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Torino, la carica della polizia e il rischio di farci l’abitudine

Non si fa che parlare di quanto avvenuto ieri sera a Torino, e per ragioni più che comprensibili. Non è ancora di ordinaria amministrazione che un’ordinanza anti-movida venga fatta rispettare a colpi di manganello e con l’intervento di un reparto della polizia in tenuta antisommossa. Ma tant’è, e ieri sera a Torino è avvenuto esattamente questo.

In Piazza Santa Giulia arrivano decine di “celerini” con scudi e manganelli. La cosa desta una certa confusione, e all’inizio non è chiaro se siano effettivamente lì per far rispettare la cosiddetta ordinanza “antivetro”, che vieta la vendita di alcoolici in bottiglia dopo le ore 20:00 (senza vietare la vendita di alcoolici in bicchieri di plastica: misura che, più che per ragioni di sicurezza, sembra volta a favorire i proprietari dei bar).

La presenza della polizia in antisommossa genera malcontento e, dopo una serie di presunte provocazioni, parte la violenta carica che lascia dietro di sé tavoli e sedie distrutti. È una carica di estrema violenza, cosa che emerge da tutti i video. La folla viene spinta per cento metri verso una catena che delimitava la piazza e che ha fatto da “effetto transenna”, col rischio che alcuni restassero schiacciati. Numerosi gli anziani e i bambini coinvolti nella carica. Decisamente una reazione sopra le righe, rispetto a quella che dovrebbe essere una gestione razionale dell’ordine pubblico, che ha costretto persino il Sindaco M5S, Chiara Appendino, ad esprimersi criticamente nei confronti della Questura.

A far riflettere è proprio la natura spropositata e indiscriminata della carica rispetto a ciò che stava realmente avvenendo, nulla che di fatto costituisse una minaccia del cosiddetto “ordine pubblico” tale da giustificare una reazione del genere. E nonostante ciò, è sotto gli occhi di tutti il tentativo di alcuni media di costruire un’opinione pubblica favorevole a tutto questo. E il rischio è che l’operazione riesca.

Da tempo avvengono in Italia episodi che vedono le forze dell’ordine agire decisamente sopra le righe, che vengono sempre più accettati dall’opinione pubblica, che viene progressivamente “abituata” all’idea che interventi di questo tipo siano “normali” o addirittura necessari, spesso appellandosi a una retorica securitaria ben lontana dalla realtà. È il caso, ad esempio, dell’intervento della polizia all’Università di Bologna, qualche mese fa: indipendentemente da come andarono i fatti, mai fu accettato con tanta leggerezza, o addirittura approvato con tanta facilità, l’intervento delle forze dell’ordine all’interno di locali universitari.

È appropriata la metafora “rana bollita”, cioè la rana che alla fine muore cotta continuando a nuotare nel pentolone d’acqua fredda messo sul fuoco, mentre invece sarebbe saltata fuori se fosse stata buttata nell’acqua bollente. Come quella rana, il rischio che corriamo dinanzi ad episodi come questo, che continuano a ripetersi, è quello di farci l’abitudine. Di non saper più riconoscere la repressione politica, quando ce la troveremo davanti, e finire per considerare normale anche quella.

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