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Controlli a distanza per scopi disciplinari. La tecnologia e il governo Renzi al servizio del capitale.

Le riforme del lavoro del governo Renzi non hanno ancora finito di proiettare la loro ombra distruttrice sui diritti dei lavoratori. Grazie alle deleghe in bianco – generosamente concesse dal Parlamento, con altrettanto generoso silenzio dei sindacati confederali e sciopero generale della CGIL a babbo morto, soltanto il giorno dopo l’approvazione definitiva della legge delega –  il governo si appresta a varare gli ultimi decreti attuativi del complesso della riforma del mondo del lavoro. Nel disegno che sarà presentato oggi dal Ministro Poletti, si introduce una norma che permette alle aziende di utilizzare a fini disciplinari le immagini delle telecamere di sorveglianza all’interno dei luoghi di lavoro ed apre alla piena libertà per le aziende di ispezionare tablet, computer e telefoni dei dipendenti.

Fino ad oggi la normativa di riferimento era l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vietava i controlli a distanza sui lavoratori. Alcuni mezzi di controllo a distanza erano ammessi in caso di accordo con le rappresentanze sindacali (RSU/RSA) nell’ambito della contrattazione aziendale, come ad esempio i cartellini elettronici. In mancanza era l’ispettorato provinciale del lavoro a dover dare l’assenso all’utilizzo di apparecchi elettronici di questo tipo. Senza accordo o autorizzazione dell’ispettorato si rischiava una multa fino a 1500 euro e l’arresto fino ad un anno. Questo non voleva dire che nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non esistessero apparecchiature elettroniche per la rilevazione di immagini o altro. Le leggi sulla sicurezza nei posti di lavoro consentivano un largo utilizzo di apparecchiature elettroniche, solo che, visto il divieto previsto dallo Statuto dei lavoratori, le immagini così registrate non erano utilizzabili a fini disciplinari. Avere una prova ma non poterla utilizzare in giudizio può sembrare per molti un paradosso, ma nel sistema processuale italiano, la prova acquisita illegalmente o illegittimamente non concorre alla formazione della prova in giudizio e dunque non è idonea a far condannare un lavoratore, e in questa direzione di era più volte mossa la Cassazione.

Come più volte detto una normativa del genere era pensata nell’ambito di un sistema di lavoro a tempo indeterminato, ma trovava già con l’introduzione dei contratti a tempo determinato il modo per essere facilmente aggirata. Infatti in questo caso il lavoratore non doveva essere formalmente licenziato, e come tale necessitare della prova della motivazione del licenziamento, in quanto era sufficiente non rinnovare il contratto. Se pensiamo all’enorme espansione dei contratti precari in ogni settore della nostra economia, dalla produzione alla circolazione, dalle fabbriche ai call center, ai supermercati e i trasporti, si comprende come un assunto processuale, quello della formazione della prova in giudizio, perdesse ogni valenza di protezione rispetto ai rapporti reali tra lavoratori e padroni. Pur non essendo legalmente deputate a quello scopo le immagini venivano internamente utilizzate dalle direzioni aziendali per scopi di controllo e repressione interna, non essendo necessario ai fini del licenziamento la procedura prevista nei contratti a tempo indeterminato. Il contratto non si rinnovava e il lavoratore era di fatto licenziato, anche se legalmente non c’era alcun licenziamento, come nessun utilizzo probatorio delle immagini delle telecamere o dei dati informatici. Aperta la finestra era ora di abbattere il muro.

Così il governo Renzi, utilizzando una situazione di fatto già presente nella realtà del conflitto di classe, grazie all’introduzione dei contratti precari, ha esteso a tutti i lavoratori i controlli a distanza e la loro piena utilizzabilità a fini disciplinari, ossia la condizione di precari. Anche per quanto riguarda i controlli a distanza si dimostra chiaramente come il Jobs Act sia una norma che abbassa la condizione del lavoratore a tempo indeterminato a quella del precario e non viceversa quello che vuole far credere il governo. Una legislazione assolutamente favorevole ai padroni e contro gli interessi dei lavoratori, che sopprime sistematicamente le tutele, pur parziali e insufficienti, che prevedeva lo Statuto dei lavoratori.

L’enorme progresso tecnologico di questi anni consente al capitale di utilizzare nuovi strumenti di controllo che acuiscono l’oppressione sui lavoratori. Grazie al governo Renzi i padroni si liberano delle limitazioni legali al pieno utilizzo della tecnologia contro i lavoratori per fini disciplinari e repressivi, estendendo a tutti i lavoratori una realtà che era già di fatto esistente per i precari. Libero utilizzo di immagini da telecamere, dati da computer, tablet, cellulari, ossia tutto quello che fino ad oggi era vietato. Questo apre due grandi possibilità: da una parte la ricerca del pretesto per il licenziamento del singolo lavoratore. Dall’altra –  combinato con la restrizione della democrazia interna ai luoghi di lavoro e delle possibilità di azione sindacale –  la finalità è evidentemente il controllo preventivo e la repressione contro la lotta nei luoghi di lavoro, anche nelle forme minime di attività sindacale e politica quasi “clandestina”. Per portare il conflitto fuori dai luoghi di lavoro la tecnologia diventa, grazie alla sua liberalizzazione legale, uno strumento potente nelle mani del capitale. Un balzo indietro di quarant’anni grazie al governo del Partito Democratico e all’inconsistenza dei sindacati concertativi nelle tutele per i lavoratori, un grande, ennesimo, favore alla Confindustria.

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