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Sulle borse di collaborazione e l’autonomia delle università

*di Gianluca Lang e Damiano Panci

L’Università italiana da 25 anni gode di autonomia di gestione finanziaria ed è gestita da un consiglio di amministrazione, come qualsiasi azienda privata che ha lo scopo di trasformare la formazione degli studenti in profitto. A risentirne è la garanzia del diritto allo studio; negli ultimi 10 anni si osserva infatti una diminuzione di circa 450mila immatricolazioni, principalmente a causa di un impoverimento generale accompagnato dall’aumento costante delle tasse universitarie, del prezzo di libri, del costo degli affitti per fuori sede e dei continui tagli alle borse di studio, che rappresentano per molti l’unico modo di pagarsi gli studi.

In questo contesto risulta chiaro che i sussidi economici sono una necessità sempre più impellente. Grazie alla gestione aziendale e a investimenti speculativi, molte Università riescono ad essere in attivo. Nonostante ciò, piuttosto che utilizzare gli utili conseguiti per garantire una maggiore accessibilità aumentando la quota di risorse destinate all’erogazione di borse di studio, al momento totalmente insufficienti (solo nel Lazio ci sono 10.000 “idonei non beneficiari”), o un miglioramento dei servizi offerti (come d’altronde ci si aspetterebbe da un ente pubblico), l’università offre la cosiddetta borsa di collaborazione.

Questa è un sussidio di circa 1000 euro erogato a fronte dello svolgimento di 150 ore di lavoro in diversi settori dell’ateneo. Uno studente in difficoltà che sarebbe costretto a lavorare per mantenersi gli studi per ricevere questo “aiuto” deve comunque offrire una prestazione lavorativa!

Le borse di collaborazione vengono assegnate secondo un criterio prettamente meritocratico in quanto, nonostante il metodo di calcolo delle graduatorie di accesso vari da bando a bando, sostanzialmente si basa sul rapporto media-crediti. Ciò si pone in netto contrasto con la funzione redistributiva che in teoria dovrebbero avere le misure per il diritto allo studio. Questo metodo penalizza fortemente gli studenti appartenenti alle classi popolari che spesso sono costretti a lavorare per potersi permettere di continuare gli studi universitari e che quindi generalmente hanno una media inferiore di chi proviene da classi abbienti. Paradossalmente è quindi più probabile che questo sussidio venga assegnato a chi gli studi già può permetterseli piuttosto che a chi ne avrebbe realmente bisogno, creando dunque una vera e propria barriera di classe all’entrata nell’università.

Il criterio meritocratico non può e non deve essere considerato ai fini dell’assegnazione di fondi e agevolazioni per il diritto allo studio, in quanto ha ben poco senso parlare di meritocrazia quando le condizioni di partenza sono differenti. Le diseguaglianze di reddito pongono degli ostacoli enormi al raggiungimento di risultati soddisfacenti nel campo dell’istruzione, e ciò appare in modo ancora più lampante se si osserva la situazione nella scuola di secondo grado dove il tasso di bocciatura aumenta di circa sei volte negli istituti di periferia frequentati prevalentemente da studenti dei ceti popolari. Questo avviene perché le famiglie non riescono a sborsare centinaia di euro per ripetizioni e corsi aggiuntivi. Il merito, a partire da condizioni economiche differenti, non è un indicatore equo.

I fondi per il diritto allo studio devono andare a chi ha più bisogno, non a chi è più “meritevole”. Le borse di collaborazione, nella realtà dei fatti, sono la cosa più lontana che ci sia da un effettivo sussidio per il diritto allo studio. La manodopera degli studenti viene, infatti, utilizzata per coprire le mancanze d’organico ed effettuare un vero e proprio taglio dei costi di gestione ai danni del personale amministrativo. Per l’università è ovviamente più conveniente pagare uno studente 7/8 euro l’ora piuttosto che assumere un dipendente a cui, oltre che a dover conferire uno stipendio, dovrà corrispondere ferie, malattie, contributi; spendendo così almeno il doppio. Questo trasforma gli studenti in personale più economico consentendo tagli di milioni sul bilancio delle università.

Tutto ciò crea un uno stato concorrenziale che porterà a una diminuzione generale del livello del salario. Se, infatti, prima delle borse di collaborazione, l’università assumeva, ad esempio, tre bibliotecari, doveva necessariamente corrispondere a questi un salario maggiore di adesso che ne assume soltanto uno e si avvale della manodopera degli studenti. Diminuendo i posti di lavoro aumenta la concorrenza tra chi vuole essere assunto che sarà ora disposto ad accettare un salario minore per lavorare. Tutto ciò produce un conflitto tra il lavoratore, che vede diminuire il proprio stipendio a causa di chi è disposto ad accettare un remunerazione minore, e lo studente, generando una divisione che è funzionale soltanto alla minimizzazione delle spese, riproducendo nell’università le dinamiche tipiche di una qualsiasi azienda. I posti di lavoro coperti in questo modo corrispondono ad una minore offerta di lavoro per i laureati e aspiranti lavoratori. Soprattutto nel campo scientifico, guardando ad esempio ai tecnici di laboratorio sostituiti spesso dai borsisti. Studente e lavoratore vivono sulla loro pelle forme diverse delle stesse contraddizioni generate dal carattere classista dell’Università. Il loro rapporto non deve essere né conflittuale né concorrenziale in quanto soltanto unendosi nella lotta possono generare un ribaltamento del sistema economico che porta alla creazione di un’istruzione che sia effettivamente al loro servizio e che soddisfi le loro necessità.

La chiara volontà di diminuire i costi di gestione derivante dal vincolo della stabilità di bilancio dovuta all’autonomia economica universitaria è tipicamente aziendale e non deve essere fatta in alcun modo propria di un ente pubblico. Un’impresa pensa a massimizzare il profitto diminuendo i costi, l’Università deve pensare a garantire il diritto allo studio a tutti e a offrire il miglior servizio possibile. Le borse di collaborazione sono uno degli strumenti con cui si cerca di realizzare questa volontà mascherate da opportunità per gli studenti.

In questa fase di concentrazione e centralizzazione del capitale è richiesta una sempre maggiore divisone del lavoro e una grande massa di lavoratori non qualificati. Ciò si manifesta in primo luogo con lo smantellamento dell’università di massa. Su scala ridotta tramite le borse di collaborazione il lavoro non qualificato degli studenti, che, tranne in rarissimi casi, svolgono mansioni affatto attinenti al proprio percorso di studi, risponde perfettamente a questa esigenza. Si crea, dunque, un forte peggioramento dei servizi offerti; un lavoratore formato sarà sicuramente più bravo a svolgere le proprie mansioni rispetto a uno studente.

La gestione aziendalista che trasforma l’erogazione di un servizio in profitto porta ad investire in attività che generino nuovi utili piuttosto che nel diritto allo studio. Per un università gratuita e di qualità è necessario rompere con questa logica. Investimenti idonei su studentati, borse di studio, biblioteche, laboratori e aule passano proprio da questo. La lotta contro l’università di classe sta in questa rottura e rappresenta un passo avanti nella lotta contro questo sistema.

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