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Intervista a studentessa in alternanza: «Dovremmo essere pagati per il nostro lavoro»

È passato un anno dall’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria sia nei licei che negli istituti tecnici e professionali. In occasione dell’inizio di un nuovo anno scolastico, abbiamo intervistato una studentessa di Torino che frequenta un istituto professionale per i servizi socio-sanitari, chiedendole di raccontarci la sua esperienza.

Descrivici la tua esperienza di alternanza: quali erano le tue mansioni? Dove hai svolto questa esperienza e per quanto tempo? Che orari dovevi rispettare?

Ho fatto alternanza in un asilo della mia zona, a Torino. La giornata lavorativa avrebbe dovuto essere di sette ore, infatti avremmo dovuto lavorare dalle 8.30 fino alle 16.30 con una pausa dalle 12.10 fino alle 13.00. Questa però si riduceva sempre, per esempio ci facevano staccare alle 12.30 e il rientro era sempre alla stessa ora. Gli orari erano molto flessibili. Inizialmente sono stata molto con i bambini, poi però hanno iniziato a farmi pulire la biblioteca o i banchi, lavare per terra… insomma tutto quello che serviva sul momento.

Pensi che questa esperienza sia stata coerente col tuo percorso di studi?

Più o meno. Faccio un socio-sanitario, quindi mi insegnano anche a prendermi cura dei bambini. Invece durante l’alternanza svolgevo più quei lavori che servivano sul momento piuttosto che guardare i piccoli e capire come comportarmi con loro. Non trovo corretto che vada a fare un tirocinio in una determinata struttura e mi ritrovi a compiere lavori che non c’entrano nulla con quello che studio. E quando stavo con i bambini, molto spesso venivo lasciata completamente da sola ad accudirli. Le mansioni che abbiamo svolto non sono state assolutamente guidate salvo in casi sporadici. In generale, comunque, avendo fatto alternanza a giugno, essendo terminate quasi tutte le attività, ci venivano assegnati dei compiti diversi giorno per giorno.

Sembra quasi che abbiano impiegato gli studenti in alternanza come “tuttofare”…

Esatto. Io ho avuto la sensazione di essere stata usata per compiti che non erano adeguati né alla mia età né a quello per cui io sono andata in quell’asilo. Sono stata interi pomeriggi a spolverare libri e scaffali o a temperare vasche di matite. Mi sono trovata a fare tutto quello che serviva sul momento proprio perché la struttura era sotto organico; ci hanno proprio detto: «manca personale, quindi dovete aiutarci».

Quindi, da quello che ci racconti, hai lavorato in tutto e per tutto come una normale lavoratrice? Se così fosse, non ti sembra ingiusto che tu abbia lavorato gratuitamente?

Guarda, quest’estate ho lavorato più di 110 ore in totale. E comunque sono state ore di fatica, nessuno di noi è rimasto fermo a non fare nulla. Io penso che sarebbe non solo giusto ma doveroso percepire una retribuzione, seppure minima. Perché comunque spendi energie e tempo per tutto questo. Una paga, anche se non completa come quella di un normale lavoratore, sarebbe il minimo.

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