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La rivoluzione di Febbraio e l’attualità della strategia dei bolscevichi

Nei giorni in cui ricorre l’anniversario dell’inizio della rivoluzione russa di febbraio, inauguriamo un ciclo di articoli dedicati al centenario della rivoluzione d’Ottobre. Siamo sicuri che in questo 2017 ci sarà un gran parlare sulla rivoluzione d’Ottobre. Ci sarà chi parlerà di una rivoluzione “democratica” (quella di febbraio) tradita da un golpe autoritario (la rivoluzione bolscevica); chi parlerà dell’Ottobre del 1917 vedendovi l’origine di tutti i mali del ‘900; e ancora, a sinistra, ci sarà chi, in un modo o nell’altro, si richiamerà alla rivoluzione d’Ottobre – magari criticamente, magari proclamandosi erede di una storia che comunque “è andata avanti” e ha superato certe idee “obsolete” – con lo scopo di nobilitare la propria attività o tingere di rosso carrozzoni politici di tutt’altra natura.

Quello che interessa a noi è la lezione che la gioventù comunista può trarre dalla conoscenza della Rivoluzione d’Ottobre, cogliendo i passaggi strategici e le scelte politiche che hanno portato i comunisti e i lavoratori alla vittoria nella Russia del 1917. Ripercorrendo gli episodi salienti di quel 1917, evidenzieremo di volta in volta i passi fondamentali compiuti dal Partito Bolscevico. La più grande attualità della Rivoluzione d’Ottobre sta proprio nella strategia rivoluzionaria elaborata e portata avanti con coerenza dai bolscevichi, nelle scelte politiche e strategiche che hanno permesso a quel partito di porsi alla guida delle masse popolari e l’hanno condotto infine alla conquista del potere politico.

Rivolgendoci alla Rivoluzione di Febbraio, sono principalmente due gli elementi da evidenziare, di estrema attualità anche a distanza di anni. Il primo è sulla natura del Partito Bolscevico, che nel 1917, a tre anni dallo scoppio della guerra, era l’unico partito in Europa ad aver difeso l’internazionalismo nonostante il tradimento della Seconda Internazionale, mantenendo un orientamento rivoluzionario. Questo elemento è particolarmente importante oggi, con uno scenario internazionale “multipolare” fatto di schieramenti imperialisti, tradizionali ed emergenti, in crescente competizione fra loro per la spartizione del mondo. La seconda è sull’approccio del Partito Bolscevico dinanzi alla rivoluzione di febbraio: il modo in cui i bolscevichi analizzarono e reagirono a quegli avvenimenti, e gli obiettivi che individuarono per il periodo successivo.

  • La guerra imperialista e la dissoluzione della Seconda Internazionale. I bolscevichi difendono l’internazionalismo.

Se è vero che non si può comprendere la rivoluzione russa senza la guerra, è altrettanto vero che senza guardare alla guerra non si può comprendere a fondo la natura del partito bolscevico e la sua unicità al momento dell’inizio della rivoluzione russa. I bolscevichi guidati da Lenin allora costituivano una delle due correnti (l’altra era quella menscevica, di orientamento riformista) del Partito Operaio Socialdemocratico Russo; si tenga presente che le due correnti, pur appartenendo formalmente allo stesso partito, erano ideologicamente inconciliabili e si comportavano di fatto come due partiti separati (motivo per cui non è errato parlare di “partito bolscevico”).

La Prima Guerra Mondiale vedeva il confronto fra i due principali blocchi imperialisti, quello austro-tedesco e quello anglo-francese. Dietro il velo delle alleanze militari – la Triplice alleanza e la Triplice Intesa – si celavano le alleanze fra i grandi monopoli finanziari, in competizione fra loro per la spartizione dei mercati e delle sfere di influenza. Non pochi, allora, provarono a leggere la guerra come uno scontro fra potenze “democratiche” (Francia e Inghilterra) e potenze “autoritarie” (Germania e Austria), senza riuscire a spiegarsi cosa ci facesse nell’alleanza anglo-francese l’arretrata e autoritaria Russia zarista. Era in realtà assolutamente normale che la Russia fosse scesa in guerra al fianco dell’Intesa (cioè di Francia e Inghilterra): nel 1914, i rami industriali più importanti della Russia erano di proprietà del grande capitale straniero, e in particolare di quello francese, inglese e belga. In altre parole, i monopoli dei paesi dell’Intesa controllavano gran parte dell’economia della Russia, che occupava dunque nella piramide imperialista un posto di secondo piano. Questa fu la ragione per cui la borghesia russa sostenne la politica estera zarista, avallando l’entrata in guerra al fianco dell’Intesa. La guerra divenne mondiale con l’entrata in guerra di paesi come USA e Giappone, ormai anch’essi interessati.

La guerra era uno scontro fra borghesie appartenenti a diversi schieramenti imperialisti, che trascinavano i popoli e i lavoratori al massacro nel nome dei loro profitti. Dopo lo scoppio della guerra, si sviluppò nei partiti socialdemocratici un dibattito con argomenti molto simili ad alcuni sollevati oggi a sinistra, circa la natura dei differenti schieramenti; alcuni si chiedevano cioè se il “proprio” schieramento non avesse in fondo “ragione”, se non si dovesse difendere la patria dalle potenze nemiche. Quando la guerra scoppiò, si legge nel celebre manuale di storia del PCUS, «ogni governo imperialista si diede a provare di non essere l’aggressore, bensì la vittima dell’aggressione. La borghesia ingannava il popolo, nascondendo i veri motivi della guerra ed il suo carattere imperialistico, il suo carattere brigantesco. Ogni governo imperialista proclamò che faceva la guerra per la difesa della patria»[1]. Proprio il nazionalismo e il “patriottismo” divennero le armi con cui la borghesia trascinava in guerra le masse popolari. A ogni livello, la propaganda di guerra inneggiava alla pacificazione fra le classi sociali, nel nome della “difesa della patria” dal nemico barbaro e aggressore.

Fu dinanzi alla guerra che si consumò il tradimento definitivo della Seconda Internazionale. Prima della guerra, i congressi di Copenaghen (1910) e Basilea (1912) avevano condannato come un vero e proprio crimine l’uccidersi a vicenda allo scopo di aumentare i profitti dei capitalisti, e votato risoluzioni in base alle quali i partiti socialisti avrebbero votato contro i crediti di guerra nei rispettivi parlamenti. Ma quando scoppiò la guerra, successe l’esatto opposto. La socialdemocrazia tedesca, cioè il partito su cui era imperniata la Seconda Internazionale, nell’agosto 1914 votò in Parlamento a favore dei crediti di guerra; lo stesso fecero i socialisti in Francia e Inghilterra. Così facendo, la socialdemocrazia tradiva i lavoratori e lo stesso internazionalismo, scegliendo di schierarsi al fianco della “propria” borghesia nazionale, trascinando i lavoratori al macello. In Russia, tanto i menscevichi quanto i “socialisti-rivoluzionari” predicarono la pacificazione fra le classi sociali. Vi fu in diversi paesi una corrente “centrista” che pur dichiarandosi contro la guerra e chiedendo la pace in toni propagandistici, rifiutava una condotta pratica conseguente a questa posizione, ad esempio evitando di votare esplicitamente contro i crediti di guerra preferendo astenersi dal voto. In questa corrente, che aveva il suo riferimento in Karl Kautsky, si può far rientrare il Partito Socialista Italiano, che coniò lo slogan “né aderire né sabotare”, per la verità come compromesso mediato con la componente internazionalista.

La strategia dei bolscevichi, al contrario, era proprio quella di “sabotare”, cioè di una lotta conseguente contro la guerra che non si limitasse alla mera propaganda, e legasse la causa della pace a quella della rivoluzione del proletariato. I bolscevichi lanciarono la parola d’ordine di «trasformare la guerra imperialista in guerra civile»: contro ogni mistificazione nazionalista o social-sciovinista (parola con cui Lenin apostrofava i socialdemocratici della Seconda Internazionale), i lavoratori e in particolare i soldati (che altro non erano che operai e contadini mobilitati) dovevano rivolgere le armi contro le proprie borghesie e rovesciarne il dominio politico, come unica strada per una pace giusta. Contro ogni retorica patriottica, i bolscevichi si batterono per la disfatta del proprio governo nella guerra imperialistica.

Fu questo un periodo di intensa produzione teorica da parte di Lenin, che nel 1916 scrisse il famoso saggio “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, pubblicato come “saggio popolare” nell’aprile del 1917. Nella definizione dell’imperialismo come una “fase” del sistema capitalistico globale, caratterizzata dal potere dei monopoli finanziari, risultato della fusione fra il capitale bancario e quello industriale, e dalla competizione fra i monopoli per la spartizione del mondo, con una sempre maggiore predominanza dell’esportazione di capitale su quella di merci[2], crollava ogni illusione circa la natura di questo o quell’altro schieramento imperialista. Poco contava chi fosse stato aggredito e chi fosse l’aggressore, chi fosse “democratico” e chi “autoritario”, perché entrambi gli schieramenti erano dominati dal potere dei monopoli, in lotta fra loro per la conquista e l’appropriazione di mercati, risorse e profitti, in uno scontro in cui le classi popolari hanno solo da perdere. L’analisi leninista dell’imperialismo resta tutt’oggi insuperata, e mostra tutta la sua attualità oggi, in un momento in cui cresce a sinistra una certa attrazione nei confronti di centri imperialisti emergenti – come l’odierna Russia – percepiti non come tali, ma come una “resistenza all’avanzata dell’imperialismo occidentale”.

Dall’analisi dell’imperialismo, inoltre, Lenin giunge a una conclusione che sarà fondamentali negli anni successivi alla Rivoluzione, per l’affermazione del socialismo in URSS. «Lo sviluppo del capitalismo» – scrive Lenin – «avviene nei vari paesi in modo estremamente ineguale. Del resto non potrebbe essere diversamente in regime di produzione mercantile. Di qui l’inevitabile conclusione: il socialismo non può vincere contemporaneamente in tutti i paesi. Esso vincerà dapprima in uno o in alcuni paesi, mentre gli altri resteranno, per un certo periodo, borghesi o preborghesi. Ciò provocherà non soltanto attriti, ma una aperta tendenza della borghesia degli altri paesi a schiacciare il proletariato vittorioso dello Stato socialista. In tali casi la guerra da parte nostra sarebbe legittima e giusta. Sarebbe una guerra per il socialismo, per la liberazione degli altri popoli dal giogo della borghesia»[3]. I marxisti nell’epoca precedente all’imperialismo aveva ritenuto che la rivoluzione sarebbe stata una rivoluzione internazionale, intesa come una rivoluzione simultanea del proletariato in diversi paesi. Lenin, cogliendo la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo, che si traduce in uno sviluppo ineguale delle sue contraddizioni e dunque del movimento rivoluzionario, intuisce che il socialismo può vincere in un singolo paese[4].

I bolscevichi tradussero in pratica le loro posizioni rivoluzionarie contro la guerra imperialista e la pacificazione fra le classi. A livello internazionale, già in questo periodo i bolscevichi iniziarono a compattare le frazioni internazionaliste, costruendo i primi embrioni che avrebbero poi costituito la Terza Internazionale, cioè l’Internazionale Comunista. Nel settembre 1915 si riunì a Zimmerwald la 1° Conferenza degli internazionalisti, seguita da una 2° conferenza a Kienthal, nel 1916.

Sul piano nazionale, già nel novembre 1914, i deputati bolscevichi alla Duma (il Parlamento russo) furono arrestati e condannati alla deportazione in Siberia per essersi opposti alla guerra. All’interno delle fabbriche, i bolscevichi lottarono – anche clandestinamente – contro i comitati di mobilitazione industriale, la cui funzione era quella di convincere gli operai del settore militare ad incrementare volontariamente la produzione di materiale bellico, nel nome della “patria”. Nell’esercito e nella flotta i bolscevichi organizzarono cellule dedite alla propaganda rivoluzionaria fra i soldati, ai quali si spiegava che l’unica via di uscita dal massacro della guerra era la rivoluzione; al fronte, le cellule del Partito Bolscevico promuovevano la fraternizzazione con i soldati degli eserciti nemici.

Nel complesso, questo era il Partito che nel 1917 si trovò dinanzi a una nuova sollevazione rivoluzionaria. Un Partito che, da solo sullo scenario internazionale, difese i principi rivoluzionari e si scagliò contro il tradimento storico della socialdemocrazia, guadagnandosi accuse di ogni tipo, da quella di settarismo a quella di aver tradito la “patria”. Un partito disciplinato, forgiato nella lotta e nella clandestinità, che ora si trovava dinanzi a nuovi compiti e responsabilità. Se fosse mancata una sola delle caratteristiche di questo Partito, quest’anno non ci sarebbe una Rivoluzione d’Ottobre di cui commemorare il centenario.

  • La rivoluzione democratica-borghese di febbraio

La Russia zarista nel 1917 si ritrovava stremata, e subiva continue sconfitte dalla Germania. Il partito bolscevico si era distinto come l’unico partito russo contrario alla guerra: i settori dei grandi proprietari ultra-reazionari avevano costituito il principale sostegno della politica estera zarista, seguiti in ogni caso dalla borghesia liberale (rappresentata dal partito costituzionale democratico, i “cadetti”), dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari (che sposarono di fatto la linea di conciliazione tra le classi).

La rivoluzione di febbraio fu nella sostanza una rivoluzione democratico-borghese, ma ebbe come risaputo una sua dimensione di massa, con una partecipazione attiva del proletariato. La borghesia russa, ormai anch’essa contro lo zar Nicola II, temeva che il sovrano avrebbe cercato una pace separata con la Germania pur di difendere la propria posizione, ed era per questo determinata a rovesciarlo sostituendolo con Michele Romanov, risolvendo la faccenda con una congiura di palazzo. Le cose andarono diversamente grazie alla partecipazione delle masse operaie.

Nella giornata dell’8 marzo, corrispondente al 23 febbraio nel calendario allora in vigore in Russia, lo sciopero delle operaie per la Giornata Internazionale delle Donne si tramutò in uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado, che il giorno successivo raggiunse l’adesione di 200mila operai. Sin dall’inizio del 1917 aleggiava negli uffici di Stato della Russia lo spauracchio dello sciopero generale, che richiamava agli scioperi che nel 1905 avevano dato vita all’insurrezione rivoluzionaria. La tattica dei bolscevichi in questi giorni fu quella di condurre una attività di agitazione e propaganda volta a innalzare il livello dello scontro, invitando a proseguire la lotta armata contro lo zarismo e costituire un governo provvisorio rivoluzionario; parallelamente, una lotta costante per conquistare il consenso di settori dell’esercito, in alcuni casi decisivo (come l’11 marzo, in cui un battaglione di riserva sparò contro i distaccamenti di guardie a cavallo che avevano aperto il fuoco sugli operai).  Il 12 marzo (27 febbraio) le truppe di Pietrogrado smisero di sparare; nella sera dello stesso giorno gli insorti erano oltre 60mila. La rivoluzione democratica aveva vinto perché alla sua testa si era posta la classe operaia, chiedendo “pace, pane, libertà”.

Nella rivoluzione di febbraio riecheggia l’esperienza acquisita dal movimento operaio russo nella rivoluzione del 1905. In quell’anno, era emerso con evidenza che i Soviet, cioè i consigli dei lavoratori, erano al contempo gli organi dell’insurrezione rivoluzionaria e gli embrioni di un potere di tipo nuovo, di una nuova società. Sin dai primi giorni della rivoluzione di febbraio si erano costituiti ovunque i Soviet degli operai e dei soldati, con centinaia di rappresentanti operai e militari, a dimostrazione che le grandi masse vedevano l’espressione del potere popolare nel Soviet, e non nel nuovo Governo Provvisorio (guidato dal principe Lvov, e con al suo interno il socialista-rivoluzionario Kerensky). La maggioranza nei Soviet viene tuttavia conquistata da menscevichi e socialisti-rivoluzionari. I bolscevichi, d’altra parte, avevano la direzione della lotta di massa nella città, e scontavano il fatto che la maggioranza dei loro dirigenti fosse ancora deportata o in esilio. Ma certo la vittoria delle forze non rivoluzionarie nei soviet costituì un freno temporaneo per gli sviluppi della rivoluzione.

Gli operai e i soldati avevano malriposto la loro fiducia, consegnando il potere alle forze della piccola borghesia. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari erano convinti che la rivoluzione fosse ormai compiuta, e che a questo punto l’obiettivo dovesse essere quello di consolidarla, avviando un processo “costituzionale” che normalizzasse la situazione del paese, nonché i loro rapporti con la borghesia. Erano sostanzialmente d’accordo con il Governo Provvisorio nel continuare la guerra. Cosa era cambiato in Russia, a ben vedere? Lo Zar era stato deposto, e si era insediato un nuovo governo. Ma la guerra continuava; il potere economico della stessa borghesia che aveva trascinato i lavoratori al massacro nelle trincee era immutato. La rivoluzione era stata una rivoluzione politica, ma nessuna rivoluzione sociale era avvenuta.

I bolscevichi riflettono, in questo periodo, sulle ragioni per cui il proletariato aveva volontariamente consegnato il potere alle forze, come i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, che avevano sposato concezioni piccolo-borghesi, individuandone la ragione fondamentale nei recenti mutamenti della composizione di classe del proletariato: interi strati di piccola borghesia proletarizzati durante la guerra, per un totale di milioni di uomini, si erano da poco tramutati in proletari, ma erano ancora legati a concezioni piccolo-borghesi. Il modo in cui i bolscevichi decidono di far fronte a questo è di grande attualità. Certo, il periodo attuale è profondamente diverso; è vero tuttavia che la crisi odierna del capitalismo ha provocato la proletarizzazione di grosse fasce di ceto medio, e che questa è una delle ragioni per cui i lavoratori nel nostro paese si ritrovano alla coda delle rivendicazioni della piccola borghesia. Oggi come allora, il lavoro di massa – che mai può essere ripudiato in nome di una presunta “purezza” dei principi – non può e non deve essere confuso dai comunisti con il semplice codismo, cioè con l’accettare come giusta a priori ogni rivendicazione spontanea delle masse, rinunciando a sviluppare il proprio ruolo di avanguardia.

Non a caso i bolscevichi, che già intuiscono l’importanza del dualismo di potere rappresentato dai Soviet (punto che Lenin avrebbe sviluppato ulteriormente nelle Tesi d’Aprile), si convincono che il loro compito è quello di condurre «un paziente lavoro di chiarificazione fra le masse, smascherare il carattere imperialistico del Governo provvisorio, denunciare il tradimento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi e dimostrare che era impossibile ottenere la pace, senza sostituire al Governo provvisorio il Governo dei Soviet»[5]. I bolscevichi non cedono mai all’idea dell’unità o di alleanze politiche con forze “socialiste” con le quali non condividevano nessuna parola d’ordine; al contrario ragionano in termini di classe, ponendosi l’obiettivo di sviluppare una propria attività autonoma a contatto con il proletariato. Anche qui un grande elemento di attualità rispetto ai nostri tempi, in cui troppo facilmente si invoca “l’unità” della sinistra anche fra settori che si definiscono “comunisti”, ma concepiscono le alleanze nella sola ottica delle alleanze politiche, dimenticando che un ruolo ben più importante, e anzi assolutamente centrale nella strategia dei comunisti per la presa del potere, è ricoperto dalle alleanze sociali del proletariato con i settori delle classi popolari schiacciati dalla crisi del capitalismo.

Ripudiando ogni concezione gradualista, il Partito Bolscevico non si accontenta dei risultati della rivoluzione di febbraio, ma lavora da subito per sviluppare ulteriormente il processo rivoluzionario in direzione socialista. Cinque giorni dopo la rivoluzione di febbraio, i bolscevichi ricostituiscono i propri organi di stampa legali, pubblicando la Pravda a Pietrogrado e il Sozial-demokrat a Mosca, le “due capitali” della Russia, nonché i due più grandi centri operai del paese. È grazie alla profonda comprensione dei propri compiti, a questo orientamento rivoluzionario che mai i bolscevichi si abbandonarono a logiche di conciliazione e di compatibilità col potere borghese, è grazie a tutto questo se il Partito Bolscevico passò dal febbraio all’ottobre, conquistando in pochi mesi la maggioranza del proletariato e guidandolo alla vittoria e alla presa del potere politico. «Un compito si poneva al partito bolscevico: spiegare alle masse degli operai e dei soldati, inebriati dai primi successi, che la vittoria completa della rivoluzione era ancora lontana; che fino a quando il potere si trovava nelle mani del governo borghese provvisorio e finché nei Soviet spadroneggiavano i conciliatori – menscevichi e socialisti-rivoluzionari – il popolo non poteva ottenere né la pace, né la terra, né il pane; e che, per la vittoria completa, era necessario fare ancora un passo in avanti: dare il potere ai Soviet!»[6].

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[1] Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1945, p. 138.

[2] Si veda la schematizzazione in cinque punti in Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, La Città del Sole, 2001, p. 106

[3] Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria (1916), in Opere Scelte, vol.1, Edizioni in Lingue Estere,  Mosca 1947, p. 707,

[4] Questo punto sarà successivamente sviluppato negli anni di grande dibattito in URSS che seguirono alla morte di Lenin. Nel suo scritto “Questioni del leninismo”, Stalin distinguerà fra la vittoria del socialismo, intesa come la possibilità di costruire il socialismo anche in un solo paese, e la vittoria definitiva del socialismo, in altre parole la garanzia della sua irreversibilità, che necessariamente richiede che il socialismo vinca su scala internazionale, almeno in alcuni paesi.

[5] Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1945, p. 154.

[6] Ibidem, p. 155

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