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Lunga fila di disoccupati davanti ai centri per l'impiego in Grecia
Lunga fila di disoccupati davanti ai centri per l'impiego in Grecia

Diritti civili: si, ma per chi?

* di Pierpaolo Mosaico

Le ultime vicende greche stanno aprendo le porte ad una discussione doverosa per il movimento operaio che si estende oltre i confini ellenici, quella sul rapporto tra diritti civili e diritti sociali. Il 23 dicembre, il Parlamento Greco ha approvato una legge che riconosce giuridicamente le unioni civili tra persone dello stesso sesso con 193 sì, 56 no e 51 astenuti. La legge non riguarda la legalizzazione del matrimonio omosessuale, ma regola i patti di convivenza. Non riconosce quindi nè l’adozione nè l’affido del figlio di un compagno in caso di divorzio. In più, secondo alcuni attivisti del movimento lgbt greco, non garantisce gli stessi diritti delle coppie etero relativi alla reversibilità della pensione, alla tassazione e all’assistenza sanitaria1. Questa nuova misura approvata dal governo è un piccolo passo in avanti, è ingiusto infatti che ad una coppia di fatto venga negata la possibilità di riconoscimento da parte dell’ordinamento giuridico dello Stato in cui vive.

Per questo non ci permetteremmo mai di affermare che sia una questione di poco conto. Come comunisti ci battiamo e continueremo a batterci per tutte le discriminazioni sociali del sistema capitalista, utili a mantenere intatto questo modello produttivo confondendo le masse popolari circa i propri sfruttatori. Quello che vogliamo obiettare è altro e si tratta dell’atteggiamento di chi a sinistra sta avendo un’eccessiva fascinazione nei confronti di questo provvedimento, come se si volesse donare, almeno al di fuori della Grecia, una nuova verginità politica all’esecutivo ellenico. Eccessiva fascinazione perché è di questo che si tratta se si crede che un diritto sancito solo sulla carta, non generato da una condizione materiale che lo permetta, sia reale. Innanzitutto è bene introdurre la questione all’interno della società in cui va a svilupparsi ovvero una società divisa in classi. Basta questa ovvia, ma appannata , constatazione per far crollare la retorica dell’uguaglianza davanti a misure del genere e bollarla come fasulla.

Di quale uguaglianza si sta parlando? E per chi?

Una coppia gay che abita in un bell’attico situato in centro, con tanto di piscina ed inserviente, non è assolutamente uguale rispetto ad un’altra che vive in quartiere popolare. La prima magari è titolare di una grande azienda e le è riconosciuta la fama, successo, tutele derivanti dal cospicuo conto in banca; i componenti della seconda probabilmente sono ancora in cerca di lavoro, è difficile per i gay proletari avere infatti un’occupazione stabile.

La vita nella classe abbiente della prima coppia è spesso materiale per i giornali di gossip; nella seconda osteggiare troppo il proprio orientamento sessuale significa essere trattati con diffidenza, subire discriminazioni, se non addirittura aggressioni fisiche o verbali. Gli studi degli ultimi vent’anni in ambito sociale rilevano come, specialmente con l’acutizzarsi della crisi economica, sono i lavoratori gay e le lavoratrici lesbiche a subire più discriminazioni sul posto di lavoro.2 Si va dalla maggiore difficoltà per ottenere un colloquio alla retribuzione salariale più bassa; dalle aggressioni fisiche e verbali al mobbing, fino al licenziamento. È chiaro che la questione dei diritti di genere è una questione di classe e come tale va considerata. Chi marcia nella direzione opposta, che lo faccia consapevolmente o meno non è importante, serve su un piatto d’argento a chi è responsabile dello sfruttamento dei lavoratori (siano etero od omosessuali ) la possibilità di continuare nei suoi affari indisturbato.

E questo è quello che accade quando si colora d’arcobaleno il Capitale, non intaccando minimamente i rapporti di forza all’interno della società tra sfruttatore e sfruttati. Quando gli si cerca di strappare i diritti che, in realtà, concede senza correre alcun pericolo. Questo è quello che si fa nei confronti del governo Tsipras, dipingendolo come governo popolare per aver permesso alle coppie dello stesso sesso di essere riconosciute.

Governo che poi dimostra tutta la sua natura “popolare” tramite i manganelli delle sue forze di polizia utilizzati contro gli scioperi dei lavoratori, tramite gli arresti dei sindacalisti non concertativi, tramite i licenziamenti di massa da parte di padroni che hanno ottenuto importanti settori grazie alle privatizzazioni. Non bastano le briciole per ridare la verginità politica ad un governo che ha ingannato le masse popolari greche circa i loro interessi e che poi è finito per fare quello dei monopòli europei e statunitensi accettando di rimanere all’interno dell’Unione Europea, dell’Euro e della Nato. Seguendo, quindi, la scia degli esecutivi precedenti, facendo pagare ai lavoratori le spese di una crisi di cui al contrario sono responsabili i grandi gruppi industriali e bancari. Questo significa che per un progetto di trasformazione radicale della società è necessario occuparsi esclusivamente delle lotte per il miglioramento dello condizioni delle masse popolari, escludendo i diritti delle altre minoranze al suo interno? Assolutamente no! Al contrario, significa far marciare al seguito delle rivendicazioni sociali anche le rivendicazioni civili, all’interno della grande e strenua lotta verso il socialismo, così da tenere sempre bene in mente chi è il nemico che si ha di fronte e abbattere definitivamente questo sistema che genera sfruttamento e discriminazione sociale.

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1http://www.reuters.com/article/us-greece-rights-vote-idUSKBN0U52HK20151223

2http://www.unar.it/unar/portal/wp-content/uploads/2013/11/n.-4-DisOrientamenti-C.-D-Ippoliti-e-A.Schuster.pdf

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