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Squinzi e la sintonia di Renzi con la Confindustria.

«A questo punto non mi resta che chiedere la tessera del PD». Pare che Giorgio Squinzi, presidente degli industriali italiani, abbia fatto questa battuta al termine del dibattito che lo vedeva protagonista alla festa dell’Unità. Un intervento, il suo, che ha fatto discutere per le affermazioni sul sindacato. «Il sindacato in Italia è un fattore di ritardo, ha fatto tardare tanto l’ammodernamento e l’efficienza complessiva del Paese» Si potrebbe commentare a lungo il fatto che una volta alle feste dell’Unità parlavano i rappresentanti dei lavoratori e non quelli dei padroni. E per quanto conosciamo la natura del PD e del suo attuale giornale, l’idea di vedere parlare il capo degli industriali in quella che una volta era la festa del giornale di Gramsci e del partito della classe operaia, fa comunque effetto. Però forse è funzionale ad una completa presa di coscienza sulla natura del Partito Democratico oggi, che con la grande sintonia con le parole di Squinzi e dunque con gli interessi della Confindustria può ulteriormente aiutare a smascherare il ruolo del PD.

Cosa ha detto Squinzi? Nulla di diverso da quello che Renzi va dicendo da mesi, e che da sempre gli industriali pensano: «Un sindacato moderno deve avere la capacità di rispondere in maniera corretta per non perdere opportunità di lavoro». E ancora: «In un’epoca in cui l’economia si muove a una velocità supersonica il fatto che ci si possano mettere quasi due anni per poter scrivere un accordo specifico sulla rappresentanza, che è un fattore di democrazia, non è il modo giusto di fare le cose». Queste affermazioni dicono senza veli, quali sono oggi le necessità dei capitalisti italiani di fronte alla crisi e alla perdita di posizioni dell’industria italiana a livello mondiale. Si in questo una grandissima sintonia con il governo e la sua politica, con l’impostazione “dirigista” che Renzi sta dando alle riforme. D’altronde la maggioranza degli industriali italiani, del mondo della finanza, del grande capitale insomma, non ha mai negato la sua simpatia e l’appoggio a Renzi e al suo governo.

Viviamo in un mondo globalizzato, in cui le frontiere perdono di importanza – basti considerare il ruolo della UE con il suo mercato comune, e la prospettiva oggi di un ulteriore superamento con il TTIP e i trattati connessi –  e l’economia è sempre più interdipendente. In cui le caratteristiche della produzione diventano del tutto comuni, e il costo del lavoro e la produttività, elementi assolutamente determinanti per la competitività delle imprese, specialmente in uno spazio di valore monetario determinato come nel caso della zona euro. Per mantenere il prezzo delle merci competitive a livello internazionale l’industria italiana non può più contare su una moneta debole che svaluti automaticamente il costo finale delle merci prodotte e quindi deve ricorrere ad una massiccia riduzione del costo del lavoro. L’insieme di questi fattori, cui si aggiunge una tendenza storica all’emergere di nuovi paesi capitalistici che competono con i centri tradizionali, rende necessario per le imprese italiane un enorme processo di “modernizzazione” i cui fattori centrali sono per l’appunto l’abbassamento salariale, la mobilità nelle mansioni (ossia la libertà di demansionamento), l’incremento della produttività e degli orari di lavoro, con annessa tendenza alla concentrazione e centralizzazione delle imprese, e espropriazione delle piccole aziende.

La risposta dei sindacati – colpevoli per anni, e ancora oggi, di collaborazionismo con i governi e gli industriali – ha individuato un punto essenziale, che se tolto dalla stantia retorica del conflitto-confronto, cioè la negazione del conflitto di classe che oggi i sindacati concertativi attuano, è interessante per capire cosa accade. In questi anni, con dati confermati dalle statistiche, gli industriali hanno investito 50 miliardi di euro in meno in ricerca ed innovazione. Questo significa una sola cosa, che l’incremento della valorizzazione del capitale viene oggi trovato, come in ogni periodo di crisi, non nell’aumento di investimenti in capitale fisso (macchinari, innovazione per l’appunto), ma nella quota del capitale variabile (forza lavoro). E’ una tendenza dell’economia italiana in questo momento, e non solo, che vede un limite reale sono quando il processo di innovazione diventa indispensabile, per l’abbassamento stesso e radicale del costo del lavoro, e l’incremento della produttività. In sostanza si investe in ricerca e innovazione solo quando questo consente di tagliare i costi del lavoro, ossia licenziare. Altrimenti la linea è spremere di più i lavoratori.

Evidentemente in questa condizione il sindacato diventa per gli industriali «un fattore di ritardo», un laccio di cui disfarsi. Quando Squinzi attacca il sindacato attacca nel complesso un’istituzione posta a difesa dei lavoratori, dall’organizzazione e l’unità dei lavoratori stessi. Non attacca insomma il sindacato concertativo, non fa una polemica sulla corruzione (di cui gli industriali sono artefici e beneficiari) dei quadri sindacali, sul burocratismo dei sindacati senza lotta. Però usa questi argomenti per spingere in avanti gli interessi padronali nell’immaginario collettivo, e far avere ad essi un consenso anche tra i lavoratori. La stessa tattica usata da Renzi.

A ben vedere, quello che balza agli occhi dal dibattito alla festa dell’Unità, è proprio questa grande unità di vedute tra Confindustria e governo. Il dirigismo aziendale, che vuole abbattere ogni limite ed impaccio alla sua libertà di manovra nelle aziende, si riporta perfettamente a livello politico con il dirigismo di governo, tutto il potere all’esecutivo e al premier. Gli spazi democratici in fabbrica come nel Paese si riducono, perché nella tempesta il capitale ha bisogno di un solo timoniere, in grado di cambiare la rotta repentinamente a seconda degli interessi immediati, senza discussioni, senza perdite di tempo, tanto nelle fabbriche, quanto al governo del Paese. Ecco la grande sintonia tra gli industriali e Renzi, che fa del PD oggi il partito che meglio rappresenta gli interessi e le aspirazioni del capitale. Un partito che ha rotto ogni ponte con la sua storia passata e che oggi rappresenta ancora un inganno agli occhi di milioni di lavoratori onesti.

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