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Quale rapporto tra sinistra, legalità e giustizia.

di Alessandro Mustillo

Venti anni di presenza di Berlusconi sulla scena politica italiana hanno prodotto a sinistra qualcosa di non trascurabile. Proprio negli anni della fine delle ideologie, seguita al crollo dell’URSS e alla caduta del PCI, la figura di Berlusconi ha condizionato l’immaginario collettivo di quella che negli anni ’90 veniva ancora definita “la base” a tal punto da modificare alcuni degli ancoraggi ideali più saldi. Una sinistra priva di una reale alternatività sul piano economico e politico, priva di un modello da contrapporre al berlusconismo, non è riuscita a dare una critica da sinistra sotto il profilo politico alla figura di Berlusconi, e si è così rimessa alla difesa della legalità, all’intervento della magistratura, a criteri come la credibilità internazionale dello Stato.

Seguendo su questo terreno Berlusconi, l’antiberlusconismo divenuto ideologia dominante a sinistra, ha finito per accreditare nell’elettorato di sinistra una forte vocazione legalitaria, una fiducia senza confine nella magistratura al punto che quella che dovrebbe essere l’ultrasinistra riesce ad esprimere la sua radicalità solo attraverso la scelta delle figure più radicali in questa logica. Le prossime elezioni politiche si combattono a sinistra a colpi di magistrati, con polemiche tra loro che sembrano più consone ad un confronto sulle elezioni del CSM rispetto alle politiche. Il riferimento corre immediatamente alla “Lista Ingroia” dove le ultime rappresentanze della cosiddetta sinistra radicale sono confluite, in alcuni casi più per tornaconto personale che non politico, in altri per vera adesione politica, in entrambe le situazioni decretando lo scioglimento culturale, prima ancora che politico, di quelle aree in un progetto la cui vocazione iniziale è proprio quella legalitaria. In molti tendono a sottolineare le differenze con la Sinistra Arcobaleno, parlando di un vero progetto politico. Chi scrive non nutre alcuna simpatia per quell’esperienza, che all’epoca contrastò e non votò, ma la “lista Ingroia” in quanto progetto politico e non semplice cartello elettorale è anche peggio del vecchio arcobaleno, in cui l’elemento della necessità si concretizzava nel classico cartello elettorale, mentre in questo caso quella che viene messa in campo è una vera e propria operazione culturale prima che politica.

L’ultrasinistra radicale non trova di meglio che contrapporre all’antiberlusconismo redivivo nel PD, la sua versione più radicale, dove la battaglia si conduce a colpi di misure giudiziarie. Mentre il centrosinistra rappresenta la versione più indulgente la lista Ingroia quella più intransigente, ma il vero assente è la questione sociale ed un progetto realmente alternativo a questo sistema.

Quando si parla di un magistrato bisognerebbe sempre ricordare che anche la persona con il maggior senso di giustizia e le migliori intenzioni, divenendo organo dello Stato, è vincolato ad applicare una legge, quella dello Stato, che è il prodotto di interessi economici, di rapporti di forza. L’esaltazione della figura del magistrato copre il vuoto politico lasciato dalla mancanza di idee e di conseguenza di figure politiche coerenti, ma si tratta di una scorciatoia nell’immediato e di un grosso passo falso fatto a sinistra in questi anni. L’idea della neutralità del potere che ha fatto completamente dimenticare la lezione sull’essenza e sul ruolo dello Stato, e di conseguenza dei poteri che esso esprime, è penetrata con forza nell’elettorato di sinistra, insieme con il mito della legalità. Questa parola ripetuta in ogni comizio, in ogni dibattito televisivo, in ogni luogo è il peggior nemico culturale di ogni opzione di cambiamento reale.

Chi accetta la legalità accetta l’ordine imposto da questo sistema, gli interessi che lo sottendono e che si esprimono attraverso la legge. La delocalizzazione delle fabbriche è legale, la loro occupazioni no, la precarietà è legale, lo sono i licenziamenti, persino lo sciopero in determinate condizioni non lo è. Legalità è la tutela della proprietà privata dei grandi patrimoni, anche a scapito del diritto alla casa di centinaia di migliaia di persone. È legale un governo non eletto da nessuno, ogni misura presa dall’Unione Europea. Sembrerebbe un concetto retorico e scontato ma forse serve ripeterlo ogni tanto: la legalità è strumento dell’oppressione di classe.
E’ chiaro allora che chi si rinchiude nel recinto della legalità, come sistema ideale prima ancora che pratico, come orizzonte prima ancora che azione, rinuncia ad ogni alternatività al sistema. Sa bene che solo un cambiamento rivoluzionario può rompere questo meccanismo, ma aggiunge l’aggettivo civile, rinchiudendo nel recinto della legalità, anche l’idea di rivoluzione e quindi tradendola.

La legalità è un concetto che non appartiene al nostro dizionario. I partigiani combatterono in modo illegale, contro un’ordine costituito la cui legalità formale può difficilmente essere messa in discussione, portando un’idea di giustizia da contrapporre alla legalità formale. I nazisti sterminarono milioni di persone legalmente secondo la legge del loro Stato. Solo l’abbattimento dell’ordine esistente, da cui la legge traeva origine, ha permesso processi e condanne, e la parzialità e spesso inesistenza di queste, nonostante la fine del nazifascismo, è spiegata dalla permanenza di un sistema che nel complesso ha mantenuto una forte continuità con il precedente. In Italia legalità è il Codice Rocco, il testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza, tutte misure del governo fascista ancora in vigore.

Chi individua nella legalità, la principale necessità di oggi, ha una cultura politica, che se spesso interseca obiettivi comuni, parte da presupposti differenti e giunge a diversi obiettivi. Un’altra cultura politica insomma, che con i comunisti non può avere nulla a che fare. Noi stiamo dalla parte di chi occupa le fabbriche, le scuole, le università, di chi ha manifestato in piazza al G8 a Genova, il 14 dicembre a Roma, voi da che parte state?

Per i comunisti la giustizia non è tale se non accompagnata dall’aggettivo “sociale”. Non può di certo esprimersi all’interno di un sistema dominato dalla logica del profitto, tantomeno essere applicata da un magistrato, organo dello Stato, la cui legge è espressione di interessi economici. Chi dimentica questo, dimentica tutto, professa un cultura politica diametralmente opposta e anche fregiandosi ancora del termine comunista, non fa che tradirne gli ideali quotidianamente. Ogni tentativo di contestare questa tesi, ogni esercizio di retorica lascia il tempo che trova.

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