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«Studenti stranieri in aule separate», una riflessione sull’esperimento di Vercelli

Sta facendo notizia in queste ore l’esperimento sociale realizzato dalla scuola media “Pertini” di Vercelli. «A partire da oggi, con effetto immediato, gli alunni con entrambi o anche solo un genitore di origine non italiana seguiranno le lezioni scolastiche in un’aula diversa rispetto a quella del resto della classe» – questo il testo della finta circolare “ministeriale” letta in cinque classi terze, che prevedeva anche due esami aggiuntivi per gli studenti stranieri, che avrebbero dovuto dimostrare di conoscere la lingua e la cultura italiana. Una finta circolare, ispirata a quelle reali seguite all’approvazione delle leggi razziali nel 1938, sotto il fascismo. Gli studenti stranieri, in tutto una ventina, erano stati avvisati dell’esperimento ed erano dunque “complici”, recitando la parte.

Le reazioni degli studenti, riportano tutti i giornali, sono state di determinata opposizione, in alcuni casi sorprendente vista la giovane età (in terza media si parla di ragazzi di 13-14 anni). In una classe gli studenti hanno impedito fisicamente ai loro compagni stranieri di uscire dall’aula; in un’altra li hanno voluti seguire nell’aula della “segregazione”; altri ancora hanno chiesto di poter contattare telefonicamente la Preside o addirittura di scrivere al MIUR, dichiarandosi pronti a scendere in piazza e contattare altre scuole per coordinarsi. Si è trattato solo di un esperimento interessante, ma in fin dei conti isolato, di poco conto e fine a sé stesso? Forse no…

L’esperimento in realtà ci dà una importante lezione e ci dimostra una grande verità. Ci dimostra che, quando l’unità fra italiani e immigrati viene praticata, o più semplicemente diventa realtà a partire dai luoghi sociali, in cui si vivono esperienze di condivisione quotidiana, non c’è spazio per il razzismo e la xenofobia. Ci dimostra che se gli studenti si sentono uniti in quanto studenti, il razzismo non passa semplicemente perché non può passare, perché non esistono le condizioni materiali per la sua affermazione, cioè per l’assurda divisione fra studenti “italiani” e “stranieri”. Lo stesso principio può e deve valere per i lavoratori, perché se i lavoratori si uniscono in quanto tali e si rivolgono contro il loro padrone, non c’è colore della pelle o differenza etnica che tenga. Il razzismo è un’arma per dividerci, che fa comodo a chi guadagna dal fatto che gli oppressi si combattono fra loro, contendendosi le briciole.

La condivisione di esperienze di vita quotidiana, l’appartenenza ad una stessa categoria o classe sociale, rappresentano elementi che nessun tipo di razzismo può distruggere. Questi ragazzi, con la loro genuinità, sono stati in grado di comprendere di avere molte più cose in comune con i loro compagni di scuola, improvvisamente additati come “nemici” o “estranei”, piuttosto che con coloro che avrebbero voluto creare inesistenti divisioni. Questo episodio deve spingerci alla riflessione su come sviluppare questa reale unità a partire dalle nostre scuole, quando siamo più giovani, negli anni in cui si inizia a prendere coscienza e a lottare per i propri diritti.

Uno studente italiano che sin dai primi anni di gioventù lotta al fianco di un suo compagno immigrato nella sua scuola, nelle loro prime manifestazioni, un domani lotterà al fianco dei propri colleghi di lavoro, senza distinzione fra italiani e immigrati, con la coscienza di appartenere alla stessa classe di sfruttati; proprio come avviene già in diverse lotte operaie in tutta Italia[1]. Probabilmente si sentirà dire che il suo nemico non è il padrone, ma l’immigrato che gli ruba il lavoro, che riduce il suo salario accettandone uno più basso, che tira dalla sua parte una coperta troppo corta… ma difficilmente cederà a questa visione, perché ricorderà che i suoi compagni dalla pelle scura, di un’altra religione o cultura, erano in fondo proprio come lui, vittime delle stesse ingiustizie e in lotta per gli stessi diritti.  È qui, anche in queste piccole esperienze, che troppo spesso sottovalutiamo, che nasce quella coscienza che spesso si porterà con sé per tutta la vita.

[1] Si pensi a quella, tristemente famosa, che ha visto morire Abd Elsalam, operaio della logistica assunto a tempo indeterminato, morto durante uno sciopero in cui i suoi colleghi, italiani e immigrati, lottavano assieme per l’assunzione.

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