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La “Guerra al terrorismo” e lo “Stato d’Emergenza”

La dittatura capitalista affina le armi per il controllo delle masse e la spartizione del mondo

*di Agostino Alagna e Salvatore Vicario

A poco più di due settimane dagli attentati che la sera del 13 novembre hanno colpito la città di Parigi cresce la psicosi totale largamente fomentata dai mezzi di comunicazione borghesi e auspicata dalle classi dominanti dei paesi europei, che in nome della sicurezza e della “lotta al terrorismo islamico” si preparano ad intensificare l’intervento imperialista nel Medio Oriente, in particolar modo in Siria, forti di un rinnovato sostegno dell’opinione pubblica, per la spartizione di risorse ed aree di mercato tra le potenze, globali e regionali, in disputa. Ma il nuovo clima di terrore sapientemente gestito e alimentato dai media servirà anche per dare il colpo di grazia alle ultime libertà concesse all’interno dell’Unione Europea, inaugurando così una nuova era nella repressione del dissenso sociale da parte del Capitale.

Lo “Stato d’Emergenza” in Francia: l’esempio da seguire per le borghesie europee

Dopo le ipocrite parole nel suo discorso alla nazione, il Presidente della Repubblica Francese, François Hollande, chiamando all’”unità nazionale”, si è affrettato ad indossare l’elmetto, con il consenso leggittimatore degli altri governi imperialisti e delle forze politiche reazionarie ed opportuniste, dichiarando che la Francia, così come l’Europa è in “guerra” contro il terrorismo dell’ISIS, a cui è seguito il rafforzamento dell’azione militare francese in Siria e Mali (e in Africa in generale) e l’attivazione dell’articolo 42, comma 7 del Trattato di Maastricht da parte del consiglio dei ministri della Difesa dell’UE, che prevede la fornitura di assistenza militare nel quadro della NATO, proclamando negli stessi momenti anche lo “Stato d’Emergenza” prolungato almeno fino a febbraio con il consenso di tutte le forze politiche del parlamento francese, che prevede una serie di misure che sospendono i più basilari diritti democratici del popolo francese, le convenzioni sui diritti umani, così come modifiche agli articoli 16 e 36 della Costituzione, rispettivamente sui pieni poteri al Presidente e sul trasferimento dei poteri all’Esercito, per rendere possibile la loro attuazione in forma permanente. Verranno da subito creati 5.000 nuovi posti di polizia e doganieri, nuovi poteri “speciali” vengono concessi ai prefetti e alle forze di polizie che possono dichiarare il coprifuoco, proibire “associazioni o gruppi che incitano ad azioni di turbamento dell’ordine pubblico”, vietare ogni forma di manifestazione pubblica, come già avvenuto vietando tutte le manifestazioni in programma (tra cui quella contro la Conferenza Mondiale sul clima – COP21 – del 29 novembre con l’esecuzione di 298 fermi da parte della polizia francese) e consente la possibilità di arresto e detenzione anche sulla base di sospetti o futili motivi, perquisizioni a domicilio in ogni momento e il controllo indiscriminato da parte dell’intelligence di ogni canale di comunicazione, come già avvenuto durante la rivolta anti-coloniale in Algeria nel 1955 e la rivolta delle banlieue del 2005.

Le forze politiche delle potenze imperialiste europee si sono affrettate a rispolverare e adeguare i loro repertori utilizzando espressioni come “siamo in guerra”, “attacco alla nostra civiltà” o al cosiddetto “mondo libero”, così come “l’Europa è sotto attacco”, per promuovere un nuovo clima ideale agli obiettivi interventisti, in un’atmosfera di “panico, sgomento e paura”, facendo leva sui sentimenti suscitati nella popolazione dalle immagini di Parigi, sapientemente alimentati ed incanalati dal circo mediatico. L’artificiale visione di una “guerra di civiltà o religione” permette alle classi dominanti di avvelenare la coscienza delle masse popolari per aggregarle intorno alle autorità imperialiste attraverso un rinnovato spirito “patriottico”, “filo-europeo”, dando in questo modo nuova linfa vitale alla legittimazione delle loro politiche antipopolari sul fronte interno e di guerra sul fronte esterno, sponsorizzate da salotti televisivi di “analisti con la baionetta alla mano” pronti a mistificare le reali cause di quanto sta oggi accadendo in Europa e in Medio Oriente che richiedono a gran voce l’intervento risolutivo in Siria e l’unità della “risposta europea” con la delega di incarichi di sicurezza e “prevenzione del terrorismo” a corpi internazionali come auspicato dal “costituzionalista” Sabino Cassese, che sul Corriere della Sera ha dichiarato :

[…] risalta chiaramente che problemi globali, come quello del terrorismo internazionale, non possono essere risolti con soluzioni domestiche, nazionali. Bisogna, insomma, che vi siano polizie globali incaricate di mantenere un ordine che riguarda singole nazioni, ma che è minacciato da reti estese di terroristii.

Una forma di “polizia globale” esiste già in Europa, si tratta del corpo Eurogendfor (EGF, Forza di Gendarmeria Europea), una sorta di polizia militare formata dalle gendarmerie unite di Spagna, Portogallo, Francia, Italia, Polonia, Romania e Paesi Bassi, con sede operativa stabilita a Vicenza ed ospitata a spese dello Stato Italiano dopo la firma del Trattato di Velsen del 2007. La Eurogendfor, già impegnata in “missioni di sostegno” al servizio dell’alleanza imperialista NATOii, è stata creata con il non meglio precisato scopo di “provvedere ad una più efficiente gestione delle crisi internazionali fuori dai confini dell’UE” e tutto fa pensare ad un suo maggiore impiego all’interno dei confini dell’UE, essendo fornito di ampi poteri (fuori da ogni controllo) nella conduzione di operazioni di sicurezza e ordine pubblico, supervisione, guida, monitoraggio, supporto o sostituzione delle forze di polizia nazionali, compiti di sorveglianza pubblica e controllo delle frontiere così come attività di intelligence investigativa. Questa risponde direttamente agli ordini di un comitato interministeriale (CIMIN) composto dai firmatari del Trattato che “esercita il controllo politico” e nomina il suo “comandante impartendogli direttive”. Ideale per la militarizzazione dell’ordine pubblico funzionale a rendere permanente lo Stato d’Emergenza a livello europeo.

Inoltre, sulla base della “necessità della difesa comune” ciò che da diverse parti ritorna ad esser richiamata con forza è la costituzione di un Esercito Unico Europeo, un processo che l’UE aveva già riaperto dopo l’attentato di gennaio scorso sempre a Parigi e di cui si parla già dal 1950. La costituzione dell’Esercito Europeo è un progetto della Commissione Europea affidato all’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, Federica Mogherini, che entro giugno 2016 definirà la “nuova strategia europea per la politica estera e la sicurezza” superando l’attuale in vigore dal 2003. L’Esercito Europeo porterebbe all’integrazione delle forze armate dei diversi paesi che agirebbero all’unisono (sia all’interno che all’esterno dei confini UE) costituendo il secondo esercito più potente al mondo dopo quello degli USAiii. Si potrebbe così aprire la strada all’intervento di “forze armate comunitarie” e a nuove forme di “euro-repressione” che sono funzionali al processo di accumulazione ed espansione capitalista, che ha portato alla formazione del conglomerato inter-statale imperialistico dell’UE come lo conosciamo oggi e che necessita del superamento di alcune “prerogative nazionali” per quanto riguarda sia l’aspetto economico e politico che militare, inclusa la repressione del dissenso sociale. Un processo che al suo interno ha però enormi contraddizioni con interessi non sempre convergenti tra tutte le “borghesie nazionali”.

L’Unione Europea cerca di attuare oggi ciò che gli Stati Uniti fecero dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Le “democrazie occidentali” tentano di anestetizzare con il terrore mediatico il dissenso ai loro governi antipopolari e trovare una giustificazione alla politica estera imperialista ed aggressiva, ingannando i popoli e sfruttando a vantaggio dei profitti dei monopoli questi tanto tragici quanto torbidi avvenimenti come già accaduto dopo l’11 Settembre 2001. E’ del tutto evidente, oggi più che mai, come la cosiddetta “lotta al terrorismo” sia “funzionale al processo di accumulazione di capitali nell’attuale fase di sviluppo imperialista del capitalismo internazionale”iv.

Sfruttando il clima post-attentato in Francia si modifica la costituzione sul modello del “Patriot Act” di Bush, entrato in vigore immediatamente dopo i fatti dell’11 Settembre e che ha rappresentato una delle pagine più nere nelle violazioni dei diritti civili, con migliaia di cittadini imprigionati arbitrariamente e la soppressione delle libertà basilari in nome della sicurezza. L’applicazione dello “Stato d’Emergenza” prolungato in Francia, così come il vero e proprio coprifuoco applicato per diversi giorni nel cuore dell’Europa, a Bruxelles, aprono definitivamente una strada senza ritorno nella gestione e militarizzazione dell’”ordine” del capitale, e quindi la criminalizzazione e repressione delle masse popolari in lotta, che colpirà particolarmente l’attività delle organizzazioni politiche e sindacali di classe, ossia di tutti coloro che non si subalternano allo Stato (borghese), la riproduzione del sistema e la difesa degli interessi e profitti della classe dominante. Ciò è già evidente anche in Italia, con l’attacco al diritto di sciopero, alle manifestazioni, e le nuove norme sulla sicurezza e sarà ancor di più stringente nel periodo del Giubileo. La soppressione liberticida di alcune prerogative delle “democrazie borghesi”, la fomentazione artificiale del razzismo, xenofobia e islamofobia che alimenta i movimenti di natura fascista, come spesso accaduto già nella storia, non può destare alcuna sorpresa essendo che essa è solo una delle “forme della dittatura della borghesia”.

Guerra al terrorismo” o conflitto inter-imperialista per la spartizione del Medio Oriente?

Queste misure girano tutte intorno alla doppia logica: sempre più guerra, sempre meno diritti democratici. La crisi del capitalismo a livello globale, da un lato ha condotto ad un offensiva interna ai vari Stati delle borghesie contro i diritti sociali della classe lavoratrice e i settori popolari, dall’altro sta rimescolando i rapporti di forza a livello internazionale tra le potenze capitaliste da cui consegue un processo di nuova spartizione del mondo. La Siria è oggi un crocevia fondamentale per tutte le principali potenze capitaliste nella spartizione della tormentata regione del Medio Oriente, dove si trovano quasi la metà delle risorse petrolifere mondiali, il 41% delle riserve di gas. Tutte le grandi potenze imperialiste (USA, UE, Russia ecc.) vogliono controllare o avere posizioni di forza nella regione in modo che i rispettivi monopoli possano impossessarsi delle ricchezze energetiche, e in questo entrano in gioco anche forze e rispettivi alleati regionali (Turchia, Israele, Arabia Saudita, Iran, ecc.) che agiscono anch’essi su propri interessi particolari, nel contesto di una polveriera dove si innesca la fratricida lotta religiosa tra sunniti e sciiti. La guerra d’aggressione in Siria viene dopo il Libano, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia, il Sudan, il Mali, il Centrafrica ecc., decine di interventi imperialisti militari (così come le cosiddette “Primavere Arabe”) che le potenze occidentali (non sempre in modo uniforme) hanno portato avanti in tutti questi anni per ridisegnare in base alle proprie esigenze il Medio Oriente e la regione più ampia del nord e centro dell’Africa.

E’ in questo quadro che si forma il cosiddetto “Stato Islamico” (Daesh o ISIS), braccio armato dell’Arabia Saudita (ferreo alleato degli USA nella regione e protagonista anche nella guerra in Yemen), e supportato dagli USA, dall’UE, dalle altre petromonarchie reazionarie del Golfo come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, e non ultima dalla Turchia, il cui regime guidato dal partito AKP del fascista islamico Recep Tayyp Erdogan ha una lunga e documentata tradizione nel supporto del terrorismo di matrice islamica nella regione, che utilizza per espandere l’influenza turca nella regione. L’élite turca ricava profitti astronomici dall’acquisto del petrolio a buon mercato estratto nei territori occupati dallo Stato Islamico e ha recentemente effettuato, con il supporto della NATO, una grave provocazione al confine turco-siriano abbattendo un caccia della Federazione Russa impegnato in azioni sul territorio siriano, adducendo come scusa un suo sconfinamentov, esacerbando le tensioni tra le potenze imperialiste e aumentando il sempre più serio rischio di un confronto armato diretto tra di esse, che in realtà stanno preparando e testando in modo reciproco.

L’ipocrisia dei mezzi di informazione, o di propaganda, tralascia sistematicamente il fatto che il cosiddetto “Islam Politico” di cui il Daesh non è altro che l’espressione armata è stato sfruttato (se non creato) e sostenuto economicamente dall’imperialismo euro-atlantico e dalle forze reazionarie del mondo arabo sin dagli anni ’80, quando armarono i Talebani per sovvertire il governo Afghano, e in numerosi altri paesi contro i movimenti popolari realmente anti-imperialisti, laici, progressisti e comunisti della regione araba. L’ISIS non è dunque altro che un gruppo di mercenari e “giovani fanatici” (raccattati spesso dall’emarginazione delle periferie capitaliste), prodotto e conseguenza di anni di interventi militari e destabilizzazioni in Medio Oriente, animato dalle forze più retrive ed oscurantiste della regione nell’obiettivo di assicurare ai monopoli europei e statunitensi lo sfruttamento delle immense risorse e delle vie di trasporto nell’area. Il tutto rientra nel piano del Nuovo Medio Oriente (o Grande Medio Oriente), che consiste nel rovesciare governi e frammentare Stati che presentano ostacoli allo sviluppo dei piani dell’imperialismo euro-atlantico, e che si colloca nel quadro della feroce competizione imperialista per il predominio nella regione entrando in conflitto con gli interessi della Russia, la Cina e i suoi alleati regionali.

Quelli che chiamano oggi all’”unità nazionale”, alla difesa dei “valori occidentali”, della “democrazia e libertà” sono gli stessi responsabili dei mali che affliggono la gioventù d’estrazione popolare, i lavoratori e i settori popolari negli stati imperialisti così come dei tormenti dei popoli arabi, dei paesi del Medio e Estremo Oriente, Nord Africa ecc. sottoposti alla devastazione, fame, saccheggio, guerra e all’emigrazione forzata. E’ fondamentale per il movimento di classe rigettare e rompere lo schema che ci vogliono imporre le classi dominanti attraverso l’inganno della propaganda delle forze politiche capitaliste e opportuniste, e dei mass media, per giustificare in nome di una presunta “sicurezza” o “interesse nazionale” tutta una serie di misure e interventi di natura militare funzionali a portare avanti i loro piani che nulla hanno in comune con gli interessi reali dei lavoratori e della gioventù e che mirano in realtà a conquistare condizioni migliori per i profitti dei “nostri” sfruttatori, dentro e fuori i propri confini, approfittando di un proletariato diviso e schiacciato, arricchendosi con la guerra, inculcando i pregiudizi nazionali o religiosi, rafforzando la reazione in tutti i paesi.

Oggi come ieri: l’opportunismo si trasforma in social-sciovinismo

A poco più di un secolo dalla Prima Guerra Mondiale, si ripropone il pericoloso ruolo politico dell’opportunismo, nell’ingannare le masse e la classe lavoratrice al servizio della borghesia. L’esempio più recente proviene proprio dalla Francia, dove il Front de Gauche (membro francese del Partito della Sinistra Europea, di cui fa parte per l’Italia, Rifondazione Comunista) si è accodato alla propria borghesia imperialista votando a favore dello “Stato d’Emergenza” insieme al Front National (FN) e gli altri partiti parlamentari. Nel suo intervento in Parlamento, la senatrice del PCF, Éliane Assassi, ha affermato che “le misure d’urgenza sono pienamente giustificate, gli obiettivi dello stato d’emergenza sono ben definite” mentre il segretario del Parti de Gauche, Mélenchon ha rafforzato il voto chiamando “all’unità della Francia e dei francesi, al di sopra delle classi e delle parti politiche” creando in questo modo il clima ideale per la tolleranza o identificazione dei settori popolari nei confronti dei piani imperialisti portando a termine un percorso opportunista avviato già da diversi decenni. Come ci ricorda Lenin “il contenuto ideologico e politico dell’opportunismo e del socialsciovinismo è identico: la collaborazione delle classi invece della lotta di classe, la rinuncia ai mezzi rivoluzionari di lotta, l’aiuto al “proprio” governo nelle situazioni difficili, invece di utilizzare le sue difficoltà nell’interesse della rivoluzionevi. Allo stesso tempo, l’opportunismo al governo in Grecia, SYRIZA, si allinea alle manovre del blocco imperialistico dell’UE e della NATOvii e incrementa la repressione interna contro il movimento operaio e popolare, quando per decenni si è fatta portavoce nel paese di un generico e astratto “pacifismo” mentre oggi al governo lavora al servizio del miglioramento delle condizioni della “propria” borghesia nel sistema imperialista.

Nella fase imperialistica del capitalismo internazionale, la guerra, così come la reazione, sono elementi “connaturali” del sistema (e lo saranno fino alla sua eliminazione), per questo è determinante smascherare e rifiutare le visioni e costruzioni di tipo “morale” nei confronti sia degli attentati terroristici che degli attuali conflitti militari su scala locale o regionale che coinvolgono sempre di più le principali potenze imperialisteviii, identificandone la sua natura imperialistica e come essi si producano interamente nel campo del capitalismo e delle sue contraddizioni per la ridefinizione delle zone d’influenza, accaparramento delle risorse energetiche e delle rotte di trasporto, dei mercati, posizioni geopolitiche ecc., in cui in base alla propria forza politica, economica e militare, tutte le borghesie coinvolte cercano di ottenere o difendere le loro quote. In questo anche il governo e la borghesia imperialista italiana giocano ovviamente le proprie carte (rivolgendo particolare attenzione alla Libia) in funzione dei propri monopoli, in particolare ENI e Finmeccanica che ha incrementato la sua quotazione in borsa dell’8.2% dopo gli attentati di Parigi, così come i principali produttori di armi a livello globaleix; dimostrazione palese che a guadagnare dalla guerra e dal terrorismo sono le multinazionali e le borghesie ad ogni latitudine, mentre regolano i loro conti, sulla pelle dei popoli. Le varie potenze per nascondere e legittimare i propri obiettivi utilizzano infatti formule e pretesti quali “missioni di pace”, la “lotta per la democrazia”, la “lotta contro il terrorismo”, le “questioni umanitarie” ecc., così come affinano le “mutevoli” alleanze sul campo per condurre i propri piani, guadagnare o difendere posizioni, indebolire l’avversario, sia a livello politico-diplomatico che militare, in cui non c’è spazio alcuno per le aspirazioni dei popoli. Esempio lampante di ciò è la chiamata che giunge da più parti per una “coalizione anti-ISIS” allargata, e le proposte della Francia di collaborazione con la Russia e persino con il governo Assad di cui non ha mai nascosto l’intento di rovesciarlo, così come si rafforza il legame tra la Russia e Israelex. Non bisogna riporre alcuna illusione. Tutte queste manovre si muovono in base alle contraddizioni interne al sistema imperialista, che possono produrre solo o una immediata “guerra imperialista” generalizzata o una “pace imperialista” attraverso un compromesso temporaneoxi che prepara la “guerra imperialista” generalizzata.

Di fronte allo scenario della questione della lotta contro l’ISIS e l’attuale conflitto in Siria, bisogna dunque aver chiaro quali sono gli interessi che muovono tutti gli attori in campo, smascherare le responsabilità e i piani del “nostro” imperialismo e rifiutare di conseguenza la “chiamata” sotto qualunque forma alla difesa dei suoi interessi. Allo stesso tempo, è un ulteriore espressione d’”opportunismo” rivendicare una “lotta per la pace” regolata da forze borghesi e svincolata dalla lotta rivoluzionariaxii nei paesi imperialisti contro ogni borghesia, i suoi governi e il capitalismo, legata alla lotta dei popoli oppressi per la loro emancipazione dall’aggressione imperialista e il fondamentalismo religiosoxiii. Solo questa impostazione può portare ad una lotta conseguente contro l’imperialismo e le sue guerre. E ciò è possibile solo rompendo ogni legame con i settori politici opportunisti che nei contesti di guerra si convertono in social-sciovinisti.

Il socialsciovinismo consiste nel sostenere l’idea della «difesa della patria» nella guerra attuale. Da questa idea deriva, inoltre, la rinuncia alla lotta di classe in tempo di guerra, l’approvazione dei crediti di guerra, ecc. In realtà, i socialsciovinisti conducono una politica borghese antiproletaria, perché in realtà essi sostengono non la «difesa della patria» nel senso di una lotta contro l’oppressione straniera, ma il “diritto” di determinate “grandi” potenze a depredare colonie e opprimere popoli stranieri. I socialsciovinisti rinnovano ai danni del popolo l’inganno borghese, come se la guerra si facesse per la difesa della libertà e per l’esistenza delle nazioni, e passano così dalla parte della borghesia contro il proletariato. Sono da annoverare tra i socialsciovinisti sia coloro che giustificano e mettono in buona luce i governi e la borghesia di uno dei gruppi di potenze belligeranti, sia coloro che, come Kautsky, riconoscono ai socialisti di tutte le potenze belligeranti lo stesso diritto di «difendere la patria»”.xiv

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ii Operante già in Afghanistan, Haiti, Bosnia Erzegovina, Mali e Repubblica Centro-Africana.

iii Già adesso infatti la spesa militare complessiva dei 28 paesi dell’UE è seconda solo agli USA, formata però da eserciti nazionali legati da accordi bilaterali e dall’alleanza atlantica della NATO (di cui fanno parte 21 nazioni su 28).

v Da notare come l’aviazione turca si sia resa protagonista di migliaia di sconfinamenti documentati nello spazio aereo siriano e greco.

vi Lenin, Opere Complete, vol. 21, ed. Riuniti, Roma 1966, “Il socialismo e la guerra”, pag.284.

vii Rafforza i suoi legami con lo stato sionista d’Israele, incrementa la spesa militare, concede nuove basi militari agli USA e mette a disposizioni il proprio territorio e le proprie truppe per la “guerra contro il terrorismo”.

viii E’ notizia di questi giorni che anche la Germania invierà tornado di ricognizione e una nave della marina in Siria e incrementando la presenza militare in Mali passando da 200 a 650 soldati, così come il parlamento inglese ha votato a favore dell’estensione dell’intervento dell’aeronautica britannica dall’Iraq alla Siria.

x In questo quadro di alleanze mutevoli va segnalato infatti come la Russia stringa sempre di più il suo legame con l’alleato storico degli USA nella regione, Israele. Nel “comune interesse della stabilità del Medio Oriente” Israele e Russia hanno concordato un piano per stabilizzare la regione, dove in cambio del proprio sostegno all’azione russa, Israele ha ricevuto garanzie dalla Russia sull’asse Assad – Iran – Hezbollah libanese nemici di Israele e che in questa fase sono alleati della Russia che ha promesso ad Israele di tenere sotto controllo; anche la “questione curda” entra in gioco dove sia la Russia che gli USA cercano di usare a proprio vantaggio; Gli USA stanno cercando di integrare i curdi dell’YPG in Siria (braccio del PKK – ancora tenuto dagli USA nella lista delle organizzazioni terroriste – e nemico di Erdogan alleato degli USA e NATO) sotto l’alleanza con la “coalizione internazionale” a guida USA (a cui partecipa anche l’Italia) che sta addestrando e armando anche i Peschmerga curdi in Iraq.

xi Le potenze coinvolte nel conflitto in Siria potrebbero giungere ad un compromesso politico e diplomatico sulla base dei nuovi rapporti di forza definiti dagli interventi militari in corso, dopo che l’intervento russo ha in questo senso cambiato profondamente i rapporti di forza in campo. Un compromesso che può portare a diversi scenari, quali lo smembramento territoriale della Siria, una diversa spartizione dell’influenza sul paese, un accordo sulla sostituzione di Assad.

xii “Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili. […] Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti”. Lenin, Opere Complete, Vol.21, ed. Riuniti, Roma 1966, Conferenza delle sezioni estere del POSDR, “Il pacifismo e la parola d’ordine della pace” p.145.

xiv Lenin, Opere Complete, vol. 21, ed. Riuniti, Roma 1966, “Il socialismo e la guerra”, pag.280.

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