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Marcinelle, alle origini dell’unione

*di Graziano Gullotta

A 60 anni dalla tragedia della miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, cittadina di ventimila abitanti della periferia meridionale di Charleroi, in Belgio, si susseguono come ogni anno le commemorazioni ufficiali per un disastro che ha smosso e che smuove ancora oggi le coscienze, soprattutto nelle zone di origine degli uomini che partirono per lavoro e trovarono la morte.

Il racconto “ufficiale”, il contesto strumentale in cui viene inserito, la drammatizzazione di certi aspetti anziché altri, la copertura di responsabilità politiche italiane e internazionali e molte altre piccole e grandi omissioni non rendono il giusto onore a chi si trovò costretto, nell’Italia distrutta e impoverita da vent’anni di marciume fascista, ad accettare qualsiasi condizione per poter mettere qualcosa sotto i denti.

Come comunisti, come proletari e come operai vogliamo, con modestia e in sintesi, fare un po’ di luce su alcuni aspetti di classe di una vicenda dove lo sfruttamento padronale ha toccato i suoi livelli più alti dalla caduta del sistema di potere fascista.

Nel 1945 l’apparato industriale belga uscì sostanzialmente intatto dal secondo conflitto mondiale, trovandosi presto con poca manodopera a disposizione. Questa peculiare condizione produsse uno squilibrio strutturale tra gli stati: paesi come Spagna, Grecia e soprattutto Italia si trovarono in una condizione di scarsità di risorse naturali, soprattutto in riferimento al fabbisogno extra necessario alla ricostruzione di un tessuto industriale. Al contempo in questi Paesi cresceva costantemente ogni anno il numero di persone alla ricerca di un lavoro.

Le politiche italiane arrivarono ben presto a favorire l’emigrazione per lavoro verso paesi come Belgio, Svizzera, Germania o Australia.
Il 23 giugno del 1946 i governi belga e italiano firmarono il Protocollo italo-belga, il quale regolava uno scambio tra i due paesi nei termini di 2000 lavoratori a settimana in cambio di carbone, per un totale previsto inizialmente di 50mila lavoratori.

Nell’anno della tragedia, su 142mila minatori impiegati, 44mila erano italiani e altri 19mila non belgi.

In Belgio la manodopera mineraria era scarsa anche perché i belgi erano coscienti del tipo di lavoro cui si andava incontro intraprendendo l’attività di minatore: turni massacranti, malattie di vario tipo, una vita sottoterra, oltre i mille metri di profondità in alcuni casi, come nella miniera di Marcinelle. Spesso si lavorava sdraiati in cunicoli di 80 centimetri di altezza, al buio o quasi, circondati da cavi elettrici, strutture più o meno vecchie ed instabili, all’interno di una roccia bucherellata come uno scolapasta.

La malattia caratteristica cui si andava incontro era la silicosi: l’accumulo di polvere di silicio nei polmoni che provoca insufficienza respiratoria e morte. Nel Belgio dell’epoca circa 3mila minatori l’anno morivano di questa malattia, oltre 10 volte i morti del singolo disastro dell’8 agosto 1956 a Marcinelle.

Gli abitanti erano coscienti di questi pericoli ma nonostante ciò l’astio nei confronti dell’immigrato italiano era ampiamente diffuso: dagli “sporchi maccheroni” ai divieti di ingresso “ai cani e agli italiani”, questo fu l’ambiente in cui si ritrovarono catapultati per necessità decine di migliaia di contadini in cerca di lavoro.

L’atteggiamento da parte istituzionale, nonostante le rassicurazioni fatte e firmate nei protocolli, non fu da meno: gli italiani vennero sistemati in baracche nel complesso minerario o in villaggi costruiti dai nazisti ai tempi dell’occupazione allo scopo di campi di concentramento. Le visite mediche, come si capisce dai racconti dei testimoni dell’epoca, erano svolte in stile quasi “veterinario”, i futuri minatori trattati come bestie sin dal primo imbarco in treni sovraffollati che li portarono dal profondo meridione italiano a Milano e da lì a Charleroi.

L’accordo prevedeva inoltre una serie di condizioni disumane come l’obbligo dei figli dei minatori al lavoro in miniera a partire dai 14 anni o il carcere per l’italiano immigrato che rifiutasse di lavorare o proseguire il lavoro in miniera.

Le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati italiani, fuori e dentro la miniera erano terribili, come si può facilmente intuire da questa breve descrizione sommaria. In queste circostanze, soprattutto in un ambiente lavorativo caratterizzato da una manutenzione tenuta ai minimi livelli, sempre per questioni di profitto, la fatalità è questione di tempo. Dal mio punto di vista è totalmente inutile soffermarsi sul tipo di errore particolare che ha causato la prima scintilla, sull’uomo o gli uomini che ne sono stati sicuramente più vittime che protagonisti. Allora come oggi, non dobbiamo accettare che la conseguenza della disorganizzazione e dello sfruttamento colposo a fini di profitto sia rovesciata addosso alle vittime di questo sfruttamento.

Il sangue di quelle 262 vittime, delle migliaia di morti per silicosi e per lavoro allora come oggi macchiano le coscienze dei padroni, dei loro maggiordomi nei governi e nelle aziende, in un paese come l’Italia che vede padroni e faccendieri presenziare alle commemorazioni ufficiali per poi tornare a scaricare il peso del profitto individuale sulle spalle e sulle vite dei lavoratori e delle loro famiglie.

Cinque anni prima del disastro di Marcinelle, il 18 aprile del 1951 era nata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), uno dei primi accordi intergovernativi tra stati europei ex avversari nella Seconda Guerra Mondiale, tra i quali Belgio e Italia.

Quando ci si chiede e si riflette sulle origini “nobili” dell’Unione Europea, di cui la CECA fu l’embrione organizzativo iniziale, si dovrebbe pensare molto meno alla “leggenda” del manifesto di Ventotene e un po’ più a Marcinelle, alla sua origine, alla sua storia e al suo tragico disastro. Perché forse le reali radici dell’Unione e del malessere che si aggira nel continente europeo si trovano non in un’isola immaginaria come la leggenda ipocrita del suo Manifesto, ma nella reale, sporca e faticosa vita dei minatori sfruttati, derubati e uccisi nelle miniere, nelle fabbriche e nei cantieri dell’europa occidentale.

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