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Rio 2016: l’altra faccia delle Olimpiadi

* di Antonio Viteritti

Il 5 agosto i XXXI Giochi Olimpici dell’Età Moderna a Rio de Janeiro si sono aperti con una pomposa cerimonia, ma né le cerimonie né le medaglie possono nascondere la vera faccia di queste Olimpiadi e del Paese che le ospita. Il Brasile ospita le Olimpiadi nonostante si trovi in un periodo di piena recessione economica e conflitti sociali, tanto da non poter pagare stipendi e pensioni e da dover dichiarare la “calamità pubblica” per trovare i fondi per permettere alle imprese private, che hanno gli appalti, di poter ultimare le strutture (non certo per pagare gli stipendi arretrati). Infatti, mentre il governo Federale si è sforzato per trovare i soldi con cui portare a termine i lavori in vista dell’evento mondiale, sono state annunciate misure molto dure, per sopperire alla crisi economica e all’enorme costo dei Giochi, che naturalmente andranno a svantaggio dei ceti popolari.

I Giochi sono costati al Brasile circa 11,4 miliardi di euro (tagliati a istruzione, sanità, previdenza sociale, ecc.), il 51% in più del budget previsto, ma il paese negli ultimi anni ha ospitato anche la Confederation’s Cup nel 2013 e il Mondiale di Calcio nel 2014, tutti eventi con costi elevatissimi e strutture fatiscenti, molte delle quali abbandonate poco dopo (come lo stadio di Brasilia, costato 556 milioni di dollari e ora riconvertito in costosissima rimessa per pullman!). Oltre all’enorme costo, per realizzare queste strutture sono state distrutte intere favelas, gettando per strada migliaia di persone che già vivevano nella miseria più totale. Naturalmente tutti questi soldi si sarebbero potuti utilizzare per migliorare le condizioni del popolo brasiliano, buona parte del quale vive in condizioni economiche e sanitarie pessime, ma si preferisce aumentare la repressione (la polizia negli ultimi anni ha ucciso più di 2500 persone), e investire nelle Olimpiadi per far guadagnare e speculare banche e imprese.

Il Brasile fino a qualche anno fa era in piena crescita economica, ma dal 2013 il paese vive una grande crisi, la peggiore della sua storia, a causa del crollo del prezzo del petrolio; le Olimpiadi però sono un’occasione troppo ghiotta per le grandi imprese che ne traggono profitto, con la conseguenza che il governo brasiliano preferisce tagliare sullo stato sociale, noncurante delle proteste dei ceti popolari. La domanda vera è chi ci guadagna da queste olimpiadi: il popolo brasiliano o una ristretta minoranza di esso? Un primo dato è che il 73% dei fondi destinati ai Giochi è stato intascato da aziende private. Oltre ai fondi, le imprese edili private che avevano l’appalto per la costruzione e la gestione del villaggio olimpico alla fine dei giochi speravano di poter riconvertire gli appartamenti degli atleti in abitazioni da rivendere, ma su 3600 di queste solo 200 sono state vendute, lasciando i lavoratori senza stipendio e non potendo ultimare quindi le infrastrutture se non con l’arrivo di altri fondi statali. Qualcosa di simile è avvenuto anche per la nuova linea della metro. Diversi laghi, da anni sede di scarico abusivo di rifiuti, avrebbero dovuto essere depurati per essere poi utilizzati durante i Giochi, ma solo una minima parte di essi è stato bonificato, nonostante i 450 milioni di dollari stanziati e già intascati dalle ditte private.

Da questi dati emerge una visione differente da quella che i media e lo stesso Governo brasiliano vogliono dare. Non esistono ragioni “patriottiche” per cui i lavoratori brasiliani dovrebbero difendere le ragioni della propria borghesia nazionale e sostenerla nella sua competizione con altri settori della borghesia transnazionale. La realtà è che anche all’interno del paese si acuisce il conflitto fra le classi: da un lato la maggior parte del popolo brasiliano che ritiene che le Olimpiadi non porteranno benefici al paese e che vede i propri diritti gradualmente abbattuti a causa della crisi e delle misure adottate dai governi degli ultimi anni, dall’altro le élites che si stanno arricchendo speculando su questo evento mondiale a discapito dei lavoratori.

In tutto ciò lo sport è l’ultima ruota del carro in queste Olimpiadi, anche solo per la natura intrinseca del sistema capitalista, nel quale la possibilità di praticare degli sport, sia a livello amatoriale che agonistico, diventa una questione di classe, poiché non tutti i giovani sono messi nelle condizioni di poter praticare uno sport indipendentemente dalla loro condizione economica. L’esempio lampante è proprio quello del Brasile, che ha stanziato 190 milioni di euro in borse di studio per atleti legate ai risultati conseguiti, senza però permettere a tutti di praticare sport, che dunque diventa appannaggio solo delle classi più ricche.

Al di là dei risultati sportivi e dei risultati organizzativi, queste Olimpiadi stanno mettendo ancora una volta in luce le enormi disparità di classe presenti in Brasile, che i governi del PT hanno tentato di nascondere ed attenuare con politiche volte alla conciliazione di classe, che sono fallite allo scoppio della crisi e hanno portato recentemente alla momentanea destituzione della presidentessa Dilma Rousseff, frutto di contraddizioni interne alla borghesia brasiliana (per approfondire: http://www.senzatregua.it/la-lotta-della-gioventu-comunista-brasiliana-per-un-opposizione-di-classe-allimpeachment/). È evidente a tutti che i Giochi sono stati un’ottima occasione di profitto per banche ed imprese, che ne sono i veri vincitori, grazie agli incassi miliardari ottenuti con questo evento, aggravando la crisi che pesa sul popolo brasiliano e i conflitti sociali già in corso nel paese.

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