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Corsi di recupero a pagamento: il caso del liceo Fermi di Cosenza

Pierpaolo Mosaico

Fece molto clamore, nella più grande provincia calabrese, la prassi consolidata all’interno del Liceo Scientifico “E. Fermi” di Cosenza di far pagare agli studenti i corsi di recupero pomeridiani. Situazione unica nel suo genere: la prima in Italia dove chi rimane indietro rispetto ai propri compagni di classe doveva pagare per raggiungerli. Dopo un anno di proteste da parte dei lavoratori della scuola e degli studenti, è di ieri la notizia della sospensione del Dirigente Scolastico. Simbolo che solo tramite la lotta contro i soprusi si può vincere una battaglia. È importante sottolineare, però, che non per questo bisogna abbassare la guardia. Al contrario la necessità impone di continuare la lotta in modo tenace e generalizzato per ottenere la vera vittoria al fine di garantire davvero un’istruzione di massa e gratuita, fuori dalla gabbia del capitalismo.

Tutto è iniziato quando la Preside, Michela Bilotta, insieme al Consiglio d’Istituto, decise di mettere in atto questa nuova pratica al fine sopperire all’assenza di fondi da parte del MIUR, giustificandola con l’idea di “far emergere il lavoro nero che spesso è presente nelle lezioni private”. In pratica, gli studenti che a fine primo quadrimestre non raggiungevano la sufficienza in alcune materie conseguivano corsi di recupero al costo di 8 euro l’ora. A dire del dirigente scolastico, in questo modo “gli studenti avrebbero la garanzia di frequentare lezioni tenute da docenti del nostro liceo”. Ancora, con molto stupore da parte degli studenti e delle loro famiglie che hanno ricevuto la comunicazione e che pensavano fosse uno scherzo, la scuola stipulò un contratto con la Banca Carime che prevedeva l’affidamento di un prestito di 1000 euro da restituire con tasso di interesse del 3,2%. Una vera e propria scuola-azienda! Molti, tra studenti e professori, si mobilitarono contro questo provvedimento che ledeva il diritto allo studio, ricevendo sanzioni disciplinari. Il caso, proprio per la sua peculiarità sui generis, ebbe molta rilevanza. Infatti, circa due mesi fa, è approdato in un’interrogazione parlamentare sollecitata dall’Onorevole Enza Bruno Bossio e l’Onorevole Franco Bruno, entrambi deputati PD, nella quale venne chiesto spocchiosamente al Ministro Giannini di “isolare e depotenziare il grave tentativo di turbamento” messo in atto nei confronti della Dirigente Scolastica Michela Bilotta, oggetto di “una vera e propria campagna di delegittimazione a cura di una minoritaria rappresentanza sindacale”.

Condannando senza mezzi termini la dichiarazione dei due parlamentari che, trattando con disprezzo le legittime proteste da parte di studenti e professori, dimostra chiaramente da che parte sta il PD ed evidenzia ancora una volta la responsabilità di questo partito nel processo di smantellamento della scuola pubblica e di silenziatore delle lotte in sua difesa, è importante capire come il caso del Fermi sia un tassello di un quadro più ampio: quello della scuola di classe che, via via, va a configurarsi.

È chiaro che la Preside Michela Bilotta, quando afferma che questo provvedimento mira a scovare il lavoro nero persistente per quanto riguarda le lezioni private, nasconde dietro un dito quella che è la questione fondamentale. La verità è che i fondi destinati all’istruzione non bastano minimamente a garantire un suo normale funzionamento e le scuole sono costrette a trovare metodi “alternativi” per non dichiarare banca rotta. Il caso del Fermi è emblematico per quanto riguarda le conseguenze causate dall’istituzione del contributo volontario che noi da sempre denunciamo: l’aiuto che le famiglie avrebbero dovuto dare alla scuola si è trasformato in realtà nell’unica sua forma di sostentamento, cambiando la reale situazione del diritto allo studio che ormai è un peso su chi appartiene alle classe popolari. Evidenziamo anche come ai docenti che si sono opposti a questa situazione classista nei confronti degli studenti sono stati trattenuti gli stipendi.

Sono all’ordine del giorno i contesti scolastici dove, puntualmente, il diritto allo studio viene negato su base del censo. Dall’Istituto Professionale “Primo Levi” di Parma, dove uno studente è stato escluso dalla scuola perché non poteva permettersi di pagare il contributo, agli alberghieri, che garantiscono le ore di laboratorio solo tramite pagamento e ai vari corsi di potenziamento elitari. Questa condizione, nata con l’introduzione dell’autonomia scolastica, è causata da un progetto politico ben preciso che vede anche quest’ultimo esecutivo di governo farsene promotore. Di fatto, al di là di tutta la propaganda mediatica, la Buona Scuola va a peggiorare le sorti dell’istruzione italiana, differenziando ancora di più gli esigui finanziamenti destinati alle scuole e rendendola oggetto di profitto per le banche o le aziende. Da una parte vengono spesi 6 miliardi di euro per comprare gli F35; dall’altra, con la retorica del “non ci sono soldi”, si invoca l’aiuto dei finanziamenti privati e si chiede alle famiglie di pagare il contributo volontario, diventato ormai necessario, pena l’impossibilità di continuare gli studi. Inoltre, il caso del Fermi non è solo emblematico per quanto riguarda la privatizzazione dell’istruzione pubblica indotta dal contributo scolastico, ma anche per quanto riguarda la differenziazione salariale dei docenti “meritocratici” dichiarata dalla Buona Scuola, per la quale, in questa particolare situazione, anche ai lavoratori della scuola sono stati messi in discussione e attaccati i diritti.

Se è vero che i dirigenti scolastici non hanno colpe, mancando i finanziamenti ministeriali, è vero anche che non devono essere le famiglie a sopperire a queste mancanze. Per questo motivo è necessario comprendere come il contributo scolastico sia una leva fondamentale sulla quale gli studenti possono fare forza, organizzandosi per opporsi ad un sistema economico basato esclusivamente sul profitto, che dal lavoro alla scuola rende la condizione della gioventù sempre più precaria. La parola d’ordine del “No al Contributo”, boicottandolo in ogni scuola ed esprimendosi per la sua eliminazione in ogni luogo possibile, è d’obbligo se si vuole realmente ribaltare il tavolo della scuola di classe.

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