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Perché ricordare Pietro Secchia?

di Alessandro Mustillo*

La figura di Pietro Secchia, a quarant’anni dalla sua morte risulta indispensabile per comprendere gli avvenimenti fondamentali della storia del movimento comunista in Italia e non solo. Per questo motivo come Fronte della Gioventù Comunista, insieme con la redazione di Senza Tregua lanciamo un appello a costruire un grande seminario nazionale, di discussione sulla figura di Pietro Secchia. Rivolgiamo la nostra attenzione innanzitutto alla gioventù che è chiamata oggi ad analizzare quanto accadde in passato per costruire un giudizio storico e politico su avvenimenti di fondamentale importanza, la cui comprensione è indispensabile per indirizzare l’azione dei comunisti oggi.

Pietro Secchia è stato un grande dirigente comunista, di enorme valore politico la cui storia si intreccia con le questioni cruciali e spesso non risolte della storia dei comunisti in Italia, della storia italiana del dopoguerra, e del movimento comunista internazionale. Vogliamo ricordare Secchia come dirigente della Resistenza, che seppe combattere con forza le posizione più attendiste dentro il PCI, mettendo in dovuto risalto la differenza tra la critica di Lenin al terrorismo e all’estremismo individuale, con la necessità storica della lotta armata come forza di liberazione dal nazifascismo. Secchia diede un contributo essenziale all’organizzazione della Resistenza. Un processo tutt’altro che spontaneo come egli insegna, che vide i comunisti in prima linea nella sua formazione; un sentiero tutt’altro che unitario che vide enormi contraddizioni tra le forze politiche di classe che sostennero e si impegnarono nella lotta armata per convinzione, e i partiti borghesi che agirono per convenienza, spesso con l’obiettivo di minare fin da subito la profonda portata progressista e innovatrice nella Resistenza.

Secchia protagonista della costruzione del PCI nel primo dopoguerra, che entra in conflitto con l’idea del Partito nuovo togliattiano, che primo coglie gli elementi di un lungo processo che passo passo avrebbe condotto alla mutazione genetica del Partito Comunista Italiano. La critica del ruolo che il PCI non riesce ad esercitare, la mancanza della dovuta azione in difesa delle conquiste della Resistenza, l’emarginazione dei quadri provenienti dall’esperienza della lotta armata, la mancanza della prospettiva della presa del potere nelle nuove generazioni, sono fattori che Secchia intravede, di cui intuisce l’enorme portata nel Partito.

Il rapporto con la dirigenza sovietica che non lesina critiche alla condotta del PCI in quegli anni, la fine della prospettiva della democrazia progressiva, che cade sotto i colpi della reazione borghese nel dopoguerra e che vede il Partito Comunista impreparato, non propenso a reagire a questi attacchi. Secchia dedicherà ogni sua energia dopo la sua esclusione dal gruppo dirigente del PCI allo studio di quei fenomeni, alla denuncia delle nuove trame che si profilano e che mirano con rinnovata forza ad arginare, fino all’ipotesi di sovvertire l’equilibrio istituzionale repubblicano, le conquiste progressiste della Resistenza. Trame che si confondono con il ruolo internazionale della Nato, degli Stati Uniti, di una rinnovata forza dell’imperialismo, a cui Secchia, attento lettore della situazione internazionale, dedicherà alcuni dei suoi ultimi scritti. Il primo dirigente che si accorse in Italia del peso che avrebbe avuto la frattura tra URSS e Cina, che invitò il Partito a tentare ogni sforzo nella sua ricomposizione, guardò con interesse alle nuove lotte che emergevano contro l’imperialismo in Sud America, e in tutto il mondo. Secchia avvisò i compagni cileni, delle trame statunitensi per sovvertire il risultato delle elezioni che videro la vittoria di Allende, rientrando da quel viaggio in precarie condizioni di salute, dovute con tutta probabilità ad un avvelenamento che lo porterà a morire alcuni mesi dopo.

Nei suoi ultimi anni di vita fu tormentato dalla consapevolezza dell’arretramento delle forze in Italia dalle capacità di difendersi da un eventuale attacco. Una critica che rivolgeva internamente al Partito, a differenza di quanti cercarono nello stesso periodo la strada delle intese politiche con la Democrazia Cristiana, per scongiurare questa prospettiva, lasciando sul campo però enormi masse che si distaccarono dal PCI, segnando anche esternamente l’inizio della fine.

In questa frattura che si crea tra il PCI, ancora grande partito di massa, e le nuove generazioni Secchia più di ogni altro coglie il pericolo che deriva dalla mancanza di apporto di nuova linfa vitale dai giovani al PCI. Memore del ruolo che la gioventù svolse nella lotta contro l’attendismo e successivamente nella Resistenza, Pietro Secchia coglie in quello scollamento, frutto della politica del PCI un elemento negativo che sarà la chiave degli avvenimenti successivi, e di cui ancora oggi subiamo le conseguenze.

Per tutti questi motivi riteniamo che la figura di Pietro Secchia debba essere conosciuta, studiata, compresa dalle nuove generazioni. Che il processo del suo allontanamento dal gruppo dirigente del PCI, fu il punto più alto di quella progressiva smobilitazione del Partito dalle sue posizioni. Secchia non era “l’uomo che sognava la lotta armata”, l’avventurista privo di realismo, come è stato descritto, non era il “cattivo maestro” definito da quella parte del PCI che fin da allora gettava i ponti per l’approdo verso altri lidi e che doveva fare i conti con una figura tanto ingombrante.

Secchia rivendicava l’idea di un partito diverso, che difendesse con grinta le posizioni conquistate, che non accettasse in modo arrendevole ogni passo indietro imposto dalle forze reazionarie, che mantenesse una mobilitazione politica permanente delle masse, per avanzare nelle conquiste della Resistenza. Un partito che non rinunciasse nella sua prospettiva strategica alla presa del potere, non si chiudesse a riccio di fronte all’emergere della lotta delle nuove generazioni, e che anzi si servisse della loro spinta e del loro entusiasmo per avanzare verso il socialismo. A quarant’anni di distanza dalla sua morte la sua lezione, la sua critica lucida, la sua grande comprensione degli avvenimenti di cui fu testimone e protagonista, sono per la nostra generazione materiale prezioso per ripartire.

* segretario nazionale del Fronte della Gioventù Comunista.

Per contribuire alla costruzione del seminario inviare una email all’indirizzo nazionale@gioventucomunista.it

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