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Sciopero dei professori: una riflessione sulla protesta nell’università

*A cura della Commissione Università del Fronte della Gioventù Comunista (FGC)

Dal primo giugno per tutta la sessione estiva è cominciato il secondo sciopero della docenza universitaria, con l’astensione dallo svolgimento del primo appello di esami per tutti gli aderenti. Modalità anti-studentesche fortemente contestate per far passare posizioni categoriali, questo è il così detto “sciopero dei professori”.

La lettera di indizione dello sciopero è stata farcita di nuove richieste che rendano più “digeribile” agli studenti la protesta (come per esempio la proposta vaga e fumosa di investire 80 milioni di finanziamenti per le borse di studio, non meglio definita), ma il nodo cruciale resta sempre la questione del rinnovo contrattuale con il riconoscimento dello scatto stipendiale a partire dal 2014. Il blocco degli scatti contrattuali e del turn over all’interno di tutti i settori pubblici è uno dei più forti lasciti dell’ultimo governo Berlusconi, figlio della famosa Manovra Tremonti del 2009.

Da quell’anno gran parte dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione vedono una perenne contrazione in termini di diritti salariali e personale assunto, trasversale e che coinvolge praticamente ogni categoria lavorativa dai medici ai funzionari amministrativi, passando ovviamente anche per i docenti universitari. Quella scelta usava la crisi del paese come grimaldello per la realizzazione di un progetto di abbattimento della spesa pubblica (e dello Stato sociale) che potesse proseguire ben oltre negli anni, già iniziato in passato e tuttora ancora in corso.

Da quel momento in poi le categorie dei lavoratori impiegati dallo Stato hanno cominciato in forma separata a contrattare con i governi che si sono succeduti i vari passaggi di rinnovo contrattuale (ultimo in tempi recenti docenti di scuola e personale ATA, per fare un esempio). Questo atteggiamento di parcellizzazione sui vari fronti del lavoro pubblico è il risultato della complicità delle forze sindacali confederate, che da subito videro questa come un’occasione per rafforzare il proprio peso e quello delle proprie sigle categoriali nei vari singoli settori del lavoro, bocciando da subito l’idea di una lotta dei lavoratori dipendenti unita per i propri diritti ed in difesa dello stato sociale. Tuttora fra la grande maggioranza di categorie dei lavoratori non si è ancora recuperato un livello di tutele paragonabile a quello antecedente al 2009, le contrattazioni ed il turn over restano bloccati.

Queste premesse sono fondamentali per comprendere il substrato su cui si fonda questa protesta specifica. La decisione di scioperare per un rinnovo di contratto da parte dei docenti in forma separata e completamente svincolata dal resto del mondo del lavoro (universitario e non) è anche figlia di un percorso che ha portato a questo, e che ha riguardato numerose tipologie di lavoratori. Detto questo tuttavia dobbiamo fare un ulteriore passaggio: tecnicamente un docente che si esime dallo svolgimento di una sessione di appello sta effettivamente scioperando? Bloccare l’appello crea sicuramente disagio, ed ovviamente lo crea alla componente studentesca. Non solo si tratta di perdere tempo e vedersi modificare il percorso di studi, ma vuol dire anche rischiare di non poter dare altri esami a causa di questo slittamento, perdere crediti, rischiare di perdere una sessione di laurea ed in definitiva poter perdere una delle poche borse di studio disponibili. Questa protesta dunque causa sicuramente un danno economico, ma agli studenti; viene ovvio chiedersi se chi lo appella come uno “sciopero” sia a conoscenza di cosa questo sia veramente. Lo sciopero è solitamente realizzato tramite la protesta attiva dei lavoratori contro il proprio padrone, volta non semplicemente a creare un generico disagio, ma un sostanziale danno economico all’ azienda contro la quale si sta scioperando, che costringa il padrone ad ascoltare e accogliere le rivendicazioni di chi sciopera. Assunto allora che questa protesta è rivolta contro gli studenti, crea disagio e soprattutto danno materiale ed economico a questi, allora risulta evidente che a meno che non si insinui che gli studenti siano i “datori di lavoro” dei docenti, siamo ben lontani da ciò che uno sciopero realmente dovrebbe essere.

Se si fosse voluto portare avanti un sostanziale attacco contro le ingiustizie del mondo accademico attuale e le sue contraddizioni, non sarebbero mancati certo i modi per farlo. Le università vivono e assumono fondi grazie a progetti di ricerca, progetti Erasmus, realizzazione di pubblicazioni e collaborazioni esterne. Sarebbe stato sufficiente promuovere un blocco della didattica e dei progetti internazionali per creare da subito, nell’immediato, un sostanziale danno economico contro le Istituzioni e le Fondazioni Universitarie, le quali sono coloro che elargiscono realmente gli stipendi ai propri dipendenti. Il problema sostanziale è che non esiste questa volontà fra la maggior parte degli scioperanti e sicuramente non esiste fra i suoi promotori.

In fin dei conti non vi è nulla in questa protesta che possa mettere anche solo lontanamente sotto critica l’attuale sistema formativo del paese. Tolta una generica richiesta di 80 milioni di euro per le borse di studio (cifra decisamente calcolata a caso) nulla di tutto ciò che ha distrutto l’università pubblica viene messo sotto accusa. Si tratta di un atteggiamento estremamente arretrato. Pretendere di svincolare la questione salariale di tutti (e non solo una parte) i dipendenti delle università italiane dalla questione generale dei finanziamenti all’istruzione e dalla questione ancora più grande dell’attacco perenne che i padroni stanno portando avanti contro i lavoratori di tutto il paese è pura arroganza categoriale. Dovessero vincere le sole rivendicazioni dei docenti una nuova parte ancora più grande dell’FFO dovrebbe venire decurtata per garantire questi rinnovi, togliendo ancora più fondi agli altri lavoratori nonché agli studenti. La categorialità di questa protesta risiede proprio in questo: essere prioritariamente disposti a surclassare e a far arretrare gli altri elementi costitutivi del mondo universitario pur di portare avanti le proprie posizioni.

La crisi del sistema universitario e scolastico del Paese è trasversale ed è figlia diretta di un sistema di classe volto attivamente contro i lavoratori dei ceti popolari e i loro figli. Si tagliano ogni anno sempre più fondi per le università, e i risultati non mancano ad arrivare. In dieci anni gli atenei italiani hanno permesso che si perdessero 400.000 immatricolati, tutti fra gli studenti delle classi popolari. Il 50% degli studenti provenienti dai ceti più poveri afferma di aver avuto delle esperienze lavorative durante il percorso universitario, e per la maggior parte di loro il lavoro a nero diventa lo strumento fondamentale con il quale pagarsi gli studi. Questi ragazzi sono sotto il costante ricatto di dover sottostare a condizioni lavorative ingiuste, sotto pagati e non tutelati se vogliono sperare di laurearsi: per loro non esistono diritti e non esiste alcuno sciopero. La realtà attuale è che i figli degli operai e dei lavoratori dipendenti sempre più spesso non riescono ad andare all’università. Coloro che riescono a fatica a studiare sono ostaggio quotidiano di speculatori e affittuari a nero, tasse pari ad una intera mensilità di stipendio di un lavoratore normale, libri di testo dai prezzi ridicolmente alti: per questa sessione estiva saranno ostaggio anche della docenza e delle sue pretese.

Non se la passano meglio coloro che fanno sì che l’università vada fisicamente avanti, ovvero i lavoratori. Le esigenze dell’autonomia finanziaria di cui ogni ateneo gode dagli anni 80 richiedono che ci sia un costante risparmio su tutto ciò che possa essere tagliato, e loro sono sempre i primi a pagarne lo scotto. Oramai la stragrandissima maggioranza dei servizi d’ateneo sono affidati a delle esternalizzate: pulizie, bar, mense, spesso anche le segreterie e le biblioteche. Ogni volta che scade il bando i dipendenti delle singole agenzie interinali e di servizi si ritrovano a competere con concorrenti in grado di fare un prezzo migliore: o accettano di ridursi lo stipendio o se ne vanno per strada. Non è diverso anche per i così detti “lavoratori della conoscenza”. Nelle università migliaia di ricercatori a tempo determinato vivono nell’incertezza di riuscire a trovare un impiego stabile. Con la legge Gelmini molti di loro, scaduti i 6 anni di contratto, sono costretti a lasciare l’università qualora questa non li passi all’indeterminato. Un collo di bottiglia nel mondo del lavoro accademico che da anni crea moltissimi precari sottopagati, utilissimi per svolgere a basso costo funzioni didattiche e di ricerca ma in alcun modo meritevoli di garanzie per il proprio futuro.

Mentre in tutto il paese il sistema universitario è con l’acqua alla gola i docenti seguono la propria strada ignorando tutte le ingiustizie sostanziali di questo modello formativo, che spesso loro stessi hanno contribuito a creare con il loro immobilismo se non colpevole complicità. Questo non è uno “sciopero” nel senso tradizionale del termine, ma una farsa su cui i giornali possano posare i riflettori, una protesta dal solo volto mediatico che ha come unico scopo quello di guadagnarsi una terza o quarta pagina su un quotidiano nazionale, un servizio al telegiornale. Si tratta di quella retorica del “disagio per gli utenti” montata ad arte dai media per svuotare di significato le proteste di alcune tipologie di lavoratori (soprattutto nei trasporti), che ha finito con lo smontare le categorie reali con cui si definisce uno sciopero e sostituirle con qualcosa di completamente lontano dal vero significato di questo strumento fondamentale. Montare l’attenzione in attesa della prossima legge di bilancio autunnale, dove si voterà per lo sblocco dei contratti: è sempre stato questo da più di un anno l’obiettivo dichiarato dei promotori. L’ipocrisia sta nel fatto che una categoria ristretta, che segue i suoi propri interessi ristretti, pretende che gli studenti diventino parte necessariamente attiva per la realizzazione delle proprie rivendicazioni. Tagli ai finanziamenti, Legge Gelmini, Riforma dell’ISEE 2015: non c’è un’occasione in cui le lotte degli studenti siano state significativamente intercettate dai docenti, solo per fare alcuni esempi. I giovani del paese hanno assistito da anni al costante attacco contro il proprio diritto allo studio, ed in ogni occasione i docenti che oggi li usano per portare avanti le proprie richieste erano in disparte, quando non direttamente dall’altra parte della barricata.

Non esiste alcun margine, all’interno di una protesta concepita in questi termini, per dare inizio ad una lotta trasversale di studenti e lavoratori contro l’università di classe e tutto ciò che essa ha causato. Esiste solo la pretesa di un gruppo ristretto di persone di far avanzare le proprie rivendicazioni di categoria, rendendole prioritarie rispetto a chi subisce quotidianamente l’attacco contro i propri diritti dentro e fuori dal mondo accademico. Da uno sciopero così concepito non può nascere un movimento reale di lotta contro l’università di classe, perché coloro che dovrebbero avere il reale protagonismo nella lotta per un futuro migliore vengono scansati e fatti ostaggio da chi in questi anni non ha mai mosso un dito per difendere i diritti conquistati in passato, un’ipocrisia che non può essere in alcun modo tollerata e appoggiata.

È necessario capovolgere completamente questa retorica e ripartire da un discorso organico che rimetta al centro la questione dell’istruzione pubblica e accessibile a tutti. Proseguire nella strada percorsa in questi anni della parcellizzazione delle lotte può nel migliore dei casi portare a piccoli avanzamenti per pochi a scapito spesso del resto della maggioranza. La sterilizzazione del conflitto nata grazie alla complicità delle grandi sigle sindacali e alla scomparsa del movimento dei lavoratori permette solo a pochissime categorie forti di restare a galla, mentre le altre annaspano sotto al peso delle politiche antipopolari promosse dai governi di ogni colore. Includere le rivendicazioni della docenza in un reale movimento di lotta che coinvolga tutte le componenti dell’università è l’unico modo per ridare sostanza e futuro al modello formativo del paese, contro la selezione di classe imperante ora. Nostro compito come comunisti deve essere quello di promuovere, dentro e fuori dalle università, la lotta attiva e cosciente di studenti e lavoratori uniti contro questo sistema ingiusto.

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