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7 luglio. Accadde a Reggio Emilia.

Ovidio Franchi, Afro Tondelli, Lauro Farioli, Emilio Reverberi, Marino Serri: il sette luglio 1960 muoiono sotto i colpi della polizia ad una manifestazione di protesta contro il governo Tambroni, sostenuto dal Movimento Sociale italiano. Nei mesi precedenti violenti scontri avevano segnato le piazze di molte città d’Italia, da Nord a Sud. Da Genova a Palermo scioperi e manifestazioni avevano dimostrato un sentito e partecipe dissenso nei confronti del nuovo assetto politico. Morti e feriti riflettevano l’influenza dei fascisti nel governo provvisorio. Si arriva a Reggio Emilia al culmine di una stagione repressiva senza uguali nella storia della giovane Repubblica Italiana. Quei cinque martiri partigiani riecheggiano nella memoria dei reggiani, di quelli che li hanno conosciuti attraverso la canzone, i racconti e quegli ideali divenuti maestri di vita; di quelli che quel maledetto sette luglio del sessanta erano in quella piazza mossi ancora da quella forza e dai quei principi che avevano animato la lotta partigiana. In questi anni di commemorazioni, è nei loro occhi che abbiamo visto rabbia, dolore, rancore. Abbiamo visto anche lo stupore e la gioia nel vederci presenti impugnando con fermezza  le nostre bandiere rosse. Cinquantatre anni dopo Reggio Emilia ricorda i suoi morti tra convegni, mostre, discorsi roboanti, iniziative di piazza e la tradizionale corona di fiori deposta al cimitero monumentale, sentendo ancora vivo il risentimento nei confronti di uno stato che non ha ancora fatto giustizia e pretendendo che persista il ricordo di quei giorni. Erano i ragazzi con le magliette a strisce, una generazione figlia della Resistenza pronta a scendere in piazza rischiando il piombo per difendere la democrazia; con fragore irrompevano nella storia del nostro paese, con freschezza, vitalità, ottimismo pretendevano di cambiare il mondo.

Ieri il governo tecnico Tambroni, oggi il governo di “larghe intese” Letta. Ieri un governo monocolore democristiano sostenuto dall’ MSI, oggi una nuova Dc appoggiata apertamente sia dalle forze di centro-destra che di centro-sinistra. All’epoca un vento di rabbia scuoteva l’Italia tra Genova, Palermo e Reggio Emilia, oggi quello stesso vento infiamma Turchia, Grecia e Brasile. Sono nuovi ragazzi dalle magliette a strisce quelli di Gezi park, di Atene, delle strade di San Paolo. 7 luglio 1960: cinque giovani reggiani vengono uccisi a colpi di pistola a Reggio Emilia; luglio 2001: Genova; 2003: iniziano le proteste contro la TAV in Val di Susa; 2 luglio 2013: una ragazza di ventidue anni viene manganellata mentre manifesta a Roma per il diritto alla casa. Stesso dissenso sociale, stessa risposta da uno stato reazionario. Ieri era inesistente lo Statuto dei lavoratori, oggi l’accordo di Pomigliano, la legge Gelmini, la legge Fornero, e all’ Ilva di Taranto migliaia di operai rimangono senza lavoro. Nel 1960 c’era il PCI e un’opposizione forte capace di rappresentare e difendere i giovani e i lavoratori, sollecitando la coscienza sociale. Oggi noi, Fronte della gioventù comunista, ci impegniamo a riempire un vuoto culturale e politico e a portare avanti come organizzazione le nuove istanze di protesta e una nuova coscienza di classe.

FGC Reggio Emilia

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