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Davvero ci sono troppi medici? Il numero chiuso e la sanità pubblica

*di Luca Paolucci, studente di medicina

Domani ci saranno i test di ingresso a Medicina. Le Università italiane accetteranno 9100 studenti di medicina e 908 di odontoiatria, per le professioni sanitarie saranno invece circa 16.000 coloro che potranno cominciare gli studi. Come accade quasi costantemente ogni anno, i posti sono diminuiti (-124) mentre i candidati sono aumentati (66.907, +4.000 rispetto allo scorso anno): praticamente quest’anno verrà ammesso circa il 15% degli studenti, mentre i restanti 57.000 avranno contribuito, con la tassa di accesso alla prova, a riempire un po’ le casse degli atenei. Il numero chiuso nella facoltà di medicina viene giustificato molto spesso con l’assunto per cui in Italia esisterebbero troppi medici. Ma è davvero così?

Andiamo con ordine: come è risaputo il numero chiuso nasce nel 1999 con la legge  264/99 durante il governo D’Alema, ad opera del ministro dell’università e della ricerca scientifica Ortensio Zecchino. Cosa meno nota è che questa legge rappresentò un adeguamento da parte del governo italiano alla normativa 93/16/CEE, emanata 6 anni prima dalla Comunità Economica Europea (CEE).  Tale normativa legiferava in merito alle modalità di formazione degli studenti europei di Medicina e Chirurgia, e di come i loro titoli dovessero essere equiparati nei vari paesi membri. Questo era il suo incipit: “DIRETTIVA 93/16/CEE DEL CONSIGLIO del 5 aprile 1993 intesa ad agevolare la libera circolazione dei medici e il reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli”.

Con questa disposizione, la futura Unione Europea di fatto richiedeva che i paesi membri attuassero tutte le procedure volte a favorire la circolazione dei medici e consecutivamente limitarne la formazione di nuovi, avendo virtualmente ampliato il loro bacino di prelievo a tutto il suolo europeo. L’unica declinazione possibile per questa disposizione fu l’introduzione nei vari paesi del numero chiuso e della selezione all’ingresso (con modalità variabili a seconda dei casi). Questa è una logica non specifica, ma che anzi si riflette in moltissime differenti professioni. L’ampliamento del mercato del lavoro e la libera circolazione della manodopera sulla totalità del suolo europeo rappresentano uno dei principali meccanismi di regolazione dei livelli salariali dei lavoratori, i quali mettono in competizione la propria forza lavoro con quella di altre milioni di persone. Questa del numero chiuso è stata una formulazione molto selettiva di un unico piano ultra-liberista dei grandi monopoli europei, che riguarda ogni categoria.

Ancora oggi la cantilena che ci viene ripetuta è la stessa del 1999: non tutti possono fare il medico. Una banalità ripetuta come se in questo paese esista un accumulo di professionisti della sanità da digerire. Come se la nostra generazione avesse avuto la maledetta sfortuna di formarsi in un periodo in cui non c’è più bisogni di dottori, perché ci bastano quelli che abbiamo. La ripetizione di questa tesi farebbe supporre l’esistenza di una forma di programmazione nazionale che regoli gli accessi alle facoltà di medicina e delle professioni sanitarie valutando annualmente le effettive necessità del Servizio Sanitario Nazionale. Ma tutto questo non esiste.

La stessa legge che introdusse il numero chiuso riporta quali devono essere gli indicatori che regolino la quantità di studenti ammissibili, e sono tre: a) numero di posti nelle aule; b) numero di tirocini e attività obbligatorie previste dall’ordinamento; c) capacità organizzative degli atenei. Non si parla di programmazione sanitaria, non si parla di ricambio generazionale dei medici o degli infermieri. Si parla esclusivamente della capacità del MIUR di assorbire gli studenti nelle strutture; un discorso ugualmente irricevibile, perché al contrario si dovrebbe parlare di investimenti e ampiamenti strutturali laddove necessari.  Ma a smentire questo fantomatico accumulo di dottori sono i numeri reali.

Secondo lo studio della FP CGIL dell’ottobre scorso, in Italia nel 2004 vi erano 115.206 medici, di cui il 17,4% con più di 55 anni. Dopo 10 anni, nel 2014, i medici erano 112.742 con un calo di circa 3.000 unità. Oltre all’effettivo calo dei medici, quello che colpisce è il dato dell’età: al 2014 il 48,9% è over55. Quello che sta succedendo è che l’immissione da parte delle università di nuovi medici non copre quelli che stanno andando in pensione, generando un saldo negativo e l’invecchiamento medio della popolazione sanitaria. Questo trend tra l’altro è in aumento: come mostra un recente studio ANAOO attualmente ogni anno si perdono almeno 800 medici. Sono le branche principali che soffrono maggiormente, con in cima Pediatri e Medici di Base, seguiti da Anestesisti, Internisti e Cardiologi, ovvero coloro che hanno la pletora più ampia di pazienti nel nostro paese.

Questi sono dati che nella grande maggioranza dei casi provengono dalla ragioneria di Stato, e quindi sono noti sia al MIUR che al Ministero della Sanità. È sempre più evidente che allora lo scopo del numero chiuso non è garantire il giusto apporto di medici e infermieri nei nostri ospedali, ma sembra piuttosto votato alla riduzione dei professionisti della salute, nell’ottica più ampia di privatizzare e svendere il Sistema Sanitario Nazionale. Sono ancora le cifre a dimostrarcelo: se si prende il dato relativo a tutti i dipendenti dell’SSN (quindi infermieri, osa, amministrativi etc.) la situazione è identica: siamo passati da 685.732 a 663.789 lavoratori in dieci anni, con un calo di ben 22mila unità, e al loro interno gli over 55 sono aumentati dal 13,4% al 31,3%.

Quello che emerge da questi dati è che la sanità pubblica è sotto attacco e che il numero chiuso così come implementato è uno strumento coerente, sicuramente non l’unico, di politiche volte a regalare la salute dei cittadini al business dei privati. La privatizzazione crescente del sistema sanitario, che passa anche attraverso la dequalificazione della sanità pubblica, è volontà esplicita di tutti i governi degli ultimi decenni e ha le proprie radici nelle direttive della stessa Unione Europea. Per questa ragione la lotta contro il numero chiuso oggi è sì una lotta per il diritto allo studio, contro un’università sempre più inaccessibile a chi non può permettersela, in cui la selezione di classe viene giustificata con lo slogan del “merito”. Ma è anche una lotta in difesa della sanità pubblica, cioè per la difesa di un diritto inalienabile, che è quello alla salute.

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