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Test INVALSI e il diritto al boicottaggio

* di Fiorucci e Maistrelli

La campagna di boicottaggio dei test Invalsi è ormai diffusa e praticata su scala nazionale, ogni anno vede aumentare i propri consensi tra studenti e professori toccando in molte scuole l’80% delle adesioni. A questi notevoli risultati corrisponde però una altrettanto notevole reazione, che nei giorni immediatamente successivi alla somministrazione delle prove non ha tardato a farsi sentire: sono stati numerosissimi infatti i casi di minacce, intimidazioni e sanzioni disciplinari subite dagli studenti che hanno consegnato le Invalsi in bianco per protesta. Le situazioni più frequenti comprendono minacce da parte di alcuni insegnanti (su indicazione del Dirigente Scolastico) di valutare questi test, penalizzando con un voto estremamente negativo coloro che aderiscono alla protesta, tentando di dissuaderli dal farlo. Peccato che, ai sensi dell’Informativa ex d. lgs. n. 196/03* secondo cui “i dati personali forniti verranno trattati esclusivamente per le finalità istituzionali dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di Formazione“, risalire dal codice Alfa all’identità dello studente e valutarlo come fosse una normale verifica scritta sia illegale, pertanto la scuola non può rintracciare gli studenti ne’ tantomeno sanzionarli.

In diversi istituti il clima diviene ben più teso, fino all’esasperazione: SMS ed e-mail inviate dalla Dirigenza la sera prima o la mattina stessa con l’intento di “invitare” gli studenti ad entrare a scuola (è il caso di un liceo classico a Reggio Calabria), ed ancora note disciplinari agli studenti “più attivi” nella promozione del boicottaggio. Certo, non vorremo lasciare impuniti questi atti gravissimi! Meglio applicare “pene esemplari”, di modo che non avvenga più. Addirittura ad alcune studentesse in una scuola della provincia milanese è stata attribuita la colpa del malfunzionamento dell’Istituto stesso, accusandole di essere la rovina della scuola pubblica solo per essersi rifiutate di compilare i test in maniera del tutto legittima secondo l’art.4 del codice sopracitato (“l’interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta”)

Dove sono finite le belle parole che abbiamo sentito pronunciare nei discorsi di inizio anno dai presidi che ora ricorrono prontamente a misure repressive per arginare i dissensi? Ancora prima di essere approvata in parlamento, il modello della “Buona Scuola” voluto da Renzi, ed in piena continuità con i progetti di Moratti e Gelmini, si è insinuato all’interno dei singoli istituti e in particolare nei presidi, ai quali la nuova figura di “manager della scuola-azienda” non spiace affatto. La repressione nei confronti di studenti e docenti che si oppongono perciò è “inevitabile”: non si può permettere che la scuola risulti improduttiva perché così facendo vengono a mancare i fondi e la colpa quindi sembra ricadere su chi boicotta le prove, sembra che siamo noi i veri “artefici della rovina della scuola pubblica” (alcune studentesse della provincia di Milano, durante l’intervallo, sono state “etichettate” proprio con questi termini)e non il sistema basato sul profitto e la competizione che si fa largo con sempre più insistenza anche nell’istruzione. Se è vero da un lato studenti che lo scorso 12 maggio hanno consegnato in bianco le Invalsi sono stati appoggiati da una parte non indifferente di docenti, è vero anche che il preside da solo non può agire, e che molti professori spesso non esitano ad applicare le direttive contro gli studenti.

E’ nell’interesse dei lavoratori della scuola unirsi agli studenti in una lotta comune contro la scuola di classe che questo sistema sta costruendo. Denunciamo qualsiasi tipo di atto repressivo nei confronti degli studenti che hanno aderito al boicottaggio; senza alcuna esitazione, anzi con una maggiore convinzione avanziamo nella lotta per un’istruzione gratuita e di qualità.

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