtroppo anche a causa di anni di visioni opportuniste da parte della cosiddetta “sinistra radicale”, che ha compromesso fortemente l’immagine dei comunisti in Italia.

La figura di Che Guevara è un esempio ed un antidoto, nel momento in cui l’antipolitica sembra divorare tutto ed in particolare le nuove generazioni, cresciute nell’epoca della fine delle ideologie.

Ristabilire la differenza tra quello che una volta veniva chiamato “rivoluzionario di professione“ ed il “politico di professione“, cioè del diverso modo di intendere l’azione politica per un comunista, come strumento di cambiamento dell’esistente e non di arricchimento personale, come impegno, passione militante, sacrificio di una vita dedicata alla causa rivoluzionaria, e non come asservimento alle logiche dell’esistente, accomodamento ai privilegi di una classe politica corrotta in nome del mantenimento di interessi economici preesistenti ed intoccabili.

La vita e gli scritti del Che ci offrono tantissimi spunti in questo senso. Il militante comunista è «un lavoratore instancabile, che, con abnegazione, pone al servizio della rivoluzione le sue ore di riposo, la sua tranquillità personale, la sua famiglia o la sua vita». Un militante che «deve essere sempre il più giusto» un esempio per i suoi compagni e per tutti. Quanto è distante una figura come quella di Che Guevara dalle miserie della politica di oggi, lui che nella lettera a Fidel Castro poco prima di lasciare Cuba, e con essa ogni sua carica nel partito e nel governo del Paese, scriveva: «non lascio a mia moglie e ai miei figli nulla di materiale e ciò non mi addolora».

Solo essendo noi stessi esempi di rigore morale, immagine vivente della diversità comunista, potremo ottenere la fiducia delle masse verso di noi e verso la nostra causa e con ciò trasformare quel sentimento comune ed istintivo di antipolitica in lotta contro il sistema e quei partiti politici che ne sono fedeli servitori.

Che Guevara marxista-leninista.

Che Guevara è stato un grande marxista leninista. Sebbene oggi si tenti di negarlo in ogni modo, questa verità palesa dalla sua vita, dalle sue azioni e anche da quanto ci ha lasciato di scritto.  Quando si parla di un Che Guevara idealista bisogna sempre stare attenti alla doppia valenza che questo termine ha. Che Guevara fu certamente un “idealista” nel senso più nobile del termine, come uomo che visse in nome di un’ideale di giustizia sociale e di liberazione dalla schiavitù imperialista, che seppe combattere in ogni parte del mondo in nome della causa del socialismo, rifiutando ogni forma di arricchimento materiale. Ma proprio per questo Che Guevara non fu un “idealista”, nel senso filosofico del termine, perché mirò a mettere sempre in pratica le sue idee, non si accontentò di leggere la realtà, ma lavorò per modificarla. Riconobbe la portata del pensiero di Marx in questo senso affermando: «il merito di Marx risiede nell’aver prodotto di colpo nella storia del pensiero sociale un cambiamento qualitativo. Non solo egli interpreta la storia, ne comprende la dinamica e ne prevede il futuro, ma oltre questo, che segnerebbe il limite del suo dovere scientifico, esprime un concetto rivoluzionario: non basta interpretare la natura, bisogna trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e strumento del mezzo e diventa architetto del proprio destino

Alla visione dell’idealista destinato al fallimento che una certa critica vorrebbe affibbiare a Che Guevara, va al contrario contrapposta la giusta immagine di un militante instancabile, attento organizzatore e soprattutto attento al lato della messa in atto dei principi teorici. Che Guevara, dedicò grande attenzione alla definizione dell’organizzazione, anzi fu sotto questo punto di vista un esempio importante. Così come Stalin in URSS e Secchia in Italia, Che Guevara scrisse in un suo noto discorso ai giovani: «molte grandi iniziative sono fallite, sono cadute nell’oblio per la mancanza del necessario apporto organizzativo, per sostenerle e portarle a buon fine» ed ancora «se non c’è l’organizzazione le idee dopo il primo impulso vanno perdendo efficacia, cadono nella routine, nel conformismo e finiscono per essere semplici ricordi.» Quale idealista sognerebbe un discorso di questo tipo?

Ma ancor di più Che Guevara, emblema dell’eroismo rivoluzionario insegna la necessità del lavoro quotidiano, delle piccole cose indispensabili per l’organizzazione, senza le quali nulla è pensabile, ed assegna a questi lavori il rango di vero lavoro rivoluzionario. È indispensabile oggi tenere a mente quella lezione, mentre la maggior parte delle persone sognano grandi eventi, che certo esprimono un sentimento spesso comune, ma che di fronte all’impreparazione generale e alla mancanza di piena coscienza sarebbero pericolose fughe in avanti. Capita così che anche da parte nostra si trascuri il valore rivoluzionario del lavoro quotidiano. Quel lavoro che porta alla conquista di piccoli ma significativi traguardi organizzativi, che aggiunge preziose energie alla militanza, che contribuisce ad accumulare quantitativamente quelle forze che sole possono generare un cambiamento qualitativo.

Così Che Guevara ammonisce «non può essere un buon comunista colui che pensa alla rivoluzione solo quando arriva il momento del sacrificio, della battaglia, dell’avventura eroica, di ciò che esce dal volgare e dal quotidiano, mentre nel lavoro di ogni giorno è mediocre o peggio.»

Il nostro ruolo di avanguardia.

Da grande marxista leninista Che Guevara dedica una parte rilevante dei suoi studi e dei suoi scritti al ruolo dell’avanguardia, alla figura del quadro e al ruolo storico del partito. Che Guevara dimostrò, più di ogni altro nella seconda metà del XX secolo, l’applicazione pratica della figura dell’avanguardia rivoluzionaria, di credere fermamente nella funzione di guida che un gruppo, anche ristretto, può svolgere nei confronti delle masse.

Scrivendo sulla figura del quadro comunista disse: «deve essere il migliore, il più giusto, il più completo, ma sempre, al di sopra di tutto, un essere umano. Deve essere membro di un partito che vibra a contatto con le masse; una guida che trasforma in direttive concrete i desideri a volte oscuri delle masse ». Una definizione preziosa oggi che contiene in sé un potente antidoto contro un rischio del nostro tempo. L’avanguardia è tale se è interna alla massa, se propende da essa in avanti, se ne rappresenta la parte più cosciente e pronta al compito che la storia richiede. Non è avanguardia se ne diviene estranea, se con il suo comportamento, le sue parole d’ordine, produce la sua alienazione nei confronti della massa. Dobbiamo sempre tenere a mente questo concetto perché mai e poi mai, la critica all’opportunismo di tanti deve farci cadere in forme di settarismo, che ci isolino più di quanto già fatto per anni dal fallimento della sinistra opportunista. Quel vibrare a contatto con le masse deve essere fondamento della nostra azione, sentire sulla nostra pelle per primi tutto ciò che accade nel mondo reale, evitando qualsiasi forma di auto isolamento in nome di una purezza ideologica, che se non è conseguente sul piano pratico è semplice artifizio letterario, gioco di parole, destinato a non produrre nulla sul piano reale. Parlando dell’esperienza cubana Che Guevara afferma che «il compito dei dirigenti e dei partiti è la creazione delle condizioni indispensabili per la conquista del potere». Ribadire sempre il ruolo attivo e non l’aspettare passivamente che tutto si crei da solo è fortemente necessario oggi.

Noi sappiamo che esistono condizioni oggettive che sfuggono al nostro controllo e che dobbiamo essere pronti a cogliere, ma sappiamo anche che, al contrario, quelle soggettive sono il prodotto della nostra attività, e che il nostro lavoro deve contribuire ogni giorno a creare quelle condizioni, attraverso la propaganda, l’attività organizzativa e l’azione politica. Non è un buon comunista chi lavora alla difesa della purezza ideologica e non è pronto a “sporcarsi le mani” nel lavoro pratico di ogni giorno: non è un buon comunista lo studente di una scuola che non è in prima fila per le giuste rivendicazioni sulla condizione dell’edilizia scolastica della sua scuola, o un lavoratore che non lotta per la sua condizione, un giovane che non combatte per migliorare la condizione del suo quartiere, ancorché sia il migliore nell’analisi e nello studio.

Non basta essere buoni conoscitori della teoria, se si è digiuni di pratica, perché solo il marciare insieme di teoria e prassi è un lavoro realmente rivoluzionario. Specie tra i giovani non bisogna storcere il naso di fronte alla mancanza di analisi politica, ma proprio qui il ruolo del quadro deve esprimersi con tutta la sua forza, nell’essere capace di interpretare quel sentimento istintivo che spesso guida le masse, e dare gli strumenti critici e di analisi per far comprendere fino in fondo la verità delle cose, ed orientare quell’azione spesso confusa e fine a se stessa, in un’ottica compiutamente rivoluzionaria.

Questa è la grande lezione che Che Guevara lascia alla gioventù comunista di tutto il mondo.

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