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New York, tra elezioni e divisioni di classe.

Il 46% dei newyorkesi vive prossimo alla soglia di povertà, e nella vetrina luccicante fiore all’occhiello degli Stati Uniti – dove i grattacieli simbolo del potere delle multinazionali e le abitazioni per multimilionari si alternano alle realtà degradate dei nuovi ghetti metropolitani e di veri e propri slum- si torna a parlare di lotta di classe. Il dato è emerso in tutta la sua tragicità nel corso della campagna elettorale che vede il repubblicano Joe Lhota e il democratico di origini italiane Bill De Blasio contendersi il municipio della Grande Mela, ed è stato in qualche modo anticipato dallo sciopero -primo e unico nel suo genere- che ha visto sul finire dell’estate in molte città degli Stati Uniti migliaia di lavoratori dei fast food incrociare le braccia e abbassare le serrande dei ristoranti per chiedere più garanzie e un aumento del salario orario.

Secondo la cronaca, “l’italiano” “ De Blasio è dato favorito nei sondaggi con oltre il 65% dei consensi in virtù del suo programma riassumibile nello slogan “anche i ricchi paghino”. Nel concreto, dice il “gigante buono” (è alto 1.96) – apostrofato invano dai suoi avversari repubblicani come “marxista”, “sandinista”, “castrista”- : “E’ ora di dire basta privatizzazioni. Basta affidare servizi pubblici ai contractor esterni. E basta attacchi ai sindacati che devono, invece, estendere il loro ruolo: nel passato in America si è affermato un vasto ceto medio grazie al movimento dei lavoratori. Parlare dei problemi di chi, pur lavorando sodo, fatica ad arrivare a fine mese è onesto e patriottico: servono 200 mila case popolari, basta chiudere gli ospedali di quartiere. E i ricchi devono dare di più con le tasse per finanziare gli asili e il doposcuola delle scuole medie”.

Questa è appunto cronaca. E’ la cronaca di giornali come Repubblica e il Corriere, che attendono trepidanti gli spogli del 5 novembre per incensare il nuovo inquilino della città simbolo del capitalismo americano: una città dove si comincia a fare la fame e dove le campane della classe media strozzata dall’assenza cronica di stato sociale battono ormai a morto; dove ispanici, neri, italiani, orientali, ebrei per la prima volta voteranno compatti un sindaco che gli sta vendendo – opportunisticamente e funzionalmente al sistema – un sogno. Un sogno non molto diverso da quello di un giovane uomo di colore, dal cognome esotico e dal sorriso rassicurante, che per milioni di uomini in ogni parte del globo non è che il perdurare di un interminabile incubo.

A noi i risultati – scontati- del 5 prossimo venturo non ci interessano, e meno che mai i commenti a caldo degli opinionisti. A noi ci interessa cercare di capire che direzione prenderà e che forma assumerà tra qualche anno l’inevitabile delusione dei disoccupati, dei lavoratori e di tutti quegli emarginati che in mancanza di altro oggi si affidano alle coccole e all’aria fritta del “gigante buono”, a cui va senz’altro il merito di aver riportato al centro del dibattito politico nordamericano il tema della dignità del lavoro, dell’associazionismo tra lavoratori e dell’importanza dello stato sociale, ma nient’altro.

Gli strateghi del Partito Democratico che stanno dietro alla campagna di De Blasio stanno scherzando col fuoco, giocando sulla pelle e sulle aspettative di migliaia di elettori prossimi all’indigenza: per chi come noi continua a guardare con fratellanza e simpatia alle grandi masse di lavoratori e al ceto medio proletarizzato nordamericano – e con diffidenza e ostilità al sistema USA- questi non sono che i travagli di un parto, che, combinati con la fine dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti, potrebbero contribuire a muovere qualcosa anche lì dove nessuno se lo aspetta.

Trai i cento e i settant’anni fa andava in scena la storia – accuratamente rimossa dai vincitori- del sindacalismo rivoluzionario e del partito comunista nord americano: uno scontro aspro che, all’epoca non sarebbe potuto che terminare con la vittoria della borghesia in America, dai i rapporti di forza. A chi oggi in Nord America riscopre e si ispira a quella storia – la storia della lotta di classe in seno al paese guida del capitalismo contemporaneo – va tutta la nostra solidarietà e complicità, che non può di certo andare a un candidato sindaco che di giorno arringa i sindacalisti e la sera cena con Murdock e i Rockfeller: nella migliore delle ipotesi è un illuso – un utile idiota – nella peggiore, un nemico tra tanti.

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