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Il PCI e l’8 settembre

di Pietro Secchia

L’8 settembre

Gli avvenimenti precipitavano. Ritornammo a Roma, dopo i pochi giorni di permanenza nel Nord, verso la fine di agosto. Si era deciso di tenere nella capitale la riunione del centro interno al completo (Amendola, Massola, Negarville, Novella, Roasio, Roveda), alla quale dovevamo partecipare noi ritornati dal confino (Scoccimarro, Longo e Secchia). La riunione ebbe luogo il 30-31 agosto.

Togliatti era da tutti i convenuti riconosciuto come l’indiscusso capo del partito, ma in quel momento si trovava a Mosca (dove c’era pure Ruggiero Grieco) e non esisteva alcun contatto diretto con lui, né alcuna prospettiva di poterci presto collegare.

Dopo avere inviato un saluto al capo del partito, Palmiro Togliatti, i convenuti decisero di costituire una direzione provvisoria della quale chiamarono a fare parte anche il compagno Li Causi. Provvisoria, relativamente, in quanto in quel momento era difficile prevedere quando l’Italia sarebbe stata liberata. La direzione fu divisa in due gruppi, l’uno avrebbe dovuto risiedere a Milano e l’altro a Roma.

Fu approvata la politica svolta dal partito dopo il 25 luglio e si decise di intensifìcare la mobilitazione delle masse popolari nella lotta contro il governo Badoglio, per la pace immediata e la libertà completa, promuovendo localmente, nei luoghi di lavoro, l’organizzazione di comitati del Fronte nazionale di massa, per provocare una maggiore attivizzazione del popolo ed un suo più deciso intervento nello sviluppo della situazione politica. Nel quadro della politica di unità di tutte le forze antifasciste e democratiche, si decise anche di rafforzare i legami unitari con il Partito socialista e con il Partito d’azione.(37)

La situazione era confusa e preoccupante; i partiti antifascisti non avevano sedi, praticamente si trovavano ancora in una situazione di “illegalità.” I loro giornali si stampavano e diffondevano clandestinamente. Il governo Badoglio giustificava il rifiuto a concedere le libertà con la incombente minaccia tedesca; in realtà, mentre nuove divisioni tedesche scendevano ogni giorno dal Brennero occupando, con il pretesto di fermare l’avanzata degli “alleati,”, le posizioni strategiche del nostro paese, Badoglio nulla faceva per organizzare la difesa ed impedire che i tedeschi potessero da un momento all’altro rovesciare il governo italiano e sostituirlo con un nuovo governo fascista, oppure con un Gauleiter alle dipendenze di Berlino.

Si sapeva, è vero, malgrado il massimo riserbo, che il governo manteneva contatti anche con gli esponenti del Comitato di liberazione, che trattative erano in corso con gli alleati, il che avrebbe dovuto essere motivo di più per preparare la difesa del paese dalla reazione tedesca che doveva prevedersi certa, rapida e con forze preponderanti.

Soltanto delle misure immediate per orientare in modo sicuro l’esercito verso il vero nemico e dei drastici provvedimenti per togliere i comandi ai generali infidi ed eliminare l’operante quinta colonna avrebbero potuto preparare il terreno ad una lotta che si prospettava inevitabile, dura e difficile. Tutto ciò non poteva essere fatto senza la mobilitazione e la collaborazione attiva delle masse popolari. Ma era illusorio attendersi che il re, Badoglio e tutto l’ambiente che aveva appoggiato il fascismo per venti anni, sino all’ultima ora, si rivolgessero alle masse popolari.

Da parte loro i partiti antifascisti e lo stesso Partito comunista, pur essendo meglio preparato degli altri, si trovavano in via di riorganizzazione e questa procedeva lentamente e con molte difficoltà. Non si potevano usare i telefoni, la situazione di guerra rendeva difficile anche l’utilizzazione delle automobili e di altri mezzi di rapida comunicazione. I treni marciavano lentamente, dodici ore per andare da Roma a Milano, frequenti le interruzioni ferroviarie a causa dei bombardamenti. Frattanto l’ora fuggiva e gli avvenimenti precipitavano.

Il 31 agosto la direzione del PCI presentò al Comitato delle opposizioni e al governo un Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi, il cui testo era il seguente:

«La continuazione della guerra è contraria agli interessi dell’Italia e risponde solo alle esigenze dell’imperialismo tedesco e della cricca nazista. L’aspirazione unanime e più urgente del popolo italiano è la pace. Alla realizzazione della pace si oppone la presenza in Italia delle truppe tedesche. Il loro continuo afflusso indica la ferma intenzione del governo nazista di intervenire, nelle questioni politiche interne del nostro paese, in favore dei fascisti e costituisce un impedimento alla libera iniziativa del popolo italiano in favore della pace.È necessario perciò spezzare ogni ostacolo alla pronta realizzazione della pace. A questo fine si deve:

a) rompere immediatamente e decisamente ogni patto di alleanza e di collaborazione con la Germania;

b) concludere un accordo di armistizio con le Nazioni Unite;

c) prepararsi a respingere con la forza ogni iniziativa od intervento tedesco o fascista che tenda ad opporsi alla volontà di pace del popolo italiano;

d) in caso di conflitto armato con le forze tedesche, tutte le formazioni militari, anche quelle che si trovassero in territorio provvisoriamente occupato dai tedeschi, devono ricevere l’ordine di opporsi con tutte le loro forze all’usurpatore, respingendo ogni idea di compromesso o di capitolazione;

e) organizzare la collaborazione armata dell’esercito e della popolazione, procedendo alla formazione e all’armamento di unità popolari che, ripetendo le gloriose tradizioni garibaldine del Risorgimento, diano alla guerra un chiaro e preciso carattere di liberazione nazionale;

f) stabilire in tutte le località dei contatti e degli accordi tra i comandi militari e le rappresentanze del Fronte nazionale per fare fronte a tutte le esigenze di lotta;

g) sviluppare una politica di fraternizzazione tra esercito e popolazione, impedendo ogni atto di ostilità da parte delle forze armate contro le masse popolari ;

h) liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello stato, dell’amministrazione e dell’esercito disarmando la milizia volontaria per la sicurezza nazionale ed eliminando dai posti di comando tutti i fascisti e fascistizzanti. Nello stesso tempo si debbono portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica, decisi a lottare sino in fondo contro l’occupante tedesco ed i suoi strumenti: i fascisti italiani.»  (38)

Questo documento, elaborato da Luigi Longo, non venne formalmente respinto dal maresciallo Badoglio, il quale tuttavia, già riluttante a contrapporre ai tedeschi persino l’esercito regolare, in sostanza lo ignorò anche se in quei giorni autorizzò il generale Giacomo Carboni a prendere contatto con esponenti antifascisti ed anche con i comunisti ai quali promise la consegna di un certo quantitativo di armi e munizioni. Il promemoria non venne discusso neppure dal Comitato delle opposizioni antifasciste, ma ispirò l’attività della giunta militare costituita il 30 agosto per iniziativa del PCI, del PSI e del Partito d’azione, composta da Luigi Longo, Sandro Pertini e Riccardo Bauer.Frattanto al Nord veniva diffuso un documento-direttiva della direzione del PCI sui compiti dei comunisti e dei Comitati di FN, di fronte all’aggravarsi della situazione.

Mozione dei tre partiti

L’aggravarsi della situazione politica, la crescente minaccia delle forze armate tedesche, l’insufficienza della politica del governo di fronte alle imperiose esigenze del momento, impone ai partiti popolari la necessità di un maggiore coordinamento ed unità della loro azione politica al fine di un potenziamento politico-organizzativo del CC del FN che lo renda atto a svolgere e realizzare la funzione ed i compiti che ad esso si impongono nel momento attuale. Affinché il CC del FN acquisti una maggiore efficacia di azione politica, è necessario che esso si colleghi:

1) con tutti i C di FN locali e di essi divenga il centro dirigente, coordinatore ed unificatore della loro attività in tutto il paese; si impone perciò la costituzione di un segretariato con compiti e funzioni determinati, provveduto dei mezzi necessari allo svolgimento del suo compito;

2) con tutte le organizzazioni di massa esistenti: sindacali, commissioni interne, ecc.; le quali devono fiancheggiare e sostenere la sua azione politica ed essere gli organi di mobilitazione delle masse per la realizzazione degli obiettivi politici generali;

3) con l’esercito e le altre forze armate onde assicurarsene l’appoggio nello svolgimento della sua azione diretta al raggiungimento degli obiettivi politici del FN;

4) tali obiettivi devono essere chiaramente definiti di fronte al paese mediante la formulazione di un programma di FN al quale siano impegnati tutti i partiti e movimenti ad esso aderenti e del quale siano indicati metodi e criteri di realizzazione;

5) obiettivo centrale di tale programma è: pace e libertà. Per la cui realizzazione oggi si impone la mobilitazione e l’organizzazione di tutte le energie nazionali per la lotta antitedesca fino alla lotta armata insieme all’esercito nazionale contro le forze armate germaniche, per il loro allontanamento dall’Italia e la eliminazione di tutte le sopravvivenze del regime fascista;

6) direttiva politica generale del CC di FN è l’opposizione e la lotta contro il governo attuale, le sue oscillazioni e incertezze. Condizione essenziale per un appoggio al governo è una politica energica e conseguente di pace e libertà, per la radicale eliminazione del fascismo e l’allontanamento delle forze armate germaniche dall’Italia. Tale non essendo la politica del governo attuale, il CC di FN deve proporsi la sua sostituzione con un governo di partiti, assumendo nelle proprie mani il governo del paese.

Il PC e il PS riconoscono ed accettano la rivendicazione repubblicana, si impegnano a svolgere la propaganda in tal senso, a porre il problema dell’abolizione della monarchia nei prossimi comizi elettorali, ed a trasformare la prima Assemblea parlamentare in costituzionale.

Ritengono però che tale esigenza non debba porsi e considerarsi come pregiudiziale all’azione diretta alla realizzazione degli obiettivi di pace e libertà e all’eventuale assunzione del governo per le loro attuazioni. (39)

L’annuncio anticipato dell’armistizio da parte degli alleati fece precipitare la situazione, bruciando i tempi e quei pochi giorni che ancora si riteneva di avere a disposizione per preparare la difesa della capitale e del paese.

Nella notte tra l’8 e il 9 settembre il generale Carboni, mantenendo la parola data, fece consegnare a Luigi Longo due grossi autocarri di armi che furono scaricate in luoghi diversi, una parte al Museo del bersagliere, altre in un magazzino di via Sila, in un’officina di un meccanico ciclista in via del Pellegrino e in un garage di via Galvani al Testaccio. Furono scaricate oltreché dal capitano Guido Carboni (il figlio del generale) e dal dott. Felice Dessy, monarchico, e confinato politico, uomo di fiducia del Carboni, dallo stesso Luigi Longo e da altri comunisti: il decoratore edile Roberto Forti, l’ebanista Lindoro Boccanera e Antonello Trombadori.

All’indomani mattina Longo arrivò presto in casa di Fabrizio Orioli i e consegnò ad ognuno di noi, cavandole fuori come pagnotte da un sacco, una beretta ed alcuni caricatori.

Nel corso della notte stessa la polizia, evidentemente ben informata, aveva circondato alcuni di quei depositi e sequestrato gran parte dei fucili, delle bombe e delle munizioni. Con una mano qualcosa era stata data, con l’altra veniva subito portata via. Senise, il capo della polizia, giustificherà in seguito la sua azione col pretesto di “aver voluto evitare la più che prevedibile rappresaglia dei tedeschi, qualora quelle armi fossero state usate contro di loro.”

Anche alcune squadre del Partito d’azione riuscirono ad avere al mattino del 9 un autocarro di armi. Lo consegnò il generale Barbieri, comandante della difesa di Roma, cedendo alle insistenze dell’Associazione ex combattenti che avevano compiuto, invano, analogo passo al Viminale. Le armi furono prese in consegna da gruppi di azionisti che facevano capo a Vincenzo Baldazzi (Cencio), il cui quartiere generale si trovava in via Leone IV. Ma anche qui la polizia intervenne e, malgrado l’energica opposizione dei patrioti che le custodivano, sequestrò le armi. Al quartiere trionfale Emilio Lussu e Riccardo Bauer già avevano iniziato la distribuzione delle armi quando arrivarono ad interromperla i reparti di polizia. Sfumava cosi la collaborazione armata tra esercito e popolo che senza dubbio avrebbe conferito alla difesa di Roma ed alla guerra un carattere rivoluzionario. Come aveva scritto Engels un secolo addietro, esaminando le cause della disfatta piemontese a Novara e ravvisandone la principale nel mancato ricorso all’intervento popolare: “la monarchia non si arrischierà mai ad una guerra rivoluzionaria, ad un sollevamento delle masse. Piuttosto che allearsi con il popolo preferirà concludere la pace col suo peggior nemico, ma suo uguale per origine.” (40)

Esula dagli intenti di questo lavoro raccontare le vicende della mancata difesa di Roma e dell’eroismo dimostrato dalle scarse avanguardie di lavoratori antifascisti che, insieme ad alcuni reparti dell’esercito, si batterono contro i tedeschi per difendere la capitale. Il che peraltro abbiamo fatto in altri scritti. (41) Sulla mancata difesa di Roma si sono versati fiumi d’inchiostro e nell’immediato dopoguerra vi fu anche una commissione di inchiesta al fine di accertarne le responsabilità. Non si comprende tuttavia (o meglio lo si comprende troppo bene) perché sono stati chiamati a rispondere della mancata difesa di Roma, peraltro già circondata dalle truppe tedesche, soltanto alcuni generali e non il re, Badoglio, e col Comando supremo anche gli altri comandanti delle piazzeforti militari. Non uno solo dei grandi centri industriali e militari venne difeso. I generali che comandavano le diverse piazze: Torino, Alessandria, Genova, Milano, Bologna, Verona, Firenze, Udine, Trieste – tanto per citare le principali – tutti aprirono le porte ai tedeschi, capitolarono senza la minima resistenza, rifiutarono (ed in questo soltanto seppero dimostrare fermezza e decisione) di consegnare le armi ai rappresentanti dei comitati antifascisti, i futuri CLN.

Noi comunisti avevamo posto la sede del nostro comando militare in casa di F. Onofri, in via Plinio; un altro recapito e punto di collegamento si trovava in un magazzino di Ezio Zerenghi: qui dei compagni, che si trovavano alla testa di gruppi di operai combattenti, venivano a cercare aiuto, mezzi e direttive. A sera inoltrata raggiungevamo delle abitazioni messe a nostra disposizione da amici, per trascorrervi la notte. (42)

Il ricordo di quelle due giornate, il 9 ed il 10, è di una notevole confusione, un correre affannoso da un punto all’altro della città, rapidi contatti, il susseguirsi di notizie contraddittorie, una grande impreparazione ed improvvisazione.

Badoglio col re, i dignitari di corte, ufficiali dello stato maggiore, Roatta ed i suoi erano “partiti” sin dall’alba del 9 diretti a Pescara, poi a Brindisi. Il generale Carboni era irreperibile. Il Comitato antifascista s’era riunito sin dalle otto del mattino, per i comunisti vi parteciparono Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola: all’unanimità fu approvato un breve testo per annunciare la nascita del Comitato di liberazione nazionale.

Nel momento ih cui il nazismo tenta di restaurare in Roma ed in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale per chiamare gli italiani alla lotta ed alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni. (43)

Nel pomeriggio del 9 il Comitato si riunì nuovamente per redigere un appello al popolo italiano, approvato esso pure all’unanimità. Ecco il testo:

Italiani. La crisi della guerra imposta al paese dal fascismo è giunta al suo atto risolutivo. All’armistizio tardivamente concluso, le truppe tedesche hitleriane accampate sul nostro suolo rispondono aggredendo l’Italia, che per tre anni ha versato il sangue dei suoi figli nella guerra di Hitler. Roma è minacciata. Sulle responsabilità della tragica situazione attuale, giudicherà il popolo italiano quando il nemico avrà ripassato il Brennero. Oggi per i figli d’Italia c’è un solo fronte: quello della difesa della pace contro i tedeschi e contro la quinta colonna fascista. Alle armi. (44)

In realtà nessuno sapeva bene che cosa fare (questo appello è abbastanza significativo), e non c’era molto da poter fare subito. Umberto Ricci, incaricato per telefono di assumere l’interim della presidenza, convoca il Consiglio dei ministri: mancano il presidente e tutti i ministri militari. Caviglia ha già iniziato le trattative con i tedeschi che hanno intimato la resa per le ore 16. “Tutti a casa” era la parola d’ordine che spingeva militari ed ufficiali ad abbandonare al più presto le caserme e la capitale per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi. L’esercito si scioglieva come neve al sole ed i partiti non erano ancora in grado di opporre ad un organismo che si dissolveva un’organizzazione abbastanza forte e capace per inquadrare le masse e portarle alla lotta. In tali condizioni l’appello del CLN non aveva che un valore simbolico, e limitatamente propagandistico.

Verso le 18 del giorno 10 le truppe tedesche entrano nella capitale; carri armati con lunghi cannoni ricoperti da fronde avanzano lentamente, sferragliando, stanno per passare sotto le nostre finestre. (45)

Quanto tempo vi sarebbero rimasti? Gli “alleati” li avrebbero incalzati? Avrebbero tentato uno sbarco? Dove si sarebbe stabilita la linea del fronte? Da quel momento cominciava una lotta che era prudente prospettarsi dura e difficile. Prevedevamo che l’Italia avrebbe potuto essere spezzata in due tronconi per un periodo di tempo abbastanza lungo.

In serata riunimmo i membri della direzione del partito presenti a Roma (Scoccimarro, Longo, Secchia, Amendola, Roveda) e si decise di dividerci in due gruppi. L’uno avrebbe dovuto costituire la direzione del partito per Roma e tutto il territorio “liberato” (si prevedeva allora che Roma sarebbe stata liberata abbastanza presto), l’altro gruppo avrebbe dovuto risiedere a Milano ed in altre città dell’Italia del Nord e costituire la direzione del partito e il comando delle brigate Garibaldi per tutto il territorio occupato dai tedeschi.

Incaricato di portarmi subito al Nord, partii all’indomani, 11 settembre, con le direttive datemi dai compagni Longo e Scoccimarro circa le iniziative da prendere e l’impulso da imprimere alla lotta ed al movimento partigiano che volevamo organizzare. (46)

La mia prima tappa fu Firenze ove tenni in una villetta fuori città una prima riunione di compagni della città e della provincia. Tra i presenti ricordo Giuseppe Rossi, Leonida Roncagli, Alessandro Sinigaglia, Desiderio Cugini, Giulio Montelatici, Mario Fabiani, Renato Bitossi, Mario Garuglieri, Faliero Pucci, Gino Tagliaferri e alcuni altri. (47) Quasi tutti provenienti dalle carceri, dal confino o dall’emigrazione, non erano rimasti in attesa di ordini, sapevano che cosa dovevano fare. Insieme a membri del Partito d’azione e del Partito socialista erano in movimento. Una delegazione del comitato del Fronte nazionale fiorentino si era recata dal prefetto e poi dal generale Chiappi, comandante del corpo d’armata, a chiedere, come altrove, armi e la possibilità di lottare insieme ai militari contro le colonne tedesche che dalla Futa puntavano su Firenze. Ne ebbero cortesi parole, ma un netto rifiuto: non si avevano ordini e le caserme stavano vuotandosi. Ufficiali e soldati alla ricerca di abiti civili ed utilizzando ogni mezzo di trasporto tentavano di raggiungere le loro province. “Tutti a casa” era il primo istintivo desiderio di quella massa di militari stanchi, avviliti, dopo anni di disastrose imprese belliche del fascismo.

In quei primi giorni, come quasi dappertutto, anche a Firenze i dirigenti comunisti e antifascisti riuscirono abbastanza facilmente ad incettare e ad acquistare armi dai soldati, in cambio di vestiti civili, di vettovaglie o di denaro, ma non vi fu immediatamente la possibilità di fare un discorso più serio, di parlare loro della necessità di battersi contro i tedeschi ed i fascisti. Impossibile trattenere quella massa di soldati ed ufficiali, il cui solo obiettivo, in quel momento, era sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi, raggiungere le loro famiglie, tornare a casa al più presto.

Lasciai Firenze e sostai a Bologna, anche qui riunii i compagni dirigenti dell’organizzazione che accolsero entusiasti, come già a Firenze, le direttive del partito per la creazione del movimento partigiano. Tra i compagni partecipanti alla riunione ricordo Arturo Colombi, Amerigo Clocchiatti, Gaetano Chiarini, Umberto Macchia, Angelo LeriS, Celso Ghini, Vittorio Ghini e alcuni altri di cui non ricordo i nomi e me ne scuso. (48)

Anche qui non erano rimasti in attesa e sin dalla sera dell’8 settembre insieme all’avvocato socialista Carmine Mancini i dirigenti comunisti si erano recati al comando del corpo d’armata, ma trovarono il generale Terziani, comandante della piazza e della zona, decisamente contrario a consegnare le armi e a organizzare la difesa della città da parte dei soldati e dei lavoratori. Disse che non aveva ordini: nella notte stessa Bologna fu occupata dai tedeschi.

Il 14 settembre ero a Milano, avrei dovuto portarmi a Torino, a Genova ed a Padova per trasmettere le stesse direttive, ma prima dovevo fare un salto a Borgosesia dove mi scadeva un appuntamento che avevo fissato con Moscatelli sin dalla fine di agosto. (49) Arrivai tardi nella notte; trovai Moscatelli in piena attività, aveva piazzato il suo comando nell’albergo “Tre Re,” trasformatosi in un ufficio distrettuale di arruolamento. Stavano arrivando da Milano, da Novara, da altre località, civili e militari, chi in cerca di una via di scampo, chi già deciso a battersi contro i tedeschi ed i fascisti. Anche Moscatelli non era rimasto in attesa, come non erano rimasti in attesa di direttive, da Milano o da Roma, centinaia di comunisti formatisi nella lotta clandestina, nell’emigrazione, nella lotta in difesa della Repubblica spagnuola, nella Resistenza francese, nelle università di Civitavecchia e di Mosca. Questi all’8 settembre seppero che cosa dovevano fare. Tanto in Piemonte che in Lombardia, nel Veneto, in Liguria, in Emilia, in Toscana, i comitati federali del PCI si riunirono e pensarono subito alla lotta partigiana da iniziare nelle città, lungo le vie di comunicazione, nelle valli. Alcuni dirigenti di partito, in ogni località, presero la via dei monti, altri rimasero in città dove la lotta di massa non sarebbe stata né meno dura, né meno importante.

Già nella notte dell’11 settembre si riunirono a Barge, nella casa di Ludovico Geymonat, lo stesso Geymonat, Pompeo Colajanni, Gustavo Comollo ed altri; il 12 arrivarono da Torino Luigi Grassi (50) (dirigente comunista torinese che fu poi durante tutta la Resistenza il segretario della federazione comunista di Milano e il responsabile del Triumvirato insurrezionale di Milano e della Lombardia), con lui c’era un certo Rossi, pochi sapevano che si trattava di Gian Carlo Pajetta. Nelle stesse ore Battista Santhià, noto dirigente comunista, da Torino si portava a Biella dove trovava Anello Poma, Franco Moranino, Quinto Antonietta Bruno Salza ed altri già in azione nelle vallate del Biellese.

Il movimento partigiano, con tutte le difficoltà di cui parleremo, sorse e si affermò rapidamente perché il PCI non era costituito da un pugno ristretto di dirigenti, ma da migliaia e migliaia di quadri, da un certo numero di più o meno forti organizzazioni periferiche, da uomini capaci di muoversi tempestivamente, di agire, dotati di iniziativa propria. Si cita spesso la cifra di cinquemila iscritti al PCI al 25 luglio, ma occorre anche tener conto che nelle località di confino, durante diciassette anni, avevano soggiornato, alternandosi complessivamente, oltre quindicimila confinati e che attorno ai militanti comunisti stavano molti altri antifascisti da essi influenzati.

La guerriglia partigiana e le lotte di massa si svilupparono con forza proprio laddove vi era un’organizzazione o l’influenza di qualcuno dei partiti antifascisti e l’iniziativa di uomini che da tempo militavano in questi partiti.

Non è neppure un caso che nel Cuneese insieme ai “giellisti” Duccio Galimberti e Livio Bianco si siano trovati i comunisti Gustavo Comollo, Giovanni e Spartaco Barale; nel Biellese: Antonietti, Moranino, Poma, Guido Sola; in Valsesia: Moscatelli; nel Cusio: Pippo Coppo. Ciò che accadeva in Piemonte, abbiamo visto era accaduto nelle stesse ore e negli stessi giorni a Roma, a Firenze, a Bologna, nelle Marche e altrove.

Se dovessimo dare uno sguardo ad ogni regione troveremmo in Lombardia: Francesco Scotti, Gianni Citterio, Mario Venanzi, Giorgio Agliani, Giovanni Brambilla, Alberto Cavallotti in piena attività prima ancora dell’8 settembre. Cosi Boldrini, Cervellati e tanti altri a Ravenna, Alfeo Corassori e Armando Ricci a Modena, Sante Vincenzi, Alcide Leonardi, Vivaldo Salsi a Reggio Emilia, Giacinto Calligaris, Luigi Frausin, Mario Lizzero, Lino Zocchi sul Collio, ed in altre zone del Friuli e della Venezia Giulia; in Liguria Giuseppe Bianchini, Anelito Barontini, Giacomo Buranello, Gelasio Adamoli, G. B. Canepa, Giovanni Gilardi, Umberto Lazagna, Giovanni Serbandini. Cosi a Roma accanto ai dirigenti del PCI c’erano Antonio Cicalini, Vittorio Mallozzi, Pompilio Molinari, Pietro Grifone, Mario Brandani, Roberto Forti, Renato Guttuso, Carlo Salinari, Antonello Trombadori e tanti altri. A Pescara: Natale Camarra, nell’Abruzzo i Corbi, gli Spallone, gli Amiconi; a Terni: Scaramucci, Filipponi, Inches ; nelle Marche: Cappellini, Fastigi, Maniera, Spadellini, Sarti e cosi via.

Cosi come non è un caso che la Resistenza si sia sviluppata fortemente in certe province ed abbia avuto invece dei grandi vuoti in altre. Laddove, durante vent’anni, il fascismo era riuscito ad impedire o quasi l’azione di qualsiasi partito antifascista, là, si può essere certi non ci fu Resistenza di rilievo. La forza della Resistenza è stata in diretta proporzione allo sviluppo dei movimenti antifascisti durante gli anni della clandestinità. E’ sufficiente dare uno sguardo alle statistiche per constatare che in quelle province dove vi fu il maggior numero di condannati dal Tribunale speciale, là si sviluppò più forte il movimento partigiano. Le eccezioni sono rare e si spiegano con l’affluire in alcune zone montane (Cuneense, Ossola, Alpi venete, ecc.) di elementi che salivano dalle città (Torino, Milano, Bologna, ecc.) per organizzare ed inquadrare il movimento partigiano. Non è neppure un caso che in certe province il movimento partigiano fosse largamente organizzato e influenzato dai comunisti, in altre dal Partito d’azione, ed in altre ancora dalla DC (Brianza, Bergamasco, Bresciano e alcune zone del Veneto).

La Resistenza fu organizzata, e non è vero che all’8 settembre nessuno sapesse che cosa fare, che i giovani soldati, operai, contadini o studenti siano saliti in montagna istintivamente, per impulso della loro coscienza, senza avere mai nulla saputo dei partiti antifascisti e delle lotte sociali. Che molti giovani non sapessero delle lotte antifasciste del passato è assolutamente vero, ma è altresì verità documentata che all’8 settembre c’era chi sapeva ed era conscio di che cosa si dovesse fare. Quell’ora i comunisti e gli antifascisti di avanguardia non l’avevano attesa, ma tenacemente preparata lottando per anni nella clandestinità, nelle fabbriche, nelle campagne, nelle caserme, nelle isole di deportazione, nelle carceri e sui campi di battaglia.

“Oggi in Spagna, domani in Italia,” era stata una parola d’ordine precisa, una prospettiva chiara.

C’erano state le trasmissioni di Togliatti da radio-Mosca che sin dal 1941 chiamavano il popolo italiano a insorgere, a seguire l’esempio dei partigiani sovietici, jugoslavi, francesi. C’era soprattutto l’esempio dei popoli di questi e di altri paesi d’Europa che indicava al popolo italiano che cosa si dovesse fare, come si dovesse combattere.

Tre sono stati i grandi filoni della Resistenza italiana:

1) i quadri dirigenti furono dati nella loro grande maggioranza dagli antifascisti, dagli uomini della lotta clandestina che ritornavano dalle carceri, dalle isole di deportazione, dalle esperienze della guerra di Spagna (v. appendice);

2) da quelli che ritornavano dall’emigrazione e specialmente dalle esperienze e dalle lotte nella Resistenza francese. Senza alcun dubbio numerosi comandanti partigiani non erano mai stati, pur essendo militanti antifascisti, né in carcere, né al confino; molti degli ufficiali provenienti dall’esercito non erano mai stati neppure degli antifascisti, se non forse negli ultimi anni;

3) la grande massa dei combattenti fu data invece dai giovani. L’ottanta per cento dei partigiani, dei gappisti erano dei giovani dai 18 ai 25 anni, essi furono il nerbo della Resistenza. In parte provenivano da famiglie di antifascisti, in parte erano giovani educati, cresciuti negli anni del fascismo, formatisi nella dura realtà delle imprese belliche del fascismo alle quali nolenti o volenti avevano partecipato; molti giovani non avevano mai sentito parlare di noi comunisti o ne avevano sentito parlare come di “delinquenti,” di “traditori” della patria. Hanno saputo comprenderci e fare in quel momento la giusta scelta.

La costituzione delle brigate Garibaldi

La costituzione del comando dei distaccamenti che divennero poi brigate Garibaldi ebbe luogo il 20 settembre a Milano nell’abitazione dei coniugi Giovanni e Jole Morini, in via Lulli 30. Ma già prima erano state tenute delle riunioni per l’organizzazione del lavoro militare e se ne tennero altre successivamente, nella casa di Armando Masi, in viale Monza 23, dove s’era sistemato Francesco Scotti.

Del comando delle Garibaldi fecero parte Luigi Longo (comandante generale), Pietro Secchia (commissario generale), Antonio Roasio, ispettore generale incaricato di organizzare il movimento partigiano nel Veneto, nell’Emilia ed in Toscana, Francesco Scotti con lo stesso incarico per la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. Gian Carlo Pajetta, che si trovava in quei giorni in Liguria, ebbe in seguito l’incarico di capo di SM e di fatto, per l’attività svolta, fu il vicecomandantc generale delle brigate, quanto meno sino al periodo in cui operò al Nord (ottobre 1944).

Ispettori generali e organizzatori delle brigate Garibaldi furono anche Antonio Cicalini, che divenne poi dirigente militare delle organizzazioni partigiane e gappiste a Roma, Antonio Carini, torturato e ucciso nella Rocca delle Caminate, Francesco Leone, dirigente militare in Piemonte ed in Toscana, Giorgio Amendola, che rappresentò il PCI nella giunta militare di Roma e nel maggio 1944 venne poi al Nord, Umberto Massola, membro della direzione del partito. (51)

Non esisteva una separazione netta tra direzione del PCI e Comando generale delle brigate Garibaldi. Longo era il responsabile politico e Secchia il responsabile di organizzazione del gruppo di direzione del PCI nel Nord ed anche gli altri compagni, membri della direzione del partito, svolgevano al tempo stesso lavoro politico e lavoro militare. Una più netta distinzione si verificava nella misura in cui dal vertice si scendeva verso i comandi regionali e periferici. Si può dire che soltanto i membri della direzione del PCI erano al tempo stesso dirigenti politici e dirigenti militari. Nelle regioni e nelle province c’era una più marcata distinzione, i dirigenti del lavoro militare di norma si occupavano soltanto della loro attività militare; per quanto i responsabili di Triumvirati insurrezionali fossero quasi tutti dirigenti politici.

Non esistevano al vertice, a Milano, gli uffici del comando generale delle brigate Garibaldi e quelli della direzione del partito. Ognuno viveva in una casa e nella stessa abitazione sbrigava la corrispondenza ed il suo lavoro di dirigente politico e militare. Quando, per la sua funzione, si spostava per riunioni, in genere a livello regionale, riuniva o s’incontrava tanto con i compagni dirigenti del lavoro politico quanto con quelli responsabili del lavoro militare.

Con lo sviluppo dell’attività si crearono uffici di carattere tecnico sia per il lavoro politico che per quello militare e questi erano separati ed avevano di norma dei collegamenti propri.

Molti “recapiti” e corrieri erano comuni. Gli stessi corrieri portavano a Milano dalle diverse regioni tanto la corrispondenza politica dei triumvirati insurrezionali, delle organizzazioni di partito, quanto quella dei comandi regionali militari, e se ne ripartivano con le risposte e le disposizioni dirette sia agli organismi politici che a quelli militari.

Ciò per evitare una doppia rete di collegamenti che oltre ad essere rischiosa avrebbe complicato tutto il lavoro. Anche in questa direzione, lo sviluppo dell’attività portò poi ad una maggiore separazione, ma in genere più in periferia che non al centro del partito.

Difficite inizio: l’attesismo

La Resistenza armata cominciò il 9-10 settembre (la disordinata, improvvisata e “mancata” difesa di Roma ebbe un significato altamente morale. Assai più importante della battaglia appena abbozzata fu l’esempio, l’appello che da essa scaturì al popolo italiano), ma non fu facile organizzarla.

Gli inizi furono difficili. Dev’essere sfatata la leggenda largamente diffusa, non sempre disinteressatamente, da storici e da uomini politici, secondo la quale la Resistenza sia stata un fenomeno “spontaneo” a cui avrebbe partecipato in massa tutto il popolo italiano. Come se all’8 settembre, di colpo, quasi per folgorazione divina, tutti o la grande maggioranza degli italiani avessero aperto gli occhi e fossero accorsi ad impugnare le armi per battersi contro lo straniero ed i fascisti e per conquistare la libertà. Si tratta di una oleografia, forse allettante, ma che non ha nulla a che fare con la realtà quale effettivamente essa fu. (52)

Nessuno nega che dall’8 settembre in poi nuove forze siano scese in lotta ed il rifulgere nell’azione di cento e cento episodi di iniziativa popolare ed in un certo senso “spontanea”. Ma dovunque vi furono una resistenza di rilievo e delle iniziative immediate, là, si può essere certi, esisteva un’organizzazione almeno di qualcuno dei partiti antifascisti. Per contro laddove gruppi di soldati e ufficiali “sbandati” non poterono appoggiarsi su di un’organizzazione antifascista abbastanza solida, non si sviluppò alcun movimento partigiano: al primo urto con i nazifascisti quei gruppi si sfasciarono. Valga per tutti, per restare in Piemonte, l’esempio della Valle d’Aosta dove al momento dell’armistizio erano concentrate forti unità militari. Una parte degli alpini della Monterosa li troveremo più tardi tra i partigiani della Valsesia e dell’Ossola, ma non fu possibile all’inizio, malgrado l’abnegazione e la coraggiosa iniziativa di Emilio Lexert, di Andrea Pautasso, del maggiore degli alpini Luigi Grassi, di Emilio Chanoux, di Lino e Pierino Linei, di Riccardo Joli ed altri, creare un consistente movimento partigiano. Questo si svilupperà soltanto più tardi e sarà portato dal di fuori, da Torino e da Biella, proprio per la debolezza iniziale dei partiti antifascisti del luogo.

Purtroppo non tutti gli italiani si schierarono dalla parte della Resistenza, ma soltanto una minoranza attiva.

Intanto, anche dopo l’8 settembre continuarono ad esservi dei fascisti attivi, i “repubblichini,” messisi al servizio dell’invasore tedesco: nemici dichiarati della Resistenza. Tra Brigate nere, polizie speciali, Muti, X Mas, ecc., misero in piedi dei reparti ammontanti a duecentomila uomini, ai quali vanno aggiunti altri duecentocinquantamila uomini dell’esercito repubblicano di Graziani. È vero che si trattava di forze raccogliticce; i reclutati, specie nell’esercito, lo erano in parte per forza, per paura, per ignavia: tuttavia si trattava sempre di italiani che, messi nella condizione costrittiva di dover scegliere tra l’arruolarsi, rispondere ai bandi oppure l’affrontare il grave rischio della deportazione in Germania o della condanna a morte, non sceglievano la via della lotta partigiana contro l’invasore ed i suoi servi fascisti.

In secondo luogo vi erano coloro che, senza schierarsi apertamente dalla parte dei tedeschi e dei fascisti repubblichini, tenevano i piedi in due staffe. Erano questi i grandi industriali “collaborazionisti” che miravano a fare i loro affari, i grossi agrari, ed anche una parte dei piccoli e medi commercianti. Costoro “collaboravano” con i tedeschi, badavano ad ottenere le ordinazioni di guerra, a fare funzionare le loro aziende; al tempo stesso tenevano dei legami con i CLN ai quali elargivano anche aiuti finanziari per acquistarsi dei meriti per il domani e dimostrare che la loro “collaborazione” con l’invasore tedesco era forzata.

Infine, anche tra il popolo lavoratore e tra gli antifascisti molti erano gli inattivi, coloro che sostenevano una linea di prudenza; meglio evitare delle inutili perdite, dicevano, meglio attendere che gli alleati vengano avanti, tanto o prima o poi la liberazione ci sarà, per opera di questi ultimi.

L’attesismo era forte e largamente diffuso, si può dire che la linea di demarcazione tra l’attesismo, la collaborazione attiva o passiva col nemico e la Resistenza passava attraverso ad ogni città, ad ogni fabbrica, ad ogni ufficio e villaggio e persino, in non pochi casi, all’interno di una stessa famiglia.

Numerosi erano coloro che simpatizzavano con la Resistenza, ma molti cittadini, interi partiti e gruppi politici, soprattutto all’inizio, vi partecipavano – come scriverà dopo la guerra il generale Cadorna (53) – più con le opere di misericordia che col combattimento.

Certo la sconfitta, la disgregazione dell’esercito, il crollo del fascismo, l’invasione tedesca, la lotta portata sul territorio italiano con la presenza delle armate anglo-americane avevano creato una situazione del tutto nuova, la possibilità di organizzare la lotta armata contro il fascismo: ciò che non era stato possibile fare prima, ad esempio prima che il paese fosse portato alla catastrofe. Ed avevano la loro importanza anche gli aiuti, gli appoggi, la solidarietà che si potevano trovare. Durante gli anni della dura clandestinità era difficile trovare ospitalità e aiuti nelle case dei contadini e tanto meno di ceti intellettuali, nelle parrocchie, ecc. Contavano quindi agli effetti della lotta anche coloro che davano asilo e compivano “opere di misericordia”; il che però è cosa diversa dal partecipare al combattimento, alla guerriglia partigiana od ai grandi scioperi di massa.

Non ci fu affatto la corsa ad arruolarsi nelle formazioni partigiane, che le difficoltà da vincere non erano poche. Il terrore tedesco e fascista faceva sentire il suo peso, e lo fece sentire, seppure in misura sempre minore, man mano che andavano mutando i rapporti di forza, sino alla fine della guerra. Se pochi erano coloro che dopo il 25 luglio credevano ancora nel fascismo o prestavano fede ai tedeschi erano ancora molti ad averne paura.

La Resistenza non fu né un miracolo, né un fenomeno spontaneo: dovette essere organizzata. Dura, difficile, piena di difficoltà fu sempre la lotta, sino alla fine, ma soprattutto agli inizi.

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