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L’espulsione dei giovani proletari dall’università e la fine della grande illusione

* di Paolo Spena, responsabile nazionale Scuola e Università del FGC

Quella che da più parti viene sempre più spesso definita come “la morte dell’università” è oramai un dato strutturale: le iscrizioni all’università sono in fortissimo calo, e ogni anno si registrano meno iscrizioni rispetto all’anno precedente. Nel 2013 fece molto scalpore il dato dei 58.000 immatricolati in meno rispetto al decennio precedente, ma in realtà il dato da analizzare non è il calo delle sole immatricolazioni, quanto piuttosto i numeri complessivi delle iscrizioni a ogni anno accademico.

Fra il 2015 e il 2014 si sono registrate quasi 70.000 iscrizioni in meno (di cui 45.000 solamente al Sud); e nel 2014 si registrava un calo rispetto al 2013 di oltre 32.000 iscritti (dato Miur). Le immatricolazioni per l’anno accademico 2014/15 sono crollate del 20% rispetto a quelle dell’anno 2004/5, e se nell’ultimo anno accademico sono aumentate di circa l’1% negli atenei del Nord, il crollo di immatricolazioni nelle università del Meridione raggiunge il 4%. Un ultimo dato interessante per comprendere quello che sta avvenendo riguarda la provenienza sociale di chi si iscrive all’università. La presenza dei liceali (tendenzialmente provenienti dalla classe media) all’università sale addirittura del 4%, mentre gli immatricolati che hanno conseguito il diploma in un istituto tecnico o professionale crollano del 45% rispetto a dieci anni fa.

L’università di massa non è morta, ma sta morendo la grande illusione che l’aveva accompagnata nel secolo scorso, con una conseguenza tangibile: la nuova classe operaia oggi non va più all’università, o abbandona gli studi prima di conseguire la laurea. Questo per due ragioni principali: da una parte il crescente costo degli studi universitari dopo i tagli barbari al FFO (con la conseguente impennata delle tasse) e ai fondi nazionali e regionali per il diritto allo studio; dall’altra il mutamento del ruolo dell’università e soprattutto delle prospettive di lavoro offerte da una laurea. L’enorme discrepanza fra laureati e numero di posti di lavoro qualificato disponibili rende l’università un enorme bacino di raccolta dei giovani della classe media, che aspirano ad una scalata sociale e possono permettersi di sostenere i costi degli studi universitari. Molti finiranno comunque per precipitare nell’incubo della precarietà immediatamente dopo la laurea, specialmente chi non prosegue gli studi per la laurea magistrale dopo aver conseguito la triennale (e parliamo del 46% dei laureati triennali, dati Alma Laurea). Tantissimi abbandonano l’università prima di conseguire una laurea, perché non riescono più a sostenerne i costi o perché trovano un altro lavoro; molti si iscrivono all’università per “rimandare” il problema di un futuro precario, e non esitano ad abbandonare gli studi dinanzi a una prospettiva di lavoro.

A calare sono persino le iscrizioni ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso (medicina, architettura, veterinaria): meno di 80.000 nel 2015 contro i 90.000 del 2014 e i 115.000 del 2013. Un numero, quello di quest’anno, comunque elevato se si pensa che corrisponde a circa il 30% degli immatricolati nello scorso anno accademico. L’ultima speranza a morire è proprio questa: il numero chiuso diventa sinonimo di una prospettiva di lavoro assicurata, nonostante la programmazione non sia in nessun modo collegata al futuro collocamento. Nella logica che governa oggi l’università, secondo cui studiare è un investimento fatto sulla propria vita in prospettiva di una rendita futura, il numero chiuso contribuisce a creare l’illusione che il “rischio di impresa” sia più basso. Illusione che, stando a ciò che dicono i dati, sta calando anche questa, con un numero sempre maggiore di giovani che rinuncia anche a tentare di superare il test nella speranza di sfuggire alla precarietà e all’impoverimento.

Quello che sta avvenendo nell’università è il riflesso di un processo che avviene su un livello più ampio, in tutta la società. L’illusione di un capitalismo in cui tutti sono classe media e nessuno è più povero, sta definitivamente giungendo al tramonto. Oggi i poveri non riescono a entrare nell’università, e quando ci riescono, grazie a sacrifici economici o ai pochi margini residui di agevolazioni sociali, si rassegnano sempre più spesso ad abbandonare gli studi, disillusi da un sistema incapace di garantire un futuro.

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