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I comunisti egiziani e gli eventi in corso in Egitto

* di Savatore Vicario (Commissione Internazionale FGC)

Per comprendere gli eventi in corso in Egitto, la prima cosa da fare è inquadrare questo paese nel quadro internazionale. L’Egitto si trova nel cuore del cosiddetto “Grande Medio Oriente”, l’area geopolitica che coinvolge parte del nord Africa e l’intero Medio Oriente, sino ai confini con Russia e Cina; l’Egitto è il ponte naturale tra nord Africa e Medio Oriente, controlla il canale di Suez ed è il grande vicino di Israele, Libano e Palestina. Così come in Libia e in Siria, anche l’Egitto si trova al centro delle contraddizioni e feroci rivalità che si creano sul terreno del capitalismo imperialista, tra i grandi gruppi monopolistici, le classi borghesi e gli Stati capitalisti (più o meno forti), per la ripartizione delle quote di mercato, il controllo delle risorse naturali (energia, minerali, acqua, ecc) e le rotte di trasporto di queste risorse (oleodotti e gasdotti, così come delle arterie di navigazione e le infrastrutture: porti, aeroporti, strade).  Le maggiori potenze che si affrontano in questo conflitto, esercitano un’influenza sugli sviluppi attraverso “attori regionali”; oltre Israele, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti assumono un ruolo attivo, ognuno dei quali, tuttavia, con i propri obiettivi particolari (e ciò è particolarmente visibile oggi in Egitto). Gli sviluppi che sono in atto in questa vasta regione e in Egitto, non possono essere completamente compresi se non li esaminiamo quindi attraverso il prisma di due importanti fattori globali: il primo è la crisi del capitalismo e il secondo è che in queste condizioni di crisi e a causa dello sviluppo capitalistico ineguale a livello globale, si stanno sviluppando nuove potenze capitalistiche, che mirano al loro coordinamento per rafforzare la loro posizione nei “centri decisionali” internazionali (ONU, FMI, WTO ecc…). Per questo motivo si vanno creando nuovi blocchi e alleanze regionali e globali, che ovviamente non incontrano la reazione positiva dei poteri costituiti, che vedono la perdita di posizione nel PIL globale, nella ripartizione dei mercati e delle materie prime. Il periodo trascorso dagli eventi in Libia, Tunisia, Egitto e in altri paesi ci fornisce precise informazioni che ci consentono di confermare il giudizio espresso fin dal primo momento sulla cosiddetta “primavera araba”. Se da un lato vi era la reazione popolare contro la politica antipopolare dei regimi di Mubarak e Ben Ali, dall’altra vi era (e vi è) “il piano covato dagli stati maggiori delle potenze imperialiste riguardanti il “Nuovo Medio Oriente”, per controllare meglio gli sviluppi e renderli compatibili con gli obiettivi delle classi borghesi per l’ulteriore sviluppo del capitalismo e l’adeguamento della sovrastruttura politica alla base economica di questi paesi.” (1) Bisogna quindi comprendere che un Egitto controllato con un governo fedele, suppone mantenerlo in regime di dipendenza dagli Stati Uniti e l’UE, mantenere il libero mercato e  stabilizzare l’area per lo sviluppo degli interessi di Israele, USA e l’Unione Europea nel mondo arabo e Medio Oriente. Tra le forze individuate dalle potenze imperialiste per svolgere questo compito vi è il movimento della Fratellanza Musulmana. Così il Partito Comunista Egiziano in un documento del 3 Agosto 2013 (2) descrive la Fratellanza Musulmana e il suo ruolo: “[…]forze che rappresentano segmenti del grande capitale, i più parassitari, tirannici, corrotti, fascisti, razzisti e reazionari. A questo si aggiunge la seria minaccia per la sicurezza nazionale dell’Egitto rappresentata dalla salita al governo del paese dei Fratelli Musulmani, inizio della messa appunto di uno schema di controllo e potere unito al saccheggio delle ricchezze nazionali. Una cospirazione per dirottare la rivoluzione e la nazione secondo uno schema stabilito dagli Stati Uniti e posto in atto sotto l’egida del Qatar e della Turchia, al fine di frantumare il territorio nazionale e minacciare l’entità e l’unità dello Stato egiziano, trasformarlo in uno scenario analogo a quello iracheno e siriano facendolo precipitare nell’abisso della rivalità settaria e del conflitto religioso, al fine di garantire la piena sicurezza per Israele, la tutela degli interessi nella regione degli Stati Uniti e dell’imperialismo nel suo complesso, con lo smantellamento dei paesi arabi e la distruzione degli eserciti nazionali che costituiscono una potenziale minaccia per Israele.  ” In un documento (3)del 19 Agosto 2013 della Coalizione Democratica Rivoluzionaria (4) si afferma che: “La Fratellanza Musulmana e i loro alleati  hanno svelato il loro vero volto di organizzazioni terroristiche che praticano la violenza, il terrorismo, l’assassinio, l’incendio doloso e l’odio settario religioso, insieme al loro legame con l’asse americano-sionista che mira alla dissoluzione e alla frammentazione del nostro paese e di tutta la regione e la sua ricomposizione nel quadro della strategia del nuovo Grande Medio Oriente, che porta gli Stati Uniti a diventare i padroni del mondo e lo Stato d’Israele a diventare il più forte nella regione e nello stesso tempo indebolire e dividere l’Egitto e il resto dei paesi arabi divenire nient’altro che delle periferie subalterne all’asse Turchia-USA-Israele.”

Dal febbraio 2011, con il rovesciamento di Mubarak, il movimento della Fratellanza Musulmana ha acquisito una grande forza, che li ha portati, in seguito, a vincere le elezioni godendo dei favori degli USA. Morsi nel suo periodo di governo ha applicato i dettami del FMI con una politica anti-popolare e repressiva contro tutte le forme di crescente mobilitazione e organizzazione del proletariato egiziano. La disuguaglianza nei salari è continuata a crescere e le condizioni di vita dei settori popolari è peggiorata. Il numero della popolazione egiziana che vive con meno di due dollari al giorno è passata dal 20% del 2005 al 40% nel 2012. La disoccupazione, che colpisce soprattutto la popolazione giovanile (un giovane su tre senza lavoro), è salita dal 9,7% nel 2009 al 13% nel 2013, nel frattempo il rallentamento economico dell’economia egiziana ha raggiunto il 2,2% nell’ultimo anno e l’inflazione è aumentata del 10%. La delusione delle aspettative che un settore degli strati popolari egiziani ripose nel governo islamista, il peggioramento delle condizioni di vita, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali hanno spinto una rinascita delle proteste sociali in Egitto. Una parte importante, anche se non ancora determinante, delle mobilitazioni si è verificata nei centri di lavoro con un incessante movimento di sciopero e sindacale. Nel 2012, anno in cui ha assunto l’incarico Morsi, si sono svolti in Egitto circa 3400 proteste di carattere socio-economico, con il governo della FM che non ha esitato a reprimere con maggiore durezza di Mubarak i movimenti operai e sindacali. Decine e decine di arresti sono stati operati contro dirigenti sindacali con la proclamazione di una legge anti-sciopero basata su quella attuata dai colonialisti britannici per sopprimere la rivolta del 1919. Al fianco delle politiche anti-operaie e anti-popolari, si è imposta una riforma costituzionale mirata all’islamizzazione delle istituzioni dello Stato e della società, con lo stabilimento della Sharia come “fonte principale del diritto”, articolo 2 della nuova Costituzione. L’articolo 4 stabilisce che in questa materia vanno consultati gli esperti religiosi di al Azhar, dove i Fratelli Musulmani e i salafiti hanno la maggioranza, mentre l’art. 219 indica che i principi della sharia si rifanno al Corano, all’insieme dei precetti del profeta Maometto e della dottrina della sunna che costituisce la seconda fonte della legge islamica che col testo sacro costituisce la Sharia. Sul piano internazionale ha sostenuto “materialmente e moralmente” la guerra (la jihad) contro la Siria, chiedendo l’attuazione della no-fly zone sopra il territorio siriano (proponendo l’aviazione egiziana a svolgere tali operazioni), denunciando l’intervento del Hezbollah sciita libanese al fianco del popolo siriano e del governo Assad e chiedendo per quest’ultimo il giudizio “per crimini di guerra”. Così il Partito Comunista Egiziano descrive il piano imperialista della “primavera araba”: “Il grande complotto ordito per stroncare la rivoluzione del 25 gennaio consisteva  sull’investitura dei Fratelli Musulmani a dominatori del più grande paese arabo e a rafforzarli politicamente nella regione in cambio della loro manipolazione per servire le trame degli americani, sionisti, l’integrazione nella globalizzazione capitalista e il perseguimento degli approcci neoliberisti associati ai monopoli del mondo. I Fratelli Musulmani erano preparati per questo, in quanto sono stati quelli che hanno fornito l’accordo di armistizio senza precedenti tra Israele e Hamas. Essi hanno taciuto circa la decisione di Obama di riconoscere Gerusalemme come capitale eterna di Israele e hanno taciuto sulle violazioni della moschea di Al-Aqsa […][hanno dimostrato]la loro disponibilità al compromesso per cospirare con Israele e gli Stati Uniti per imporre il progetto nazionale sionista lanciato per il confinamento dei palestinesi nel Sinai, […] l’abbandono della sovranità nazionale […] l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale e la promulgazione della costituzione (islamica). Una delle finalità dei progetti imperialisti in Medio Oriente è la creazione di stati per motivi religiosi, per servire in primo luogo il piano sionista di dichiarare Israele come stato ebraico per tutti gli ebrei del mondo.” Questo comporta conflitti di carattere settario religioso in questi paesi. “Così, ciò è diventato strategicamente necessario per dividere e frammentare i paesi arabi” sostituendo così la lotta ad Israele con i conflitti tra sunniti e sciiti oppure quello islamo-cristiano-ebraico-musulmano “e anche per sostituire la lotta di classe tra i popoli dei paesi arabi e gli alleati autoritari dell’imperialismo e i monopoli internazionali.” 

Da questi fattori nasce la grande mobilitazione unitasi nel movimento Tamarod, che ha raccolto più di 22 milioni di firme contro Morsi in tutti i settori e classi della società egiziana, anche all’interno di istituzioni e organismi statali in tutte le regioni del paese. Da qui la rivolta che ha portato in piazza 30 milioni di persone in tutto il paese a cavallo tra Giugno e i primi di Luglio e che ha visto la risposta di massa della classe media e in parte minore della classe operaia. Su questi eventi recente (ma che qualcuno sembra abbia già dimenticato) il Partito Comunista d’Egitto si esprime così: “La rivoluzione del 30 giugno 2013 è la seconda ondata, è la seconda e più matura fase per correggere il percorso  della rivoluzione del 25 gennaio 2011, e per scansare il più grande rischio che l’Egitto ha corso nella sua recente storia, precisamente il rischio di un rifiuto della nostra cultura, di separazione dalla nostra epoca e una minaccia per l’unità della Patria…”. Il 3 Luglio, le Forze Armate egiziane hanno risposto alle richieste del popolo, rovesciando il governo Morsi e prendendo in mano la guida del paese. Secondo il Partito Comunista Egiziano, ciò ha posto Stati Uniti e UE in seria crisi, in quanto per la prima volta in 40 anno l’Esercito egiziano è andato in una direzione opposta rispetto alle volontà degli USA. Da quel giorno l’Egitto ha vissuto un ulteriore sviluppo dello scontro interno, che il Partito Comunista Egiziano caratterizza così: “La contraddizione ora in Egitto non è solo una contraddizione tra l’opposizione politica e un gruppo reazionario e dispotico che è salito al potere e ha fallito nel governo del paese, ma […] tra la maggior parte delle masse egiziane e le loro forze politiche nazionali e democratiche da un lato e, dall’altro le forze della destra religiosa fascista guidata dai Fratelli Musulmani, che rappresentano la più grande minaccia per il futuro della nazione e rivoluzione.  È per questo che la rivoluzione di gennaio e la seconda ondata di giugno cerca di integrare l’indipendenza nazionale da tutte le forme di  dipendenza dagli Stati Uniti e dai paesi imperialisti. Ciò non può essere realizzato senza uno sviluppo fondamentalmente completo in campo economico, sociale e culturale. D’altra parte si tratta di una rivoluzione democratica per la creazione di uno Stato civile e democratico, sulla base di una Costituzione che protegge la libertà e i diritti politici, i diritti economici, sociali e culturali dei cittadini, che garantisce il controllo e la partecipazione popolare e la libertà di formare partiti politici, sindacati e associazioni e l’enfasi sulla separazione tra religione e politica, con il divieto di formare partiti religiosi. In questa rivoluzione, la cosa più importante è l’aspetto sociale che si basa sulla redistribuzione del reddito e della ricchezza nella società negli interessi della maggioranza delle masse lavoratrici, la tutela dei diritti dei settori poveri e vulnerabili della società e consentire ai lavoratori e contadini di formare i propri sindacati per assicurare la continuazione della rivoluzione e della realizzazione dei propri obiettivi da portare a un livello superiore della rivoluzione sociale a beneficio delle classi lavoratrici.”

Il ruolo e la posizione geo-strategica fondamentale dell’Egitto fa si che nessuna potenza imperialista può permettersi di perdere la sua influenza e controllo su questo paese. Alcune cifre ci aiutano a capire: gli investimenti di capitali degli Stati Uniti verso l’Egitto ammonta a circa 1.400 milioni di dollari ai quali si aggiungono i 1.300 milioni di dollari che ogni anno vengono versati all’esercito egiziano. L’UE fornisce inoltre aiuti con un potenziale che può raggiungere i 5.000 milioni di dollari di esborso totale. Il FMI ha concesso un prestito di 4.800 milioni di dollari e la Banca Mondiale ha “donato” 6.000 milioni di dollari. Nessuno dei principali “attori” politici, militari e sociali in campo in Egitto può pertanto esser considerato immune dall’influenza delle potenze imperialiste. A seguito del rovesciamento di Morsi e la formazione del governo di transizione “controllato” dall’Esercito, gli USA e l’UE non hanno “condannato” tale atto come “colpo di stato” con tutte le conseguenze giuridiche che ne sarebbero conseguite, ma hanno riconosciuto il nuovo governo cercando di mantenere la propria forte influenza sull’Egitto e sono intervenuti direttamente per la mediazione verso i Fratelli Musulmani e Morsi, facendo pressioni sull’Esercito affinché non intervenisse contro la Fratellanza Musulmana in piazza. Mediazione che ha solo rimandato fino ad arrivare agli eventi di questi giorni con il movimento dei Fratelli Musulmani giunto allo scontro con l’Esercito. Conflitto che l’Alleanza Democratica Rivoluzionaria descrive così:”[I Fratelli Musulmani] hanno promosso la violenza, l’omicidio e il terrorismo nel Sinai, e hanno creato dei campi armati nella piazza di Rabia’ e Nahdha e li hanno chiamati sit-in pacifici. In queste piazze hanno nascosto le armi e praticato l’assassinio e la tortura, hanno lanciato grida di minaccia, istigazione e inneggiamento alla morte, alla violenza e al terrorismo. Da queste piazze sono partite le manifestazioni armate nelle strade delle città e i villaggi, con atti di banditismo, incendio doloso e terrorizzando i cittadini pacifici, inoltre bruciando le stazioni di polizia, le scuole, gli ospedali e i musei, in una strategia ben organizzata di distruzione e occupazione delle istituzione dello Stato, ma nello stesso tempo hanno svelato la loro natura di odio settario religioso aggredendo le chiese, le case e i negozi dei cristiani e la ripetizione in varie città egiziane in particolare in Fayyum,el Minya, Asyut, Sohege e al Uksur. Non siamo dunque alla presenza di uso sproporzionato della forze e delle violenza da parte della polizia e dell’esercito contro manifestazioni e sit-in pacifici come viene sostenuto dalla propaganda americana e occidentale; ma stiamo affrontando gruppi violenti e terroristi organizzati sia dall’interno che dall’esterno che minacciano e terrorizzano il popolo egiziano e il suo Stato, distruggendo anche le sue capacità e le sue basi economiche, sociali, culturali, di difesa e la sua sicurezza”. Il primo atto seguito all’offensiva dell’Esercito e del governo di transizione sono state le dimissioni dalla carica di vicepresidente di El-Baradei, uomo degli USA (da molti considerato l’uomo che avrebbe dovuto guidare il governo di transizione), principale leader del campo liberale anti-Morsi. Il movimento Tamarod, allo stesso tempo, lancia una petizione per rifiutare gli aiuti provenienti dal governo USA e annullare il trattato di pace con Israele. Gli Stati Uniti annunciano il blocco delle esercitazioni con l’Esercito egiziano e i governi europei accusano l’esercito e minacciano la rivalutazione degli aiuti. La Turchia si schiera con i Fratelli Musulmani contro l’Esercito. L’Arabia Saudita risponde alle minacce di sanzioni degli USA e dell’UE nei confronti dell’Egitto, assicurando ai militari il proprio intervento per colmare le perdite. Il Generale Al-Sisi rifiuta le chiamate di Obama. L’uomo degli USA, El-Baradei viene posto sotto accusa di tradimento. L’UE decide di bloccare le forniture all’Esercito egiziano e discute su possibili “ripensamenti” sugli aiuti economici. Scenari in rapido cambiamento come testimoniano le parole del leader nasserista Hamdin Sabbahi (5): “Dopo le rivolte del 2011 non abbiamo ottenuto l’indipendenza nazionale. L’Egitto decide ancora come un Paese satellite degli Stati Uniti. Ma dopo il 30 giugno stiamo riguadagnando la nostra indipendenza dall’egemonia. È indicativo che ci sia una diffusa domanda di indipendenza nelle decisioni politiche degli egiziani. Il primo segno è la scelta dell’esercito di sostenere la rivoluzione popolare del 30 giugno. Tutti noi sappiamo che l’esercito egiziano è legato agli Stati uniti per fornitura d’armi e aiuti militari. E sappiamo che l’amministrazione americana sosteneva il regime di Morsi, se il nostro esercito ha preso la decisione di appoggiare il popolo, senza aspettare il disco verde di Washington: significa che iniziamo a prendere delle decisioni indipendenti, libere. Per ora non è ancora cambiato niente: dobbiamo costruire una piattaforma per liberarci del regime di Mubarak.” A ciò aggiunge: “Gli Stati Uniti non permettono agli egiziani di scegliere il loro futuro in modo libero. Parte della loro strategia nel mondo arabo è di dividere. È chiaro in Iraq e Siria: due grandi Paesi sono divisi e coinvolti in conflitti di matrice religiosa. La frammentazione di questi Paesi va a beneficio della strategia di Stati Uniti e Israele. E vorrebbero fare lo stesso con l’Egitto, di questo ho paura. Non è possibile che venga issata la bandiera di al-Qaeda nel Sinai e in piazza Ramsis. Se continuano questa strategia provocherebbero la divisione del Paese e la guerra civile. L’opinione pubblica egiziana per questo è ampiamente anti-americana. Diamo invece il benvenuto alla Russia e all’Arabia saudita. Il re saudita Abdullah ha una grande popolarità in Egitto perché ha dichiarato il suo sostegno agli egiziani non solo con i soldi ma con il sostegno politico. Lo ha fatto parlando con il presidente francese Holland, difendendo l’Egitto. Dobbiamo capire chi sono gli amici e chi i nemici: chi sostiene la nazione egiziana e chi sostiene i Fratelli. Spero che Vladimir Putin venga in Egitto. Lancio un invito popolare a Putin a visitare l’Egitto, alla Cina e gli altri poli del mondo. Andremo per strada ad accoglierli. Non saremo mai più sotto l’egemonia degli Stati Uniti.” Infine incorona Al Sisi come “nasserista: per i suoi valori, i suoi modi, le sue scelte”. Le parole del leader Nasserista, rendono chiaro il quadro geopolitico che interviene e si sviluppa in Egitto. Ciò ci permette di tornare all’inizio dell’articolo e comprendere cos’è realmente in gioco in questo momento.  L’accusa di tradimento verso El-Baradei infligge un duro colpo all’ala liberale ed insieme all’ondata di arresti che decapitano la Fratellanza Musulmana, vengono posti fuori dai giochi importanti attori USA. Nel mentre cresce la forza e l’influenza dei Nasseriani. Ma Al Sisi può essere realmente un nuovo Nasser? Decontestualizzare l’era Nasser, sarebbe un grave errore in quanto oggi non vi è alcun campo socialista, ma “nuove” potenze capitaliste come Russia e Cina.

E’ pertanto in questo quadro concreto che le masse popolari, i comunisti e le forze indipendenti di classe egiziane si devono muovere e sfruttare le contraddizioni esistenti per avanzare. Il Partito Comunista Egiziano lavora pertanto per unire le “Forze della Sinistra”, socialisti, comunisti e movimento giovanile che formano la Coalizione Democratica Rivoluzionaria. Sui compiti tattici immediati i comunisti egiziani, sostengono l’unità nazionale delle forze democratiche e patriottiche contro “il pericolo del fascismo religioso” “fino alla completa eliminazione di questo pericolo”, lavorando contemporaneamente al rafforzamento della lotta e unità delle forze di classe e nel movimento giovanile per coordinare l’attività della gioventù rivoluzionaria e coinvolgere i giovani nelle attività politiche per renderli corpo fondamentale nella fase successiva. La piattaforma su cui si muove il PCE e la Coalizione Democratica Rivoluzionaria prevede:

1)    Dichiarare i Fratelli Musulmani un gruppo terrorista e la confisca dei loro beni, e il divieto di formare partiti su base religiosa.

2)    Sviluppare una nuova costituzione democratica, che preserva i valori della cittadinanza e fissa le parole d’ordini rivoluzionarie di libertà e giustizia sociale.

3)    Legislazione sulla sicurezza sociale, diritti politici e la libertà sindacale, la legge sulle organizzazioni non governative e le società cooperative unificate.

4)    Fare un programma di urgenza economica e sociale che ponga i primi passi del progresso sulla via della giustizia sociale.

Per la CDR la “lotta contro il fascismo religioso è divenuta un forte collegamento per la lotta per la democrazia, l’indipendenza nazionale e la volontà del popolo egiziano.” E’ pertanto in questo sviluppo tattico (della rivoluzione democratica nazionale) che si inserisce il supporto all’azione dell’Esercito e al governo di transizione, considerato politicamente lontano.

Note:

1) Discorso del SG del CC del KKE in occasione della riunione dei Partiti Comunisti e Operai della regione del Mediterraneo orientale, del Mar Rosso e del Golfo. Atene, 20 Giugno 2013 http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemcdf26-013036.htm

2) http://cp-egypt.com/2013/08/12/the-egyptian-communist-party-june-30-revolution-its-nature-duties-and-prospects/ Traduzione dall’inglese di Clara Statello

3)https://www.facebook.com/photo.php?fbid=520123881393164&set=a.138107129594843.29770.117520008320222&type=1&theater Traduzione dall’Arabo di Nomen Beji

4) Coalizione Democratica Rivoluzionaria, alleanza di partiti e movimenti di orientamento socialista e comunista. Comprende: Partito Socialista Egiziano; Partito Comunista Egiziano; Partito dell’Alleanza Socialista Popolare; Partito dei Lavoratori e dei Contadini; Movimento Democratico Popolare; Socialisti Rivoluzionari; Movimento Mina Daniel; Movimento Giovanile; Unione della Gioventù Socialista; Coalizione Egiziana per la lotta alla corruzione.

5) http://www.linkiesta.it/egitto-nasser#ixzz2caJ3wT6I

 

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