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La nostra solidarietà con il Venezuela bolivariano.

di Alessandro Mustillo*

Cari amici e compagni,

vorrei innanzitutto ringraziarvi della vostra presenza a questa iniziativa, e ringraziare i compagni venezuelani che sono intervenuti in questa assemblea. È importante che nelle università italiane si parli di quello che sta accadendo in Venezuela, si realizzino iniziative di controinformazione come quella di oggi. E prima di lasciare la parola a chi vorrà intervenire per il dibattito vorrei fare alcune considerazioni, partendo proprio dal titolo di questa iniziativa: «Venezuela non una minaccia, ma una speranza» . L’iniziativa riprende il titolo dalla campagna che in questi giorni in tutto il mondo sta consentendo la raccolta di milioni di firme in sostegno della causa venezuelana, contro le dichiarazioni di Obama, e per la quale anche la nostra organizzazione si è spesa, raccogliendo anche qui alla Sapienza le firme nei giorni precedenti.

Obama ha dichiarato il Venezuela una minaccia, e allora bisogna capire il perché. Il Venezuela non è certo una minaccia per la pace mondiale; non ricordo interventi militari venezuelani in nessuna parte del mondo, e temo che i fatti non possano smentirmi. Al contrario non si potrebbe dire lo stesso per gli Stati Uniti, e si potrebbe fare un elenco abbastanza lungo di interventi militari coperti o meno da decisioni di organismi internazionali, ma in tutti i casi volti ad affermare gli interessi imperialistici. Dalla Corea, al Vietnam, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria… Singolare che il Paese che nel mondo conta più guerre sulla propria responsabilità possa pensare di condannare un paese pacifico, che fa della pace mondiale un’aspirazione e una pratica politica concreta a livello internazionale.

Difficile sostenere che il Venezuela sia una minaccia per la stabilità interna degli USA, per il popolo nordamericano. Come prima diceva giustamente il compagno Rubio, il Venezuela non arma gruppi terroristici, non finanzia attentati. Anche qui non si può dire lo stesso degli Stati Uniti. L’ISIS non esce dal cilindro di un prestigiatore ma da finanziamenti, armamenti dati da settori imperialistici americani ed europei per combattere in Siria. Il Sudamerica e lo stesso Venezuela di oggi possono essere validi esempi dell’utilizzo da parte degli USA di gruppi di vario tipo per destabilizzare paesi non allineati agli interessi imperialistici.

In effetti il Venezuela è però una minaccia per gli USA, se con questa espressione il governo americano intende auto identificarsi, ed identificare tutto il suo popolo, con gli interessi dei grandi gruppi monopolistici della finanza e delle grandi imprese. Il Venezuela è una minaccia rispetto alla pretesa dell’imperialismo di considerare i paesi dell’America Latina come proprietà privata di alcuni noti gruppi capitalistici, di rendere quel continente, come per secoli purtroppo è stato, una specie di enorme campo agricolo per il raccolto che da altre parti veniva trattenuto. Il Venezuela è una minaccia perché è il perno dell’ALBA e di un sistema, che con molte contraddizioni che sono proprie di questa fase storica, sta cercando una strada di emancipazione dalle logiche dell’economia di mercato e dal dominio imperialista. Un asse che consente a Cuba, ad esempio, di uscire dall’isolamento in cui per anni è stata relegata, molto più di quanto lo siano le cosiddette aperture di Obama. Anzi sfrutto questa occasione per ribadire che gli USA non hanno fatto alcune reale apertura a Cuba, che il blocco commerciale è ancora in vigore, che le misure cancellate hanno valore minimo e non sono certo un’apertura a Cuba, ma il riconoscimento – cito le stesse parole di Obama – del fallimento della politica statunitense nei confronti dell’isola e della necessità di procedere con una nuova strategia per portare sostanzialmente al crollo del socialismo nell’isola. Se Cuba, se alcuni paesi dell’America Latina, con tutte le contraddizioni presenti, scelgono un percorso autonomo e una strada divergente da quella della soggezione imperialista, in questo processo è evidente che il Venezuela è fondamentale, e dunque costituisce una minaccia per gli USA.

Ma allora tutti converrete sul fatto che una minaccia per i grandi gruppi monopolistici di quell’enorme intreccio di capitalismo finanziario e produttivo che oggi detiene il potere reale nel mondo, rappresenta una speranza di emancipazione per i lavoratori e per le masse popolari non solo dell’America Latina, ma del mondo intero. Il Venezuela ha avuto il merito di segnalare ufficialmente al mondo intero che la partita è ancora aperta, che dopo il crollo del socialismo ad est, era possibile porsi un obiettivo di cambiamento di sistema e che il capitalismo non era l’unico orizzonte possibile. Il Venezuela ha smentito nei fatti la celebra affermazione di Fukuyama sulla “fine della storia” e tutta la sbornia di vittoria, che oggi con la crisi economica si sta finalmente – anche se in modo insufficiente – affievolendo.  Ecco perché tutti siamo debitori al Venezuela e a Chàvez, per essere stati i primi a riaprire un discorso che appariva concluso. In termini prettamente ideali e di impatto ancora di più della resistenza eroica dei paesi socialisti che non hanno seguito i destini dell’URSS, perché qui si è giocata una partita d’attacco.

Cosa è il Venezuela oggi? E’ un paese socialista? La risposta per quanto mi riguarda è no, e credo che tutti i compagni che sono intervenuti prima di me siano d’accordo. Il Venezuela è un paese che ha tracciato una via di trasformazione e che procede nelle intenzioni di chi guida questo processo nella direzione del socialismo. E’ su questa questione che focalizzerò la riflessione politica in questa seconda parte di intervento, anche avvalendomi di un precedente storico, quello del Cile, che a mio parere deve essere tenuto in stretta considerazione dai compagni venezuelani.

In un’intervista ad un giornale francese Salvador Allende rispondeva in questo modo al giornalista che domandava se in Cile fosse stata fatta una rivoluzione: «Perché ci sia una rivoluzione è necessario che una classe sociale perda il potere e che un’altra la sostituisca. Noi abbiamo ora il governo, più tardi prenderemo il potere.» e ancora «il socialismo è un obiettivo chiaro, ma non può esserci automatismo. Tracceremo la nostra strada secondo le circostanze interne ed esterne.»

Ora mi sembra che questa riflessione di Allende sia perfettamente calzante rispetto alla condizione del Venezuela oggi, che da anni vede un governo che professa in modo chiaro la sua volontà di procedere verso il socialismo, ma che per l’appunto non ha ancora il “potere”. Forse per molti, abituati nella logica dei rapporti di governo delle democrazie parlamentari può sembrare concetto ostico ed un paradosso, anche perché per anni gli stessi partiti comunisti partecipando a governi borghesi sembravano non cogliere questa differenza sostanziale. In Venezuela una maggioranza politica è al governo, ma nell’ambito e nella cornice di un sistema democratico borghese che non è stato abbattuto e sostituito con un nuovo ordinamento. Così come nell’esperienza cilena di Allende il Venezuela oggi procede ad una serie di riforme di carattere indubbiamente radicale ma permanendo nell’ambito dello schema tipico di una democrazia borghese, con tutte le conseguenze materiali che questo comporta.

In questi anni dall’elezione di Chàvez ad oggi il Venezuela ha ottenuto progressi assolutamente innegabili, riconosciuti da istituzioni internazionali di comprovata neutralità, o comprovata parzialità in senso contrario, che non hanno potuto fare a meno di riconoscere i progressi del Venezuela nel campo della sanità, dell’educazione, dell’elevazione della condizione materiale di vita delle masse popolari con programmi di assistenza, di redistribuzione della ricchezza che hanno tolto dalla miseria milioni di persone. Questo è stato possibile perché come diceva prima il compagno Viloria il Venezuela ha la fortuna/sfortuna di essere uno dei principali produttori di petrolio del mondo, con un elevato livello di riserve petrolifere. La nazionalizzazione del settore petrolifero ha comportato elevate entrate per le risorse statali consentendo che la rendita petrolifera passasse dal controllo privato, e quindi da profitto per la grande borghesia, a quello statale consentendo programmi sociali che hanno realizzato una redistribuzione delle ricchezze del paese.

Da alcuni mesi il prezzo del petrolio ha subito un calo considerevole. Dal massimo di 140 dollari al barile è stato a lungo abbondantemente sotto i 50, oggi in leggera risalita. Un crollo che lascia perplessi perché difficilmente spiegabile attraverso le logiche del mercato internazionale. Certo c’è la guerra dei produttori contro le fonti energetiche da scisto, c’è stato un maggiore investimento nelle fonti rinnovabili, ma nel complesso la domanda di petrolio e gas non è diminuita a livello globale. E soprattutto non si comprende un calo così considerevole se non in virtù di considerazioni politiche che sono state realizzate. Dietro la decisione dell’Arabia Saudita di non tagliare la produzione, facendo così scendere il prezzo del petrolio c’è tutto questo, e c’è chiaramente l’intenzione da parte degli USA e della UE (che trae giovamento per sua ripresa economica da questa condizione) di mettere in difficoltà alcuni dei paesi produttori di petrolio, e tra questi certamente il Venezuela. Insomma ragioni economiche e politiche hanno in questi mesi ridotto ad un terzo le entrate petrolifere, che da sole costituiscono oltre il 90% del settore delle esportazioni venezuelano. Il punto debole del Venezuela sta proprio qui, e nella mancanza di un’autonoma industria nazionale capace di garantire al popolo venezuelano i beni necessari senza ricorrere alle importazioni. Per anni il problema non si è posto perché i proventi del petrolio coprivano questa realtà, oggi la questione si pone in modo serio.

E si pone anche e soprattutto in relazione a chi detiene la proprietà di queste industrie e chi detiene il controllo materiale –reale –dei canali di commercio con l’estero, che chiaramente non è lo Stato. Ancora oggi il commercio estero, le principali aziende di produzione dei beni alimentari, la banca nazionale e il settore bancario non sono socializzate, ma sono in mano a gruppi monopolistici privati. Qui sta l’elemento economico fondamentale di analisi per il quale il Venezuela oggi non è un paese socialista, ossia nella considerazione che la proprietà di una parte rilevante dei mezzi di produzione, in settori chiave dell’economia è ancora nelle mani di grandi gruppi privati, che ovviamente utilizzano tutto il loro potere per frenare il processo bolivariano e la trasformazione socialista. È espressione di quello che diceva prima Viloria citando Gramsci, ossia del vecchio che muore e che lotta contro il nuovo che sorge. Tornerò su questo punto.

La situazione attuale, la mancanza di merci necessarie, di beni primari è dovuta dunque a questo potere di ricatto che la borghesia venezuelana continua a detenere nel paese. I magazzini sono pieni di merci invendute perché questo tipo di attività diviene mezzo di ricatto contro la politica del governo. E’ un elemento di lotta di classe al pari delle serrate, o di altri mezzi a cui la borghesia ricorre, e diciamolo, anche con una certa efficacia.

Ora cosa fare in questa situazione? È chiaro che il processo bolivariano è a un bivio: o si accetta il compromesso e quindi si perde completamente ogni aspirazione alla costruzione di un sistema alternativo, o si forza nella direzione della socializzazione dei mezzi di produzione e dei principali centri di controllo economico del paese. Si fa appunto quel passaggio che dalla gestione del governo consente un passaggio alla presa del potere nel paese che concluda quel processo aperto ed apra una nuova fase di costruzione effettiva e materiale, non solo come aspirazione, del socialismo. Credo che il compito di noi che solidarizziamo con il Venezuela sia anche questo, con la modestia che è necessaria date le condizioni che abbiamo in Italia e la nostra oggettiva debolezza, dare anche dei consigli ai compagni venezuelani, perché quella partita non riguarda solo loro ma anche noi.

Ed è inutile illudersi che questo passaggio possa essere compito senza forzature, senza prese di posizioni nette, senza strappi, credendo che spontaneamente la borghesia venezuelana e l’imperialismo accettino il nuovo corso venezuelano. Sarebbe bello, ma utopistico, non si realizzerà mai in questi termini, proprio perché la vecchia società non accetterà mai di lasciare il passo alla nuova senza dare battaglia. Dietro questa battaglia non ci sono “ideali” ma concreti interessi materiali.

Sempre continuando sul paragone con il Cile, Pietro Secchia, che fu inviato del PCI per gli incontri con il partito comunista cileno e con Allende, poco prima del golpe ricorda una conversazione con Corvalan, allora segretario del PCC, in cui diceva: «La rivoluzione (corsivo di Secchia) è legale, pacifica, ma la lotta è mortale. Si tratta di una lotta a morte tra il popolo e l’oligarchia.» Sappiamo tutti come andò a finire. Questo perché credo che la via venezuelana al socialismo, il cosiddetto socialismo del XXI secolo, debba partire da una considerazione fondamentale e cioè che determinati assunti del socialismo del secolo passato siano ancora attuali e costituiscano un’esperienza da utilizzare. Bisogna in un certo senso rigettare questa idea che l’ingresso dell’umanità nel XXI  secolo, che è elemento puramente convenzionale, si traduca automaticamente in un cambiamento sostanziale in termini reali. Certo ci sono mutamenti nelle forme, nuove sfide, nuovi mezzi che sostituiscono i vecchi, ma la questione centrale della divisione del lavoro, dei rapporti di produzione, della natura dell’imperialismo non è mutata, e con essa non mutano alcuni elementi sostanziali. Non è eludendo la questione della proprietà dei mezzi di produzione, pensando che nuovi ideali sostituiscano la realtà materiale dei fatti, che questo processo avanzerà. E l’esempio del Cile ricorda a tutti i limiti effettivi di una direzione che si fondi solo ed esclusivamente sulla gestione del governo e non si interroghi sulla questione della presa effettiva del potere, o che crei confusione tra queste due questioni. In Cile non si ebbe neanche il tempo, ma quell’esempio resta a memoria perenne della difficoltà effettiva di costruire un processo di emancipazione dal capitalismo all’interno di un sistema di legalità costituzionale borghese.

Tutti noi vorremmo un processo pacifico, ma difficilmente il nemico di classe lo consentirà, difficilmente abbandonerà le sue posizioni senza dare battaglia. E allora bisogna porre la questione in termini di capacità delle forze popolari di rispondere colpo su colpo nella direzione di un avanzamento del processo di costruzione del socialismo. La questione non si pone  in termini di legalità formale ma di direzione sostanziale del processo storico. Gli imperialisti vi attaccheranno, vi definiranno dittatura anche se continuerete a vincere decine di elezioni, come hanno fatto in questi anni. I media inventeranno di sana pianta, magari pubblicando foto estratte da contesti di altre parti del mondo – ho qui un attento dossier su questo – per dire che in Venezuela c’è la dittatura. Non si può pensare di rispondere ad un attacco del genere, che avviene congiuntamente dall’esterno e dall’interno prestando attenzione alla formalità e facendo di questo un valore assoluto. Perché il valore assoluto al contrario è il fine dell’edificazione della società socialista.

L’espropriazione dei mezzi di produzione, il loro affidamento ai lavoratori è un elemento essenziale, perché consente l’utilizzo del ruolo che si ha nel governo, le proprie posizioni di forza all’interno dell’amministrazione dello Stato, legandolo alla partecipazione attiva e cosciente delle masse lavoratrici. Mi sembra che proprio recentemente la Centrale Bolivariana dei lavoratori abbia preso posizione in questo senso, dicendosi pronta a prendere il controllo dei distretti produttivi che stanno mettendo in atto la guerra economica. Anche una proposta del PCV è da tempo in parlamento e va in questa direzione.

Stesso discorso vale per i media. Non si può tollerare che il sistematico stravolgimento della verità, le campagne diffamatorie, passino come libertà di stampa. Questa libertà è fittizia, non ha nulla a che fare con la libertà reale del popolo. Dunque togliere alla borghesia venezuelana quegli strumenti che oggi le consentono di agire nell’ottica della lotta di classe e della lotta contro il governo bolivariano.

Prima si citava Gramsci, e spesso lo si fa in Venezuela. È un nostro punto di orgoglio certamente. Come spesso accade purtroppo a volte si da una lettura parziale di Gramsci, che trae origine non dal pensiero autentico gramsciano ma da una sua lettura democratica, che in questi anni lo ha “adattato” alle esigenze più varie. Quando si parla di egemonia bisogna ricordare che essa è insieme di direzione e coercizione, non solo direzione. In sostanza si esercita la direzione sulle masse popolari, sui settori che devono essere aggregati  nella costruzione di un blocco storico ampio per sostenere la rivoluzione. Ma Gramsci non ha mai pensato che l’avversario di classe potesse essere diretto, ossia “convinto” della giustezza delle posizioni rivoluzionarie. In questo senso l’unico elemento valido – ed è questione che lega indissolubilmente Gramsci alla teoria marxista-leninista –  è la coercizione, la forza, come elemento strutturalmente necessario. Quindi ogni processo rivoluzionario è insieme di direzione e coercizione, e se manca l’uno e l’altro il processo degenera perdendo la sua caratteristica di autentica rivoluzione e divenendo da un lato autoritarismo puro, dittatura, imposizione sulle masse popolari, dall’altra compromesso di classe, perché le concessioni da fare all’avversario per “convincerlo” sono tali da snaturare il processo e di fatto limitarlo ad una gestione del capitalismo con un po’ di redistribuzione in più, che si per sé non equivale al socialismo.

Queste considerazioni anche in luce della grande apertura al dibattito dei compagni venezuelani, appunto per contribuire nel nostro piccolo al rafforzamento di un processo che non ci vede estranei, come geograficamente si tenderebbe a pensare, ma compartecipi. I destini del Venezuela riguardano anche noi, perché sono parte di una stessa lotta. E’ questo l’elemento di fondo per il quale, al netto di tutte le possibili osservazioni, la solidarietà con il processo bolivariano non è in discussione e anzi con forza deve essere confermata in queste occasioni e nel lavoro quotidiano come stiamo facendo in queste settimane, e come faremo il 19 aprile. Un lavoro che portiamo insieme alla gioventù comunista venezuelana, alla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, con cui abbiamo partecipato alla brigata internazionale di solidarietà lo scorso febbraio, come unica organizzazione italiana.

Concludo dicendo che la direzione è quella indicata da Chàvez in un suo discorso, quando disse queste parole: «Noi, dunque, continuiamo a lavorare con le due mani per costruire il nuovo blocco storico, costruendo il socialismo, la nuova società politica che sarà lo Stato sociale, lo Stato socialista, la Repubblica socialista, in tutti i suoi livelli: il potere centrale, i poteri locali, i governi comunali. Voi dal basso, dalla base, continuate a costruire il nuovo Stato, la nuova società politica. La vecchia società civile elitaria, borghese, filofascista […] quella vecchia società civile borghese deve essere trasformata, ascoltate bene, nella nuova società socialista. Società socialista, Stato socialista, Repubblica socialista, struttura socialista, sovrastruttura socialista!». Ecco credo che questo sintetizzi la vera sfida che è oggi davanti ai compagni venezuelani, per condurre a termine quella lotta mortale contro l’oligarchia, per rafforzare le proprie posizioni contro l’ingerenza imperialista, per costruire una società socialista.

* intervento all’assemblea dell’8/04/2015 «Venezuela non una minaccia, ma una speranza» presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma.

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