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L’incubo dell’inattività fra i giovani “Neet” italiani

*di Ignazio Terrana

«L’Italia è tra i paesi più avanzati con la più bassa incidenza di laureati sulla popolazione». Così esordisce un recente studio condotto da Bankitalia sull’università italiana, riguardante il forte calo delle immatricolazioni registrato negli ultimi anni nel nostro paese. Dallo studio sorge evidente che l’università non costituisce ormai da tempo, agli occhi delle famiglie italiane, un valido “investimento” da affrontare per il futuro dei propri figli: solamente il 43,3 percento dei ragazzi fra i 18 e i 20 anni si immatricola, con 2 punti percentuali in meno per il Mezzogiorno. I giovani italiani non vedono più nell’università un mezzo utile per potersi costruire un avvenire stabile; d’altra parte, è chiaro che gli studi universitari sono sempre più inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Libri di testo costosissimi, tasse sempre più elevate, spese insostenibili per gli studenti fuori sede, borse di studio insufficienti (uno su cinque ne usufruisce) rendono la formazione universitaria riservata a un élite, e non più qualcosa di massa, come lo poteva essere – con i dovuti limiti –  quarant’anni fa.

Va anche considerato che le divisioni di classe fra i giovani sono evidenti già a partire dalla scuola superiore. L’Italia è un paese in cui il divario fra scuole “di serie A” e scuole “di serie B” – accentuato dalla Buona Scuola di Renzi – è altissimo; con il modello dell’autonomia scolastica, sempre più scuole che avrebbero bisogno di sostegno da parte dello Stato vengono abbandonate a loro stesse, con il risultato che il 17,7% degli studenti non conclude gli studi superiori.

È in questo quadro che in Italia cresce il fenomeno dei Neet, che sta per Not (engaged) in Education, Employment or Training, dunque i giovani che non studiano e non lavorano. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, infatti, nello Stivale la percentuale si attesta al 27%, con dati secondi solo alla Turchia. Ci sono svariati fattori da considerare in merito alla questione, primo fra tutti la composizione sociale dei giovani che rientrano nella statistica. La maggior parte dei Neet, infatti, appartiene alla classe operaia e al ceto medio impoverito: sono ragazzi che non possono vedersi garantita un’istruzione, e che si trovano allo stesso tempo colpiti dalla forte ondata di disoccupazione che il nostro paese sta vivendo in questo momento. Anche quando viene trovato un impiego, si tratta di contratti a tempo determinato – con cui spesso si lavora solo poche settimane – o, peggio ancora, in nero. Il risultato è che i giovani italiani appartenenti alle classi popolari, che spesso non possono studiare, sono catapultati in una spirale di precarietà e disoccupazione da cui è molto difficile uscire, se non impossibile, soprattutto alla luce della nuova riforma del lavoro, il Jobs Act.

Il fenomeno dei Neet non può essere ridotto alla semplice contingenza della crisi. La responsabilità di tutto ciò è delle politiche dei governi di centrodestra e di centrosinistra che si sono susseguiti, che, avendo messo in atto misure antipopolari sotto la direzione dell’Unione Europea, hanno consegnato ai giovani delle classi popolari un futuro all’insegna della precarietà. I Neet, infatti, sono uno dei tanti risultati dell’attacco che le forze politiche attualmente in gioco, senza distinzioni di sorta, stanno conducendo nei confronti dei lavoratori e degli studenti. Se si precarizza il lavoro, se si rende l’università sempre più inaccessibile, cosa c’è da sorprendersi se aumenta il numero dei giovani che non lavorano e non studiano? Dinanzi a un attacco di questo tipo, non c’è altra strada percorribile se non un contrattacco da parte di chi, oggi, si vede negato il diritto allo studio e il diritto al lavoro, cioè il diritto a un futuro stabile e dignitoso.

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