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Fincantieri: un esempio concreto di capitalismo monopolistico

 * di Graziano Gullotta

Poche settimane fa alcuni quotidiani riportavano l’ennesimo atto di discriminazione, di un futuro distopico sempre meno lontano, di lotta di classe fatta dal padrone, diremmo noi: il coordinatore nazionale della Fiom Cgil per il gruppo Fincantieri, Bruno Papignani, riferisce come la dirigenza dell’azienda abbia “espresso la volontà di mettere nelle scarpe e negli elmetti dei lavoratori un microchip utile a localizzarne la posizione”, attribuendone una motivazione di sicurezza sul lavoro.

 Di fatti di una tale portata conflittuale nel mondo del lavoro e nello specifico in Fincantieri ne sono presenti molti altri, anche più spiacevoli e crudeli: come non ricordare le tre condanne di ex dirigenti del gruppo a causa delle 37 morti bianche nel cantiere di Palermo per tumore ai polmoni dovuto all’inalazione di polvere di amianto.

 Tuttavia, vorremmo in questo articolo affrontare un tema più vasto, partendo dal caso specifico, ovvero analizzare per sommi capi la struttura del monopolio Fincantieri per concretizzare ed esemplificare quegli aspetti della categoria leniniana dell’imperialismo che oggi tende a creare non poca confusione anche tra i compagni meno inesperti.

 Cosa è Fincantieri?

 La Fincantieri S.p.A è il più grande complesso cantieristico navale d’Europa e il quarto al mondo. È formalmente un’azienda pubblica italiana, costituita dall’IRI nel 1959 scorporando il reparto costruzioni navali da Finmeccanica. A partire da metà anni ’80 è divenuta un’azienda direttamente operativa con la nuova denominazione Fincantieri-Cantieri navali italiani S.p.A con sede a Trieste. Nella seconda metà degli anni Novanta è stata oggetto di una profonda ristrutturazione e oggi è controllata al 72,5% da Fintecna S.p.A, finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze. La società è inoltre quotata sul mercato telematico azionario della Borsa di Milano. Fanno parte del gruppo Fincantieri altre società collegate e controllate come la Orizzonte Sistemi Navali S.p.A con sede a Genova, la Isotta Fraschini Motori S.p.A con sede a Bari, Fincantieri Marine System North America con sede negli Stati Uniti e il CETENA, centro di ricerca e sviluppo con sede principale a Genova.

Dopo lo scioglimento dell’IRI, la Fincantieri si è affiliata a Confindustria.

La Fincantieri, monopolio internazionale tra integrazione e lotta per i mercati

 Lo sviluppo di un monopolio industriale internazionale nell’epoca del capitalismo monopolistico non può esimersi dall’avere una forte base finanziaria: la fusione tra capitale industriale e finanziario è uno dei punti cardine della definizione leniniana di imperialismo.

 Nel 2012 Fincantieri acquista per 900 milioni di euro STX OSV Holdings Ltd, il più grande costruttore di mezzi di supporto alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas naturale, grazie ad una operazione finanziata con mezzi propri e da un gruppo composto da Banca Imi, BNP Paribas, Carige, Unicredit e Cassa Depositi e Prestiti.

Attraverso questa società, poi ridenominata Vard, il gruppo acquisirà anche la società canadese STX Canada Marine, specializzata nel design e nell’ingegneria navale.

Nel novembre 2014 Fincantieri firma importanti accordi commerciali con Carnival Corporation, settore navi da crociera e China State Shipbuilding Corporation, il maggior conglomerato cinese di settore, per quanto riguarda il settore cantieristico appunto per la costruzione di navi da crociera.

Oltre alle società citate in precedenza, le partecipazioni dirette del gruppo includono società olandesi come la Fincantieri Holding B.V. – Amsterdam, statunitensi come la Fincantieri Marine Group – Manitowoc (Wisconsin), tedesche come la Lloyd Werft-Bremerhaven GmbH, la Vard Holdings Ltd di Singapore e la Vard Group A.S. con sede in Norvegia.

Fincantieri è associata alla CESA, l’Associazione dei costruttori navali europei (Committee European Shipbuilders’Associations). Nel febbraio 2015 ha fondato insieme a Rolls Royce un’associazione che riunisce l’industria marittima dell’UE: “Vessels for the future”, che raccoglie 55 aziende, enti accademici e istituti di ricerca legati all’industria marittima e si inquadra nella strategia comunitaria volta ad aumentare la concorrenzialità delle tecnologie marittime europee. La neonata associazione si propone di instaurare un partenariato pubblico-privato con la Commissione europea.

Da questi elementi emerge una realtà incontestabile: ci troviamo di fronte ad un monopolio finanziario-industriale di enormi dimensioni, trasversale, per così dire, agli Stati nazionali: una trasversalità che attraversa non solo le frontiere interne agli storici gruppi internazionali delle borghesie occidentali (USA, UE), ma ne supera i confini storici ed economici e si proietta in una dialettica di integrazione-conflitto verso le istituzioni e i mercati in sviluppo, in primo luogo verso la Cina.

Si noti, per inciso, il ruolo peculiare dell’Unione Europea, che svolge quei servizi istituzionali senza i quali i grandi monopoli vedrebbero in parte decurtate le proprie prospettive di profitto a scapito dei lavoratori. Ma non solo di fusione tra capitali finanziari e industriali, di lotta “pacifica” per i mercati di sbocco e di associazioni internazionali di Stati borghesi nell’interesse di immensi monopoli è fatto l’imperialismo.

Il primo di gennaio del 2009 Fincantieri ha completato con successo l’acquisizione del Manitowoc Marine Group dalla sua azienda madre Manitowoc Company, Inc. Questa acquisizione ha portato nel gruppo multinazionale il cantiere Marinette Marine che costruisce navi da guerra rendendolo uno dei leader nel settore della costruzione di navi di media dimensione per uso commerciale o governativo, avendo come clienti anche la marina e la guardia costiera USA.

Lo sviluppo di un’azienda nel capitalismo e lo schiacciamento dei diritti operai

 Se il gruppo Fincantieri allo stato attuale degli sviluppi internazionali esce vincitore dalla lotta per la concorrenza nei mercati del settore cantieristico navale, lo stesso non può dirsi dei suoi dipendenti, in particolar modo per gli operai.

Nonostante gli anni di crisi economica mondiale, i livelli di utile si sono mantenuti intorno ai 10 milioni di euro annui, dal 2008 al 2012. Nel bilancio 2013 l’utile sfonda quota 85 milioni di euro, a causa dell’ampliamento della società citato nei paragrafi precedenti mediante acquisizioni. Nel 2014, anno del debutto in borsa, l’utile del primo semestre è di 33 milioni di euro.  Tuttavia nel 2010 il gruppo ha un portafoglio ordini a cui corrisponde un carico di lavoro che non è in grado di saturare la capacità produttiva di tutti gli stabilimenti del gruppo e degli oltre 10 mila dipendenti. Dal 2007 vengono aumentati gli orari di straordinario obbligatorio peggiorando il regime di flessibilità; inapplicati gli obiettivi di riduzione della precarietà del lavoro; vengono concessi aumenti salariali risibili.

Tutto questo all’interno di un panorama politico sindacale nel quale la concertazione ha svolto un ruolo devastante per i diritti dei lavoratori, assumendo la funzione di valvola di sfogo per quei settori di operai metalmeccanici che storicamente sono sempre stati all’avanguardia delle lotte. Nel 2013, ad esempio, il 32% dei lavoratori metalmeccanici dello stabilimento Fincantieri di Castellammare di Stabia vota contro l’accordo contrattuale di secondo livello che prosegue e peggiora la linea di Marchionne, con l’appoggio dei sindacati confederali, FIOM compresa: è il famigerato accordo che prevede la possibilità di una deroga in peggio degli accordi nazionali di categoria. Ma la mancanza di supporto politico e di una adeguata lotta sindacale nazionale fa spegnere nel buio della sconfitta quella scintilla di lotta operaia.

 La cassa integrazione in deroga, le eccedenze e i licenziamenti, nonostante gli utili, le acquisizioni, il primato europeo e la posizione di vertice a livello mondiale, costituiscono il passato recente, il presente e minacciano il futuro dei lavoratori di questa azienda.

La cantieristica navale costituisce un settore compatto nel quale i comunisti possono svolgere la loro parte. Consapevoli che in una sola fabbrica, in un solo settore, in un solo Stato non si può sconfiggere il sistema di sfruttamento nel quale viviamo, l’imperialismo o fase monopolistica del capitalismo, è necessario organizzarsi a livello internazionale, a livello nazionale, a livello di settore e a livello di fabbrica. Gettare per sempre i vecchi e fallimentari strumenti della concertazione, tornare ad agitare con forza la bandiera rossa dei propri diritti e delle proprie rivendicazioni, mettere a punto le proprie azioni politiche e sindacali per poter in futuro controllare la produzione della fabbrica, del settore e di tutta l’economia nazionale: abbattere questo sistema di sfruttamento e instaurare il socialismo, ovvero la produzione nell’interesse dei lavoratori e non al fine di produrre utili per qualche padrone: italiano, olandese, cinese o americano che sia.

 

 

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