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Rivolta in Abkhazia: si dimette il governo con la mediazione russa

* di Daniele Bergamini

In Abkhazia, durante la notte tra il 27 e il 28 maggio, dopo una manifestazione antigovernativa, l’opposizione ha occupato il palazzo presidenziale di Sukhumi, capitale della piccola Repubblica di fatto indipendente dalla Georgia. Il presidente dell’Abkhazia, Aleksander Ankvab ha dichiarato fin da subito che si è trattato di un tentativo di golpe assicurando però in un primo momento di avere la situazione sotto controllo, ma il 2 Giugno ha rassegnato le sue dimissioni per “mantenere la stabilità nel paese”, ed è stato sostituito ad interim dal presidente del parlamento Valeri Bganda che traghetterà il paese fino alle elezioni anticipate convocate per il prossimo 24 agosto. L’opposizione aveva nei giorni scorsi dichiarato di controllare la Repubblica dell’Abkhazia, chiedendo le dimissioni del presidente Ankvab, assieme a una riforma del sistema di governo ed elezioni presidenziali anticipate. Tutti questi avvenimenti si sono verificati in seguito a una grave crisi economica nel paese, in default bancario, con gravi problemi di corruzione del governo e povertà diffusa.

I media occidentali hanno cercato di presentare la rivolta come una sollevazione antirussa, sulla falsariga degli eventi ucraini, senza però tenere conto del fatto che l’opposizione si è mostrata favorevole a un maggiore dialogo con la Federazione Russa. Infatti l’economia della zona dipende molto dalla Russia e dagli “aiuti” russi che non sono sfruttati adeguatamente, secondo l’opposizione, a causa degli sprechi del governo. Gli oppositori del governo abkaso si sono quindi mossi contro l’attuale classe dirigente, mentre l’imperialismo occidentale ha sfruttato i fatti dell’Abkhazia per cercare di mostrare una Russia debole e incapace, coprendo le evidenti sconfitte in Ucraina. L’opposizione ha comunque mostrato il suo consenso a un nuovo trattato economico con la Russia dichiarando di non voler assolutamente intaccare i buoni rapporti tra i due paesi.

Intanto il 28 maggio è stato firmato, tra Russia, Bielorussia e Kazakistan, il trattato che sancisce la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica. E’ evidente come il golpe fascista contro l’Ucraina abbia comportato un cambio nelle relazioni estere russe: la borghesia russa negli ultimi anni ha ripreso il controllo di risorse chiave, nazionalizzando ampie porzioni del settore energetico e fondando nuove multinazionali oltre la Gazprom. Dopo il peggioramento delle relazioni con l’Occidente la logica risposta è stata quella di rivolgersi a Cina e India, che hanno aumentato il loro fabbisogno energetico per via della rapida crescita economica e demografica, costituendo quindi un mercato ben più grande della stessa Europa, ma anche più sicuro per via delle relazioni diplomatiche migliori.

Gli USA e i paesi dell’Unione Europea hanno manifestato la loro aggressività per soddisfare gli interessi dei grandi monopoli capitalistici occidentali in modo da mantenere l’egemonia globale conquistata dopo il crollo del blocco sovietico. La sopravvivenza di governi anti-imperialisti come il Venezuela e il rafforzamento di potenze come la Russia hanno minato l’egemonia nordamericana, ma la maggior parte delle multinazionali più ricche del globo è ancora appartenente alle borghesie imperialiste dei paesi NATO (USA, Germania, Francia, Italia), e da imperialismi apertamente filoccidentali (Giappone, Israele, Sud Corea). Ovviamente per condurre una politica estera di aggressione bellica come quella americana o francese bisogna avere un supporto economico, per questo ancora oggi solo l’imperialismo occidentale riesce ad attaccare su tutto il globo mentre paesi come i BRIICS si limitano a mantenere la stabilità interna (imponendo la pace sociale a sfavore del proletariato) e a una politica di semplice penetrazione economica imperialista, evitando ancora l’uso della forza e della destabilizzazione non potendoselo ancora permettere, perlomeno lontano dai confini del paese.

Difatti gli interventi russi come quello in Georgia nel 2008 o in Crimea quest’anno sono la risposta a continue destabilizzazioni operate da agenti politici e economici filoccidentali, e l’attuale governo ucraino inoltre è in mano al padrone di una grandissima azienda dolciaria che intende “pacificare” l’Ucraina soffocando le rivolte del Donbass, in cui entrano sempre più come protagonisti i lavoratori, su tutti i minatori che hanno un ruolo non indifferente nella mobilitazione antigolpista e antifascista.

In Georgia nel 2008 l’attacco russo avvenne in seguito a un bombardamento georgiano contro la capitale dell’Ossezia (Tsinkvali) e i russi, vittoriosi, riconobbero l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, piazzando fra l’altro il noto sistema di missili di difesa anti-aerea S-300 in Abkhazia e costruendo circa 20 cittadelle militari russe (di cui 4 in Abkhazia), in risposta alle mosse degli USA. L’indipendenza riscontrò l’opposizione degli USA e del governo georgiano, mentre nel 2009 anche la Repubblica Bolivariana del Venezuela riconobbe l’indipendenza dei due stati.

In seguito vennero firmati vari accordi economici e la Russia ha aumentato gli sforzi per mantenere la stabilità nel Caucaso, minacciata dalla filoamericana Georgia e da movimenti politici filo sauditi (come nel caso ceceno) analoghi a quello salafita siriano: a fine 2013 è avvenuto l’attentato di Volgograd (Stalingrado) rivendicato da gruppi islamici che mirano a creare un emirato islamico nel Caucaso.

Proprio in questi giorni la Georgia si avvicina sempre più all’orbita europea: poche settimane fa il Consiglio Europeo ha annunciato che il governo georgiano, il prossimo 27 giugno, firmerà a Bruxelles un accordo di associazione con l’Unione Europea, ciò sicuramente produrrà ampi contrasti con Abkazia e Ossezia, dove governi e opposizioni locali sono d’accordo nell’opporsi al governo centrale e all’Europa. In Georgia, i comunisti sono costretti a fare i conti con una propaganda anticomunista ancora più martellante e aggressiva che in Europa, con la quale il governo vuol ”giustificare il mantenimento delle politiche contro il popolo del sistema capitalista e la promozione incondizionata degli interessi della NATO nella regione del Sud del Caucaso” (1), legittimando la sua entrata nella Unione Europea e la completa dipendenza dai monopoli europei in contrasto con le Repubbliche di Abkazia e Ossezia del Sud, che sono formalmente georgiane ma nella realtà indipendenti e opposte al governo di Tiblisi, pur con le loro contraddizioni interne.

I contrasti interni al piccolo Stato secessionista dell’Abkhazia ci insegnano che anche paesi non allineati alla NATO o alla UE sono attraversati da contraddizioni interborghesi e contraddizioni tra borghesia e proletariato, sullo sfondo del contrasto tra l’Unione Europea e la neonata Unione Eurasiatica.

Tale processo può mettere da parte alcuni contrasti in seno allo schieramento anti-europeista, e la situazione abkaza sembra in via di risoluzione, con la mediazione russa accettata sia dall’opposizione che dall’ormai ex presidente Ankvab, attraverso Rashid Nourgkalief, membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale della presidenza russa, e Vladislav Surkov consigliere presidenziale di Putin e responsabile delle relazioni tra Federazione Russa e l’Abkhazia, che ha dichiarato: “l’obiettivo principale è stato raggiunto: una soluzione pacifica della crisi”, nella necessità per le autorità russe di mantenere stabile la regione, per conservare il controllo del Caucaso insidiato da una Georgia, sempre più legata alla NATO e all’UE così come l’Ucraina.

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1)      Dichiarazione della Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa di solidarietà con il Partito Comunista Unificato di Georgia contro l’anticomunismo delle autorità locali: http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemceb05-013960.htm

 

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