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Hooligans
Hooligans

Blood, sweat and beer

Il fenomeno degli hooligans (tra passione, violenza e voglia di riscatto) nel film che racconta certezze e illusioni dei ragazzi della curva

* di Ivan Boine

Per un film come questo, intrinseco di sport, non era possibile trovare un regista migliore di Lexi Alexander, che pratica karate e kickboxing a livelli non indifferenti fin da quando era una bambina.
Il film Hooligans (Green Street, 2005) parla di football, guai a chiamarlo soccer, ma soprattutto della vita. Solide illusioni sono la fiamma che dà un senso all’esistenza di Pete Dunham e degli altri membri della GSE, la Green Street Elite, la firm del West Ham United (ispirata alla reale e storica Inter City Firm), che respirano, mangiano e bevono passione calcistica e violenza; solo poche e vuote certezze invece costellano la vita di Matt Buckner, “yankee” espulso ingiustamente da Harvard. Una dicotomia, quella tra solide illusione e vacue certezze, sulla base della quale si sviluppa l’intera vicenda. Una storia di giovani, come noi, che affidano tutto il loro essere a una fede che li porta a pensare e credere in un avvenire che non può essere reale e che si dimostrerà effimero e inesistente. Ed è il finale tragico, la partita più importante e lo scontro più importante tra firm rivali, che riporterà i personaggi a riappropriarsi della realtà: una realtà beffarda e che fa male, come un intervento a gamba tesa da dietro. Un finale che mostrerà il vero campo da calcio: la vita.
Il rispetto è uno dei valori illusori che anima la storia messa in scena nel film. Non bastano certamente né una recensione né una pellicola per rappresentare l’integrità dei valori, dei sentimenti e delle storie personali che hanno animato il fenomeno hooligan. Non basta questa vicenda, questa narrazione della quotidianità di un gruppo di ragazzi che cercano di riscattarsi. E se per i ragazzi della curva il riscatto è il ritorno della GSE alla gloria e alla fama dei tempi di ‘the Major’, per Matt è il ritrovamento di un suo posto nel mondo, lontano dalla falsità di Harvard e non più all’ombra di suo padre. Sono ragazzi che trascorrono una vita da duri, da veri uomini. Ma la pellicola va oltre, va al di là del titolo. Tratta di umanità, dell’illusione, qualunque essa sia, dentro cui molti vivono, di una falso riscatto sociale nei confronti di un falso nemico. “Hooligans (Green Street)” è un film sincero, molto più complesso e articolato di quanto potrebbe sembrare a un primo impatto, contenendo una serie di riferimenti meta testuali mai banali.

Blood, sweat and beer. Il fenomeno degli hooligans, tipico del calcio nordeuropeo e leggermente differente (soprattutto sul piano organizzativo) da quello degli ultras dell’Europa meridionale, è perfettamente descrivibile con queste tre parole: blood, letteralmente “sangue” ma inteso come “anima”, sweat, sudore, and beer, birra. Gli hooligans (teppisti) si sono organizzati per trent’anni in gruppi detti firm, le quali firm si davano battaglia con scontri cruenti che necessitavano spesso dell’intervento della polizia. Era l’altro aspetto del calcio inglese e britannico, mentre nel campo i beniamini dei tifosi giocavano il calcio più fisico del mondo, nelle strade le firms si scontravano per il rispetto e la fama.
Si tratta però di una lotta sbagliata condotta contro un nemico sbagliato. Negli scontri tra firms si è manifestata la rabbia della working class, la classe operaia, e delle subculture sorte oltre Manica in quegli anni, in primis skinhead, le quali erano a loro volta di matrice prettamente popolare. Gli hooligans hanno vissuto in un momento storico tutt’altro che agiato per la classe lavoratrice britannica: il partito che avrebbe dovuto rappresentarla, il Labour Party, che tradotto letteralmente vorrebbe dire “partito operaio”, attuava politiche sempre più antipopolari fino al compromesso con i Liberal Democratici sotto il governo Callaghan, terminato nel ’79; da quell’anno prese residenza a Downing Street la conservatrice e liberista Margaret Thatcher la quale mise in ginocchio la classe proletaria. Proprio l’Iron Lady varò i provvedimenti per limitare gli hooligans, tuttavia li fermò in un modo totalmente diverso da quanto si potebbe immaginare, cioè non con la giustizia: con le privatizzazioni. L’affidamento ai privati dei grandi settori statali e del mondo del calcio, impoverì la working class a tal punto che il tifo divenne quasi un’esclusiva del ceto borghese. È da sottolineare come molte firms fossero caratterizzate da elementi tipici delle destre sociali: un marcato razzismo e un’estrema xenofobia, culminanti spesso in attacchi nei confronti delle proprietà di Indiani e Pakistani, che dagli anni ’70 arrivarono massicciamente nel Regno Unito; non bisogna dimenticare poi che tutto il fenomeno hooligan è caratterizzato dal maschilismo, cosa in cui differisce dal mondo ultras. Come oggi, il malcontento sociale era un bacino fertile per ideali di estrema destra. La firm del Millwall, i Bushwackers, era legata infatti agli ambienti neofascisti che nel 1982 diedero vita al British National Party..

Dall’aprile 2015, il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, ha riaffermato ciò che aveva sostenuto fortemente fin dalla sua elezione nel 2013: di voler utilizzare le misure thatcheriane, che avevano “fermato” gli hooligans, per eliminare la violenza nei nostri stadi. È noto tuttavia che il pugno di ferro nell’ambito del tifo calcistico non ha portato sempre i risultati sperati (ricordiamo la tragedia di Hillsborough, nella quale 96 tifosi in trasferta del Liverpool morirono perché schiacciati contro le nuove barriere fatte erigere dalla Thatcher per restringere e “sorvegliare” i tifosi ospiti). Bisogna precisare che il Daspo (acronimo di Divieto di accedere alle manifestazioni sportive) non è altro che l’inserimento nella giustizia sportiva italiana della prima parte del Public Order Act dell’86. È forse inutile nominare tutti i provvedimenti anti-hooligans dei governi Thatcher, Major e Blair, ma è necessario esprimere perplessità riguardo ad alcuni di essi. Nel 1989 Scotland Yard istituì un reparto di polizia specializzato nell’individuazione e nell’arresto degli hooligans, o presunti tali, e del loro trasferimento nelle celle sotto gli stadi (National Crime Intelligence Service Football Unit). Le celle sottostanti gli impianti (erette soprattutto a partire dall’89) hanno negli anni suscitato polemiche sul rispetto dei diritti umani ma hanno contemporaneamente aumentato la fiducia verso questo metodo repressivo. Il modello inglese, inaugurato dalla Thatcher e portato avanti dai suoi successori, è basato sul controllo totale dell’evento sportivo: sofisticati sistemi di telecamere e un servizio avanzato di intelligence mirano all’individuazione dei sospetti, mentre forze ordinarie di polizia presidiano l’esterno degli stadi e accompagnano i grossi gruppi di tifosi ospiti. Questo sistema, soprattutto grazie agli emendamenti degli ultimi anni, è divenuto più libero (diminuzione dell’80% delle forze di polizia), tuttavia ha rappresentato per anni un modello repressivo che non ha soppresso il fenomeno hooligan, anzi, ha portato maggior violenza da parte delle firms anche nei confronti delle autorità: il pugno di ferro ha mascherato il fattore che di fatto ha distrutto gli hooligans assieme al tifo popolare, ovvero la privatizzazione del football.

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