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L’imperialismo contro la pace in Corea

di Lorenzo Scala

Nella primavera dell’anno scorso, l’opinione pubblica mondiale ha assistito ad una delle crisi inter-coreane più gravi degli ultimi anni, la quale sembrava promettere conseguenze ben più violente degli scontri militari avvenuti fra le due Coree nel novembre del 2010, occasione nella quale il Nord bombardò l’isola meridionale di Yeonpyeong a causa di sconfinamenti territoriali da parte della marina sudcoreana. Fortunatamente, la massima espressione degli avvenimenti più recenti ai quali si accennava prima è stata poi un lungo braccio di ferro diplomatico, conclusosi peraltro in un nulla di fatto. In un contesto del genere, le più grandi testate internazionali hanno avuto modo di riportare la propria attenzione su una delle regioni militarmente più instabili ed a rischio del pianeta, ma anche di banalizzare volontariamente una questione delicata – la divisione nazionale della Corea – che invece andrebbe trattata con capacità analitiche e padronanza dell’argomento ben maggiori.

Più specificatamente, si è conferito spazio esclusivamente alle presunte “minacce” della Corea Popolare agli Stati Uniti, con il chiaro intento di dipingere il piccolo paese asiatico come l’unica minaccia per la pace e la stabilità nella Penisola. A far dubitare il lettore medio su quanto effettivamente ci fosse di vero in tutto ciò, avrebbe dovuto essere innanzitutto la totale assurdità dell’idea di un paese di 120.540 chilometri quadrati che, impaziente di venire raso al suolo dalla prima potenza nucleare del mondo, continua imperterrito a dichiarare di volere attaccare gli Stati Uniti ed i loro alleati nel Pacifico. Un decisivo passo in avanti sarebbe poi stato quello di andare ad analizzare da un punto di vista cronologico quanto era accaduto negli ultimi mesi nella regione e di rendersi conto di come in realtà la crisi avesse radici ben più profonde, quali ad esempio l’inasprimento dell’embargo economico capitalistico nei confronti della Corea socialista – rea di aver utilizzato il proprio territorio di nazione sovrana per la messa in orbita di un satellite meteorologico- o, in misura maggiore, le pericolose e provocatorie esercitazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud nel Mar Giallo. Denominate Foal Eagle e Key Resolve, queste esercitazioni militari – oltretutto annuali – non sono altro che delle simulazioni di un’ipotetica invasione del territorio della Corea del Nord.

Le giustificazioni di Washington e Seoul in merito, secondo le quali si tratterebbe di misure esclusivamente “difensive”, sono facilmente smascherabili in tutta la loro falsità tenendo conto del fatto che, sempre l’anno scorso, sono state inviate dalla Casa Bianca in Corea del Sud altre cinque migliaia di truppe, in aggiunta ai già 30.000 soldati nordamericani presenti nella parte meridionale dell’Antica Penisola di Koryo. L’aperta ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Corea Popolare è stata recentemente dimostrata anche dall’esportazione di ulteriori armi di distruzione di massa, come i bombardieri B-2 e B-52, capaci di poter impiegare arsenali nucleari e di sfuggire al segnale dei radar nordcoreani. Non è difficile immaginare il motivo per il quale il governo della Corea del Nord- che ha già dovuto subire, nel corso della guerra del ’50-’53, l’utilizzo indiscriminato di armi non convenzionali e batteriologiche da parte statunitense- abbia interpretato questi atti come una minaccia alla propria integrità territoriale, decidendo quindi di continuare lo sviluppo di un deterrente nucleare atto a scongiurare un attacco esterno.

La questione coreana si è riaperta dopo mesi di relativo silenzio proprio all’inizio del nuovo anno, con l’annuncio delle più alte cariche militari nordamericane stanziate in Corea del Sud di nuove esercitazioni militari congiunte a ridosso del 38° parallelo, previste per fine febbraio. Lo spettro di un’ennesima crisi, a pochi mesi dalla riapertura di un timido dialogo fra le due Coree, sembra nuovamente aggirarsi sulla Penisola. La Commissione di Difesa Nazionale della Corea Popolare, massima istituzione statale del paese socialista, ha quindi inviato, il 16 gennaio, un sentito appello al governo del Presidente sudcoreano Park Geung-hye. Il principale intento di questo comunicato si trova senza ombra di dubbio nei suoi passi iniziali, nei quali si esplicita la volontà di Pyongyang di porre un freno a qualsiasi tipo di provocazione reciproca fra le due Coree, premessa necessaria all’instaurarsi di un clima più distensivo, favorevole al dialogo ed alle trattative per la riunificazione nazionale. Seguono poi gli ormai abituali inviti a cancellare le esercitazioni militari in programma, ma con una concessione che, nel contesto delle relazioni inter-coreane, ha dell’incredibile, se non dello storico: “Se il coordinamento e la cooperazione con gli Stati Uniti sono così preziosi e di valore, sarebbe meglio svolgere tali esercitazioni in una zona separata o negli Stati Uniti, lontano dallo spazio terrestre, marittimo e aereo della RPDC”. E’ da notare come la Corea Popolare non abbia mai accettato la presenza statunitense nel Sud della Penisola, avendo sempre considerato la cooperazione economica e militare dei suoi connazionali con Washington come un’ennesima dimostrazione della perdita di sovranità nazionale di Seoul , vista a ragione dal Partito del Lavoro di Corea come una mera colonia dell’imperialismo occidentale.

Nonostante le posizioni dei dirigenti nordcoreani in merito all’espansionismo statunitense della regione logicamente non cambino, il loro invito a condurre le esercitazioni militari lontano dal proprio territorio sottolinea la priorità politica che essi conferiscono alla normalizzazione dei rapporti col governo sudcoreano il quale, dal canto suo, deve “risolutamente rompere con l’atteggiamento del doppio gioco che da una parte tollera le armi nucleari degli estranei, che sono dannose per i connazionali, e dall’altra parte vieta le armi nucleari ai connazionali che invece proteggono la nazione”. Queste prese di posizione sembreranno certamente antitetiche rispetto a quell’immagine di paese guerrafondaio ed irrazionale che i giornali ed i telegiornali di tutto il mondo vorrebbero applicare alla realtà della Corea Popolare, ma sono perfettamente coerenti con quella che è stata la politica estera di quest’ultima fin dalla sua fondazione, nel lontano 1948: ne sono una prova gli sforzi condotti dal Partito del Lavoro di Corea per giungere alla firma di un trattato di pace con gli Stati Uniti, per la denuclearizzazione della Penisola e per l’istituzione di una confederazione indipendente col Sud, soluzione alla divisione territoriale e amministrativa elaborata nel 1980 da Kim Il Sung e portata avanti da Kim Jong Il negli anni della Sunshine Policy.

Ad ogni modo, già il 17 gennaio il Ministero della Difesa di Seoul ha respinto le proposte nordcoreane, definendole come “un vuoto e fuorviante esercizio di propaganda politica”. Incapaci di elaborare accordi alternativi che esulino dalla richiesta della denuclearizzazione unilaterale del Nord, le autorità sudcoreane fanno ricorso a queste critiche da diversi anni, ed il fatto che nel tempo gli unici risultati di questo loro atteggiamento prevenuto ed aprioristico siano stati dei grossi peggioramenti nelle relazioni inter-coreane, dovrebbe far riflettere su chi sia effettivamente a non volere la pace nella Penisola. Anche le menzogne giornalistiche montate ad arte dai media internazionali, riguardanti fantomatiche repressioni e violazioni sanguinarie dei diritti umani nella Corea socialista, non sono altro che l’espressione di una mentalità ancora legata alla Guerra fredda, sempre più spaventata dal confronto con un sistema sociale ed economico totalmente diverso dal nostro e impegnata nel nascondere le evidenti e disastrose falle del regime capitalistico, le cui conseguenze vengono pagate ogni giorno dai lavoratori. E’ anche il caso della stessa Corea del Sud, sulla cui propensione a diffondere false notizie sul Nord per demonizzare il socialismo e per minimizzare la tragicità della propria politica liberticida nei confronti del diritto al lavoro ed allo studio scriveremo presto. (continua…)

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