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Il disarmo nucleare e lo scontro fra imperialismi

*di Lorenzo Scala

Lo scorso ottobre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con un largo margine di maggioranza una risoluzione che vede nel marzo 2017 la data di inizio di negoziati internazionali volti al raggiungimento di un Trattato per la messa al bando definitivamente le armi nucleari. In un mondo che continua ad ospitare circa 15.000 armamenti atomici e dopo oltre vent’anni di stallo nelle trattative per la denuclearizzazione globale, si tratta di un provvedimento di capitale importanza, un altro piccolo passo verso la liberazione dell’umanità dalla minaccia distruttiva ed aberrante della guerra non convenzionale. Le modalità attraverso cui si è giunti alla ratifica della risoluzione però ci portano inevitabilmente ad alcune importanti riflessioni.

Non stupisce certo che i 123 paesi ad aver votato la risoluzione rappresentino nella quasi totalità continenti che ben conoscono l’effetto nefasto di guerre imperialiste e di sfruttamento. America Latina, Africa e una certa parte dell’Asia non hanno esitato a dare la propria disponibilità per la progressiva abrogazione di uno dei tanti aspetti che per troppo tempo hanno permesso innanzitutto al mondo “democratico” di ricattare e soggiogare popoli in condizioni materialmente sfavorevoli. Nella stessa occasione, dei nove Stati dotati di arsenali atomici, l’unico a dirsi favorevole alle trattative per il disarmo è stata la Corea del Nord. Questo potrebbe rendere perplesso chi è abituato alla narrativa degli “stati canaglia”, ma in realtà c’è una piena continuità con la posizione da sempre assunta dalla Corea del Nord, secondo la quale sarebbe necessaria e doverosa una denuclearizzazione di tutte le parti chiamate in causa. A guardare più a fondo, la Corea Popolare è stata, così come Cuba, coerente con la politica che da sempre i paesi socialisti hanno tenuto, nell’interesse della pace mondiale, rispetto alla questione delle armi di distruzione di massa. Ricordiamo in primis l’importante esempio dell’Unione Sovietica, che si impegnò – al contrario degli Stati Uniti – a non utilizzare mai per prima bombe nucleari e a promuovere il bando progressivo di tutte le sperimentazioni ed i test di queste ultime, nonostante fosse comunque costretta dalla politica ostile del blocco capitalistico a sviluppare un proprio programma di armamento.

Non si può invece non notare come delle 38 nazioni aventi votato contrariamente alla risoluzione siano presenti tutte quelle facenti parte della NATO a parte i Paesi Bassi, astenutisi. Perfino la Serbia e la Bosnia ed Erzegovina, per le quali a breve inizierà il processo di adesione al Patto Atlantico, si sono dovute allineare sulle posizioni di quest’ultimo. Gli Stati Uniti e i paesi europei dell’UE raccolti nella NATO si sono da sempre sottratti alla giurisdizione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. Il cosiddetto “nuclear sharing”, un sistema regolante i meccanismi interni alla NATO, prevede infatti la possibilità che i paesi non nucleari dell’Alleanza possano “beneficiare” della protezione non convenzionale degli altri stati membri che invece di armamenti nucleari ne sono ben provvisti, ovvero gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. Nei fatti, tutto ciò si traduce nella presenza di decine e decine di armi di distruzione di massa statunitensi in paesi come l’Italia che, da molti anni, hanno preso l’impegno istituzionale e teoricamente vincolante di non dotarsi mai e poi mai di armi atomiche. La retorica imperialista dei paesi occidentali giustificò a suo tempo queste misure definendole “necessarie” per proteggere “il mondo libero” dalla minaccia sovietica, ma ancora nel 2013 gli Stati Uniti destinavano oltre 11 miliardi di dollari per prolungare lo stato operativo della maggior parte dei propri arsenali stanziati in Europa, risalenti appunto alla Guerra Fredda. L’Italia, espressasi anch’essa votando contro la risoluzione delle Nazioni Unite sopracitata, non è assolutamente un’eccezione. Il nostro Paese ospita il numero più alto di bombe nucleari statunitensi in Europa. Ve ne sarebbero all’incirca una settantina: venti nella base nordamericana di Ghedi, presso Brescia, altre cinquanta nel bunker Usa di Aviano, in Friuli. Inquieta poi che la stessa Aeronautica Militare italiana abbia la possibilità di sganciare personalmente tali ordigni, essendo dotata degli aerei da combattimento F-16, potenziali vettori. Al di fuori della NATO, ad essersi opposti alla risoluzione ONU sono stati anche Israele, Corea del Sud e Giappone, con quest’ultimo che ancora una volta ignora volontariamente e per interessi imperialistici la tragica memoria di Hiroshima e Nagasaki. Altra menzione d’onore è per la Federazione Russa, contraria, ed è indicativo poi come molti dei paesi gravitanti nella sfera di influenza economico-finanziaria del capitale monopolistico russo – leggasi Unione Eurasiatica – abbiano deciso di astenersi: Bielorussia, Armenia, Kirghizistan, Uzbekistan.

In base a quanto detto, è lecito dubitare dell’effettiva fattualità di una denuclearizzazione globale in un contesto internazionale come quello odierno, caratterizzato dallo scontro fra imperialismi aventi la necessità strutturale di dividersi i mercati e le risorse mondiali fra di loro attraverso trattative, compromessi e, se necessario, con la guerra. È estremamente improbabile che si giunga a degli accordi giuridicamente vincolanti che riescano a distogliere i monopoli dalla propria sete di profitto, e non saranno certo le pressioni dell’Assemblea Generale dell’ONU a segnare la fine delle politiche sfruttatrici delle forze antipopolari del nostro pianeta. Piuttosto, è importante che la gioventù del mondo capisca quanto questi temi siano strettamente legati all’attuale strategia di impoverimento sociale e ideologico portata avanti da ogni singola classe dirigente capitalistica, in modo tale che la lotta per un avvenire migliore diventi a sua volta interdipendente con la lotta per la pace, contro l’imperialismo.

 

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