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Una pulizia etnica: la Nakba

* di Emanuele Vecchi

Al-Nakbah in arabo significa «catastrofe» e potrebbe essere utilizzata per indicare quei fenomeni naturali, come i terremoti o gli uragani, che trascendono la volontà del uomo. Invece con questa espressione si commemora un giorno, da troppi dimenticato, volutamente o per costrizione, in cui l’uomo si è reso protagonista di una delle pagine più nere della sua storia. Stiamo parlando del 15 maggio 1948, data in cui un popolo, quello palestinese, è stato vittima di una vera e propria pulizia etnica: perché di questo si è trattato: 750.000 mila persone cacciate dal loro Paese, senza che nessuno stato Occidentale intervenisse per fermare questo scempio. Massacri, violenze, espulsioni forzate, villaggi dati alle fiamme e rasi al suolo, un intero popolo cancellato dalla carta geografica, un’intera nazione distrutta.

C’era una volta la Palestina, con 1 milione e 400 mila abitanti distribuiti in 1300 piccoli e medi borghi. Ed è proprio dal 15 maggio 1948, il giorno dopo dalla nascita dello Stato d’Israele, che 541 villaggi, 11 cittadine, 20 quartieri arabi in città a popolazione mista (come Tiberiade ed Haifa) furono distrutti, che 750.000 palestinesi, l’80 % dei residenti della Palestina storica, diventarono profughi. Impossibile contare i morti: si stima si aggirino intorno alle 15.000 persone, cui vanno ad aggiungersi i migliaia e centinaia di profughi costretti, da quel giorno, a vivere in campi di fortuna allestiti nei vicini paesi arabi. A distanza di 66 anni da quel giorno, 75.000 mila palestinesi ancora si trovano in questa situazione di precarietà, senza una fissa dimora e senza poter vivere un ‘esistenza dignitosa.

Intanto gli israeliani, dimenticando il loro recente passato sofferto, occupano il 75% della Palestina storica, contro il 55% che era stato concordato con le Nazioni Unite. Nel restante 22%, sarebbe infatti dovuto sorgere lo stato della Palestina, mentre ad oggi è ancora in vigore uno stato d’assedio (Striscia di Gaza) in cui sopraffazioni e violenze, bombardamenti e omicidi sono ormai fatti quotidiani. Questo clima di segregazione, che niente ha da invidiare ad un regime di vero e proprio apartheid, è peggiorato in tutte queste decine di anni, giorno dopo giorno, con la costruzione scientifica di un’architettura dell’occupazione fatta di muri di separazione, di barriere, di checkpoint , “aree sterili”, “zone di sicurezza speciale”“aree precluse ai civili”(palestinesi,. ovviamente). L’arroganza di Israele, d’altra parte, è riassunta nell’ordine del giorno 194 dell’ONU, che sanciva il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, il quale non è mai stato rispettato. La costruzione di un Muro , vera e propria opera coloniale, simboleggia la volontà di rendere questa appropriazione definitiva, senza ritorno, di rendere irreparabile l’annessione al territorio israeliano del 46% della superficie territoriale Cisgiordania con le sue terre più fertili e le risorse d’acqua più abbondanti. Ma le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Affinché questa sia efficace è necessario far dimenticare quel popolo dalla storia, dalla memoria. La costruzione di insediamenti – illegali secondo il diritto internazionale – sui terreni espropriati ai palestinesi  nei quali vivono e lavorano, sfruttati, 650.000 coloni, la distruzione di foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese sono operazioni formidabili per un atto di “memoricidio”.

La cattiveria e la sfrontatezza con cui queste operazioni sono state concepite e messe in atto sono riassunte nelle parole del padre, dell’eroe e “fondatore” dello Stato d’Israele, Ben Gurion, secondo il quale, durante le occupazioni (già fatto di per se gravissimo e inaccettabile) « non c’era bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è», come voler dire che bambini, donne e anziani  innocenti fossero paragonabili a presunti» terroristi», rei di aver difeso la loro terra da attacchi nemici. Ma di allievi eccellenti Gurion ne ha avuti tanti, tra cui spicca Ariel Sharon, generale dell’esercito che creò l’ossatura della colonizzazione dei Territori Occupati  a partire dall’istituzione del commando speciale Unità 101 ( figlia delle bande sioniste, tra le quali Banda Stern, Irgun e Haganah responsabili di molteplici delitti tutt’ora non quantificabili) che aveva come attività principale il massacro di civili nei villaggi e nei campi profughi. Impossibile dimenticare i Massacri di Sabra e Shatila, strage che avvenne fra le 6 del mattino del 16 e le 8 del mattino del 18 settembre 1982 , in cui morirono 3500 vittime innocenti e in cui Sharon porta alcune responsabilità indirette, dovute a un comportamento giudicato negligente  per l’entrata delle milizie falangiste libanesi nei campi palestinesi.

Per comprendere le origini e le motivazioni della Nakba, occorre fare un passo indietro e tornare agli albori del XX secolo, periodo in cui fece la sua prima apparizione il movimento sionista. Nato dalla volontà degli ebrei di ridefinire se stessi come gruppo nazionale e nazionalista (nell’accezione buona del termine), e non in quanto gruppo religioso, tale movimento aveva come obiettivo la sistemazione degli ebrei in un luogo sicuro, lontano da ogni forma di antisemitismo di cui allora gli ebrei avvertivano il crescente pericolo. La scelta della terra, ricadde come noto sul territorio palestinese, e venne appoggiata, senza batter ciglio, da tutte le potenze europee, legate fortemente al grande capitale detenuto, nella maggior parte, proprio da banchieri di origine ebraica. La scelta della Palestina  implicava, di fatto, la cacciata del popolo che la occupava, le cui modalità vennero messe in atto a partire dal 1936: i palestinesi vennero sgomberati dalle terre e cominciarono a perdere il proprio impiego a causa della strategia sionista di controllare il mercato del lavoro. Ancora una volta il grande capitale e colonialismo si ritrovano insieme, dalla stessa parte. Era chiaro che il problema degli ebrei in Europa si sarebbe risolto in Palestina. Naturalmente il popolo oppresso accortosi del piano dei sionisti  tentò di ribellarsi. Ci fu bisogno di tutta la potenza dell’Impero Britannico per schiacciare quella rivolta. In tre anni gli inglesi misero in atto il repertorio di azioni terribili quanto quelle che in seguito vennero usate da Israele per reprimere le intifada palestinesi del 1987 e del 2000. Le operazioni britanniche si diressero in particolar modo contro la popolazione delle campagne, principale vittima dell’occupazione israeliana, e contro l’élite politica e militare che portò la società palestinese ad essere praticamente indifesa quando le prime azioni sioniste nel 1947, con la notizia che il Mandato Britannico stava per finire, ebbero inizio. L’appoggio illimitato di cui godette Israele, al di fuori delle mere dichiarazioni e delle volontà espresse di giungere ad una soluzione pacifica che a nulla portarono, è frutto delle connivenze internazionali, rese evidenti dal fatto che le potenze occidentali avevano interesse alla nascita di uno stato ebraico, più “simile” a loro, in quella regione per evitare qualsiasi autonomia e indipendenza araba.

Non è un mistero che nemmeno l’Unione Sovietica, in un primo momento, non fece mancare il proprio appoggio alla creazione di uno stato ebraico ( utile ricordare che già Stalin nel 1934 spinse per la creazione di una Provincia autonoma ebraica nel territorio sovietico ): evidentemente questo sostegno deve essere letto come un tentativo di spostare gli equilibri in medio-oriente dove il processo di decolonizzazione era ancora lontano dall’avere luogo e dove tutti i paesi della zona erano sotto l’influenza e il diretto controllo degli imperialismi europei. Quando fu chiaro che questo tentativo non riuscì a produrre i risultati sperati, il sostegno sovietico si interruppe bruscamente e iniziò al contempo una cooperazione sempre più importante con i movimenti di liberazione nazionale e indipendentisti che infiammarono l’Africa e l’Asia intera nei decenni seguenti e che portarono libertà e progresso dove prima vigevano schiavitù e catene.

Negli ultimi decenni la Nakba è stata portata avanti con altri mezzi, attraverso pianificazioni municipali, regolamenti amministrativi e forze speciali di polizia, più subdoli e tecnologici ma non per questo meno devastanti. Nell’estate del 2012, mentre tutto il mondo focalizzava la sua attenzione sulla Siria, Egitto ed Iran, le autorità israeliane approvavano un piano, denominato Prawler (da Ehud Prawler, il nome del vice direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano e capo del team di esperti che l’hanno preparato) per eliminare definitivamente gli ultimi abitanti della Palestina del Sud, i beduini del Negev. Le modalità per giungere a questa completa pulizia etnica, seppur realizzate con droni e veicoli di ultima generazione, ricalcano sostanzialmente le vecchie operazioni prevedendo la distruzione dei 35 villaggi abitati dai 70.000 beduini e la costruzione di nuovi insediamenti come quelli, già realizzati, di Be’er Shiva e Dimona. Questo piano si inserisce in una strategia più ampia degna del massacratore di Sabra e Shatila che prevede una Striscia di Gaza ghettizzata, l’annessione dell’area C della Cisgiordania (una zona definita creata dagli Accordi di Oslo comprendente il 60% della Cisgiordania) e la creazione di un Bantustan (termine che si riferisce ai territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano nell’epoca dell’apartheid). palestinese nella parte restante. Tutte le molteplici proposte di pace che si sono susseguite nel corso di questi anni hanno come minimo comune denominatore la «partizione» del territorio, soluzione giustamente ritenuta inaccettabile dagli Stati Arabi e dai palestinesi. La famosa risoluzione 181 del novembre 1947, tanto per fare un esempio, presentata come garanzia per i diritti e il benessere della popolazione palestinese, prevedeva  la creazione di uno stato ebraico sul 56% del territorio (per una popolazione di circa il 35%) di fronte al 44% per uno stato arabo (il 65% della popolazione complessiva), senza specificare che fine avrebbe fatto la popolazione araba residente nel territorio del nascente stato ebraico.  Lo stravolgimento dei fatti con l’attribuzione del ruolo di «terroristi» ai palestinesi capaci di far fallire ogni trattativa è reso possibile dall’affermazione del sionismo  sul piano politico all’interno e su quello militare all’esterno.

È ormai chiaro come la autorità israeliane tollerino solo un’Autorità nazionale palestinese che garantisca i loro interessi e la pacificazione dei territori “autogovernati” in modo da accrescere ancor di più i loro profitti con l’obiettivo non di “distruggere” le forze politiche palestinesi ma di renderle compatibili con i loro progetti. E quando l’Anp non può essere controllata gli si scatena contro una guerra distruttiva – è stato così con il presidente Arafat nel 2002 (con l’arresto di Marwan Barghouti che sembrava diventare il dirigente di una nuova resistenza palestinese) e poi per la Gaza di Hamas nel 2008 e ancora oggi dopo l’accordo di pace raggiunto tra quest’ultima e al-Fatah. Appare ormai chiaro, dunque, che la soluzione della «partizione», un’idea occidentale figlia del colonialismo già applicata in altre realtà come in India e in Africa, é una mistificazione dietro cui si nasconde la cruda verità, che è quella di un regime di apartheid in cui la parte economicamente più forte, Israele, supportata dalle grandi potenze capitalistiche occidentali, sottomette un popolo, quello palestinese, che non ha altra arma all’infuori della voglia di libertà e autodeterminazione, crudelmente strappategli da ormai 66 anni.

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