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Da Piazza Tienanmen a Piazza Maidan: natura di classe delle “Rivoluzioni colorate”

* di Daniele Bergamini

“Quelli di Tienanmen erano veramente dei ragazzi poveretti, sedotti da mitologie occidentali, un poco come quelli che esultarono quando cadde il muro; erano dei ragazzi che volevano la Coca-Cola.”Edoardo Sanguineti

Il commento di Sanguineti sui fatti di Piazza Tienanmen riassume in una semplice frase il concetto di “rivoluzione colorata” che nelle sinistre occidentali, incapaci di comprenderne la natura di classe di questi avvenimenti, ha causato parecchia confusione.

1989: imperialismo e responsabilità revisioniste

La cosiddetta rivolta di Piazza Tienanmen è da inquadrare nel fenomeno delle cosiddette rivoluzioni colorate e nei cambiamenti controrivoluzionari avvenuti nell’est Europa nel 1989, dopo gli anni della glasnost e della perestroika. È importante analizzarne le dinamiche di classe per comprendere come la borghesia imperialista insidia le conquiste del movimento operaio e delle realtà più progressiste.

Le cause di fatti come le rivolte di piazza Tienanmen sono da imputare però ad un doppio fattore: in primo luogo alla contraddizione che opponeva i paesi socialisti all’imperialismo occidentale, e a quello statunitense in particolare. Ma anche a contraddizioni interne agli stessi paesi del campo socialista: gli anni ottanta erano infatti gli anni della perestroika e della glasnost, che segnarono definitivamente l’apertura di quei sistemi economici al mercato occidentale.

È importante sapere che la  rivolta in Cina, diventata famosa per l’immagine catturata di uno studente paratosi innanzi ad una colonna di carri armati (a cui per altro, non venne fatto alcun male nonostante la drammaticità della situazione), inizia nell’aprile del 1989 in seguito alla morte per infarto di  Hu Yaobang, membro dell’ala destra del PC cinese e fautore di aperture economiche più radicali di quelle attuate da Deng Xiaoping: questo movimento rivendicava maggiore apertura economica e un sistema democratico borghese.

Sicuramente le aperture al mercato occidentale e ai monopoli imperialisti promosse da Deng hanno aperto un varco non indifferente per la borghesia cinese che ha trovato nuova linfa dalla reintroduzione dei rapporti di produzione capitalisti. Tuttavia non è assolutamente giustificabile, né praticamente né teoricamente, che queste sollevazioni siano state in nome di lotte per fantomatici diritti umani o la lotta alla burocrazia. Le rivolte colorate possono essere sicuramente fenomeni indotti da potenze imperialiste esterne, ma necessitano di sostegno interno da parte della borghesia interna o di una sua fazione: ed è proprio il motivo per cui si spende la fazione interna che bisogna comprendere.

Era chiaro che il movimento voleva rovesciare violentemente il governo cinese e dissolvere il PCC in modo da ripristinare del tutto i rapporti di produzione capitalistici, sfruttando il sostegno dell’imperialismo americano e del revisionismo di Gorbaciov, che aveva visitato la Cina nell’aprile del 1989 per riconciliare i due paesi. In realtà tentò di mettere il suo peso politico dalla parte dei rivoltosi, come ammise in un secondo momento. Un gioco che la dirigenza del PCC permise solo fino ad un certo punto, comprendendo la delicatezza e la pericolosità della situazione:

“È vero che incontrai i ragazzi. Un giorno, mentre ci muovevamo in macchina scortati dalla polizia, ho visto un gruppo di studenti e operai. Erano riusciti ad avvicinarsi tanto che l’auto fu costretta a fermarsi. Io aprii subito la portiera e uscii fuori. Erano molto affettuosi. Sorridenti. Avevano i visi stanchi, gli occhi rossi. Capii che volevano spiegarmi il perché della loro protesta, che erano lì per la democrazia, la libertà. “Perestrojka”, dicevano. Ma io ho cercato di non approfondire. Mi rendevo perfettamente conto della delicatezza della situazione. E anche delle difficoltà della dirigenza cinese. Avevo ricevuto moltissime lettere, commoventi, dagli studenti. Lettere e biglietti che ancora conservo” (1)

Dal canto loro i media dei paesi imperialisti legittimano le rivoluzioni colorate nascondendo gli aspetti più controversi e sanguinosi e producendo notizie false circa gli avvenimenti in corso in modo da indurre nelle proprie popolazioni un sentimento di sostegno per una parte e demonizzazione dell’altra, fortificando allo stesso tempo la propria astratta immagine di democrazia e libertà. Le recenti rivelazioni di Wikileaks, pubblicate lo scorso anno dal Telegraph di Londra (2), hanno definitivamente smascherato la fiction del “massacro degli studenti in Piazza Tienanmen” riportando le comunicazioni al Dipartimento di Stato degli USA da parte dell’allora ambasciatore USA a Pechino, James Liley (che ha avuto un ruolo di primo piano nella costruzione degli eventi), in cui le testimonianze dirette di diplomatici stranieri presenti nel luogo affermavano che le truppe che entrarono in piazza erano dotate solo di equipaggiamento antisommossa – manganelli e mazze di legno- e che non c’era stata nessuna sparatoria sulla folla e quindi nessun massacro. Ma rimane scolpito ormai nell’imaginario comune che condensa la propaganda anti-comunista, pensare a quei ragazzi che affrontarono con le borse della spesa in mano i carri armati e furono massacrati, quando in realtà erano dotati di armi leggere e attaccarono diversi mezzi dell’esercito.

Prassi imperialista e resistenza proletaria

La fine dell’URSS ha spianato la strada all’imperialismo occidentale, che dopo la distruzione dei paesi socialisti si sono concentrati su altri obiettivi “sensibili” sostanzialmente con le stesse modalità: con l’avvento di Internet e dei social network siamo entrati poi in una nuova era della disinformazione, in cui la propaganda viene condotta anche in modo più efficace.

Gli USA sfruttano organizzazioni non governative e fondazioni private come il National Endorsment for Democracy per finanziare movimenti funzionali al capitale monopolistico e supportare una penetrazione economica delle multinazionali che sarebbe più difficile in un paese ostile ai suoi interessi imperialisti. Ciò non sarebbe possibile se non con una preventiva demonizzazione del “nemico”.

Ad esempio durante la rivoluzione verde del 2009 in Iran venne inventata la bufala della morte di Sakineh per gettare discredito sul Presidente Ahmadinejad, che nonostante tutte le critiche doverose da fare a un sistema teocratico come quello iraniano, aveva posto vari limiti ai capitali stranieri e lottato per l’indipendenza energetica della regione nazionalizzando il petrolio: operazioni evidentemente poco gradite. Si può prendere ad esempio anche il caso ucraino: i social network sono stati usati l’anno scorso per diffondere la bufala della morte di un’infermiera ucraina (viva e vegeta e di provata fede neo-nazista), a detta dei media vittima della repressione perpetrata dal governo Yanukovych. Un ottima modalità per destabilizzare la situazione già esplosiva, e complicata poi dall’uso di cecchini contro la popolazione, i cui legami con organizzazioni statunitensi non sono mai stati smentiti. Inutile citare tutti i tentativi di destabilizzazione del Venezuela, al fine di re-impossessarsi dei pozzi petroliferi, delle terre ridistribuite dal governo Bolivariano con il sostegno di vasti settori popolari e eliminare un pericoloso processo di emancipazione. È evidente che risulta facile alle “nostre” borghesie far leva sul sentimento sinceramente democratico indotto nelle masse occidentali per legittimare attacchi funzionali a conformare il mondo agli interessi del proprio capitale monopolistico, anche grazie al fatto che i media sono controllati dai grandi trust imperialisti.

Nel mondo dominato dal mercato globalizzato in cui predominano in forma assoluta i rapporti di produzione capitalistici e l’esportazione dei capitali, è però forviante riproporre schemi che non hanno una base nella realtà: le varie borghesie sono integrate all’interno del sistema capitalistico globale e lottano per mantenere o migliorare la loro posizione nel mercato globale in cui l’industria non ha una base nazionale, la produzione e il consumo di ogni paese è di fatto cosmopolita. Ne consegue che oramai le cosiddette “borghesie nazionali” scompaiono nel corso dello sviluppo imperialistico del capitalismo, e le borghesie dei vari paesi e le loro fazioni interne si integrano nella piramide imperialista, nell’esportazione dei capitali, per migliorare i propri profitti legandosi con rapporti di dipendenza e interdipendenza alle varie potenze, regolati dalla forza in funzione degli interessi del capitale monopolistico finanziario. E’ in questo ambito e in queste dispute internazionali tra potenze e fazioni borghesi interne che si sviluppano le “rivoluzioni colorate” promosse dagli imperialismi più forti, in particolare quello statunitense, per mantenere il proprio primato attraverso l’intervento espansionista d’ingerenza politica e/o militare diretto.

Il nostro dovere è quello di cercare di smascherare questi piani e di opporci alla propaganda a reti unificate del “nostro” imperialismo, avendo ben chiaro però quali sono gli obiettivi di fondo dei comunisti: non di schierarsi a fianco delle varie borghesie e dei loro particolari interessi temporanei (che vanno in concorrenza e antagonismo con altre borghesie sulla base alla reciproca forza), ma di aiutare e sostenere la classe lavoratrice e i popoli oppressi nell’emancipazione dall’imperialismo e dal capitalismo sulla base di un reale internazionalismo proletario e di lottare contro l’imperialismo di “casa nostra”.

NOTE:

1)  Intervista a Gorbaciov http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/tienanmen-20-anni/gorbaciov-testimone/gorbaciov-testimone.html

2) http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/wikileaks/8555142/Wikileaks-no-bloodshed-inside-Tiananmen-Square-cables-claim.html

Per approfondire gli argomenti trattati è utile leggere questi documenti elaborati dal KKE:

Il ruolo internazionale della Cina, di Elisseos Vagenas: http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtbm03-009813.htm

Risoluzione sul socialismo – 18° Congresso KKE: http://www.resistenze.org/sito/te/pe/tr/petrcb12-010480.htm

 

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