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Davvero la crisi è finita?

* di Francesco Meschino

Ultimamente si sentono sempre più sproloqui riguardo una presunta “ripresa” dell’economia internazionale, c’è già chi grida la fine della tempesta, chi dice che ormai il peggio è passato. Eppure i dati più recenti, che a breve andremo ad analizzare nel dettaglio, mostrano soltanto lievi incrementi in determinati settori della produzione, mentre il resto rimane bloccato sul binario morto della speculazione. Bisogna riconoscere che le borghesie le hanno provate tutte pur di rimettere in modo i meccanismi inceppati del capitalismo, anche a costo di far finire sul lastrico decine di milioni di lavoratori, di aumentare lo sfruttamento e decurtare i salari a chi un lavoro ancora lo mantiene, di condannare le future generazioni a una vita di precariato e instabilità.

Ovviamente – la macchina economica funziona cosi – s’investe nella produzione solo se ci sono sicure prospettive di guadagno, solo cioè se è possibile valorizzare il capitale inizialmente investito. Se tali prospettive non ci sono, i capitali si spostano dalla produzione per cercare sbocchi, più sicuri e remunerativi, nella speculazione finanziaria: si assiste dunque ai fenomeni che conosciamo fin troppo bene, cioè alla fuga dei capitali dall’economia reale e alla conseguente crescita ipertrofica del settore finanziario, che diviene abnorme, slegato da qualsiasi base produttiva e sempre più instabile. E’ esattamente ciò che è successo nella crisi che tuttora stiamo vivendo: la caduta dei saggi di profitto, generalizzata in tutti i paesi avanzati, a partire dagli anni ’70-’80, ha innescato una serie di reazioni da parte del capitale al fine di salvaguardare i propri guadagni, tra cui l’aumento dello sfruttamento e la compressione dei salari, la distruzione dei diritti dei lavoratori e lo smantellamento dello stato sociale, le deregolamentazioni in ogni settore (paradigmatica l’abolizione del principio di separazione bancaria, nei primi anni ’90, con la successiva crescita di giganteschi conglomerati bancari), lo sviluppo del commercio globale e dell’esportazione di capitale, la finanziarizzazione dell’economia. Nel complesso dunque tutte le contraddizioni intrinseche di questo sistema economico, in ogni caso sempre presenti e operative anche nelle fasi di crescita, durante i periodi di crisi vengono amplificate e ingigantite. I capitali in crisi hanno gonfiato il settore finanziario (il cui ammontare totale oggi è stimato oltre nove volte il Pil globale) e alimentato pericolose bolle speculative, tra cui quella dei mutui subprime del 2008, che esplodendo hanno travolto il resto dell’economia, già barcollante, e prodotto le conseguenze che tutti conosciamo. Basti solo sapere che tra 2010 e 2013, le multinazionali americane, europee e giapponesi hanno investito in attività finanziarie 1,5 volte ciò che hanno investito nella produzione (1).

C’è da dire che il rischio sistemico, cioè il rischio che il fallimento e/o l’insolvenza di uno o più intermediari finanziari, sufficientemente interconnessi al sistema nella sua totalità, causi fenomeni generalizzati, tra cui il ritiro dei depositi, e inneschi una serie di reazioni catena di fallimenti, tali da determinare una vera e propria pandemia globale, è uguale o addirittura superiore a quello registrato nel 2008, anno d’inizio della crisi (2). La prossima crisi dunque sarà sicuramente peggiore dell’ultima, e non è questione di se potrà verificarsi, ma di quando, dato che i presupposti ci sono tutti. I meccanismi di accumulazione, privi di regole e altamente rischiosi, sono gli stessi, gli enti finanziari sono sempre più interconnessi e interdipendenti gli uni dagli altri, le banche “too big to fail” (conglomerati bancari talmente grandi che il loro fallimento trascinerebbe nel baratro l’intero sistema economico) sono pienamente immerse in quello che, più che un mercato, sembra una roulette russa. E sono i lavoratori ad avere la pistola puntata alla tempia, di certo non i banchieri.

A giochi fatti dunque, cosa può convincere i capitali a tornare nei settori produttivi e ad abbandonare la speculazione? Semplice, risponderebbero in coro tutti i capitalisti e il codazzo dei loro soliti lacchè, agevolare i capitali attraverso pesanti incentivi pubblici e adeguate facilitazioni normative, affinché tornino ad essere il motore propulsore dell’economia. Ed è in questo senso che si stanno muovendo le politiche monetarie di tutte le principali economie mondiali (USA, Europa e Giappone in primis). Anzitutto le Banche Centrali hanno cominciato ad aiutare il settore finanziario in pesante crisi di liquidità, ripianando i suoi bilanci, acquisendo i suoi debiti ed eliminando i “titoli tossici” prodotti dalla finanza stessa. Dunque hanno abbassato i tassi d’interesse in maniera drastica, al fine di riattivare i canali di credito che, a loro volta, avrebbero dovuto finanziare a cascata l’intero sistema produttivo, riattivando la crescita. Infine hanno acquisito grandi quantità di titoli pubblici, con lo scopo di immettere liquidità ulteriore e con la speranza di contenere ancora di più i tassi d’interesse (il cosiddetto quantitative easing). La Federal Reserve (Banca Centrale USA) negli ultimi anni ha immesso nel mercato finanziario, con queste tre mosse, oltre 3500 miliardi di dollari (3), la BCE circa 1100 miliardi (4). Il tutto ovviamente a spese del contribuente, e, in effetti, i debiti pubblici hanno subito un’impennata: negli Stati Uniti ad esempio hanno toccato il 102% del PIL nel 2014, a partire dal 72% del 2008, con un rialzo assoluto del 76% (5). Il disposto di queste tre azioni, che nei piani dovevano far riprendere l’economia dall’attuale stato di torpore, è stato assai deludente. Buona parte di queste iniezioni di liquidità anzi, hanno inciso in minima parte nei settori produttivi, e sono andate ad alimentare ulteriori speculazioni, di certo più remunerative.

In effetti, dati alla mano, per il terzo anno di fila la Banca Mondiale ha tagliato le stime di crescita dell’economia internazionale: nel rapporto “Global Economic Prospects. Spillovers amid weak growth” l’istituto prevede un lieve aumento del Pil globale nel 2016 del 2,9%, lo 0,4% in meno ai calcoli iniziali (6). La dinamica del commercio globale resta assai modesta, con un aumento del 2,0% nel 2015 (la metà delle stime iniziali). Andando poi a dare uno sguardo più da vicino ai dati nazionali, pare che le economie dei paesi avanzati stiano riscontrando una crescita assai contenuta, di certo non paragonabile al terreno perso negli anni più violenti di questa crisi. Le economie emergenti rimangono invece instabili ed esposte ad alti rischi, in un quadro complessivamente debole. In particolare, nel terzo trimestre del 2015 l’attività economica segna lievi accelerazioni negli Stati Uniti (2,0%), in Giappone (1,0%) e nel Regno Unito (1,8%). Le prospettive per il 2016 sono già state riviste al ribasso. Quanto all’Eurozona, la crescita resta particolarmente fragile, con un modestissimo aumento dello 0,3% nel terzo trimestre del 2015 (0,3% in Francia e Germania, 0,2% in Italia). In tutti i paesi avanzati, nel 2015, l’inflazione si mantiene su livelli estremamente bassi (0,5% negli Stati Uniti, 0,3% in Giappone e 0,1% nel Regno Unito), mentre risulta elevata negli emergenti (15% in Russia e 10,5% in Brasile), con eccezione della Cina (1,5%). Nella zona Euro, il quadro inflattivo resta assai debole e al di sotto delle aspettative, 0,2% nel dicembre scorso (7), nonostante le enormi iniezioni di liquidità della BCE.

Perché dunque, dopo le pesanti politiche di austerity, dopo il violentissimo assalto ai diritti dei lavoratori e la decurtazione dei loro salari, dopo il pareggio bilancio e i devastanti tagli allo stato sociale, dopo che colossali quantità di capitale finanziario sono state letteralmente regalate alle banche, la macchina produttiva stenta a riprendersi? In verità la svalorizzazione del costo della forza lavoro e dei mezzi di produzione non ha ancora raggiunto un livello tale da garantire un’adeguata profittabilità del capitale, l’unico elemento capace di rilanciare gli investimenti e dunque la crescita. Fino a quel momento le economie dei vari paesi si manterranno, nella più positiva delle ipotesi, in uno stato di pesante stagnazione. E i costi per le classi lavoratrici diverranno sempre più insostenibili. Uno scenario che, per citare l’espressione utilizzata dall’ex presidente della Federal Reserve Lawrence Summers, somiglia sempre più ad una stagnazione secolare (8), ma che per chi conosce le teorie marxiste, rappresenta il normale spiegamento delle contraddizioni del sistema capitalistico.

E quando questo processo di svalorizzazione avrà raggiunto il punto giusto tale da innescare nuovi processi di accumulazione, si tratterà comunque di una fase di crescita tutta all’interno dei vincoli del sistema capitalistico, che porterà in grembo tutti i presupposti per l’esplosione di nuove violentissime crisi. In ogni caso, come dicono molti analisti, ci vorranno almeno vent’anni per riparare i danni fatti a partire dal 2008, e nel frattempo, la macelleria sociale cui assistiamo ogni giorno continuerà, sempre più violenta, per giustificare l’avidità di pochi. Tutto ciò ci dimostra che il capitalismo ha fatto il suo tempo, che le sue caratteristiche sono nient’altro che catene per lo sviluppo equo e sostenibile delle forze produttive. Oggi più che mai è necessario uscire dal sistema del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è necessario che le classi lavoratrici si approprino dei mezzi di produzione, per fondare un nuovo modo di produrre e distribuire la ricchezza, un sistema che assicuri alla società tutti i suoi reali bisogni, che garantisca a ogni essere umano lavoro, dignità e sicurezza.

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NOTE & RIFERIMENTI
1-http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-12-03/l-economia-divorata-finanza-speculativa-081406.shtml?uuid=AC3rgFmB

2-http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GECON-01-170614.html

3-http://www.bloombergview.com/quicktake/federal-reserve-quantitative-easing-tape

4-http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-01-22/bce-conferma-tassi-005percento-attesa-le-parole-draghi-

5-http://www.wallstreetitalia.com/senza-limiti-debito-usa-lievita-di-altri-674-miliardi-in-novembre/

6-http://www.milanofinanza.it/news/la-banca-mondiale-taglia-le-stime-di-crescita-globale-per-il-2016-201601071031576526

7-http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bollettino-economico/2016-1/boleco_1_2016.pdf

8-http://larrysummers.com/2015/12/22/my-views-and-the-feds-views-on-secular-stagnation/

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