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Tasse sempre più alte nell’università-azienda: il caso della Federico II

L’università italiana è oggetto da anni di un attacco organizzato e strutturato, alla stregua di quanto accade in eguale maniera nelle scuole, nella sanità e nel mondo del lavoro, volto a distruggere il diritto all’istruzione. Il combinato disposto di tagli ai finanziamenti e autonomia finanziaria degli atenei rappresenta lo strumento con il quale questo attacco viene portato avanti. Quello che sta accadendo alla Federico II di Napoli è l’ennesima dimostrazione che l’Università italiana è oramai una vera e propria azienda da gestire, con utili da generare e perdite da riparare. Le contribuzioni studentesche sono una voce imprescindibile dei bilanci di ogni Ateneo del paese e senza di esse tutto il sistema formativo superiore collasserebbe sotto la mancanza di finanziamenti. Alla Federico II è partito da quest’anno un nuovo sistema di tassazione che potrebbe rappresentare l’apripista per molte università, soprattutto nel sud Italia dove i problemi di bilancio sono all’ordine del giorno. Due tassazioni contemporanee, il criterio per accedere ad una piuttosto che l’altra? Il merito. Ma procediamo con ordine.

L’estate scorsa il rettore dell’Ateneo napoletano Gaetano Manfredi aveva annunciato una nuova grande riforma della tassazione. Il motivo era un buco di 12 milioni creatosi quell’anno nel bilancio dell’Università. Tale deficit aveva principalmente due origini: una riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario destinato all’ateneo (FFO) da parte del MIUR e l’entrata in vigore della nuova legge sulla “no tax area” per i redditi sotto ai 13.000 euro. Alla base della gestione del bilancio per l’università-azienda vi è un criterio cardine e imprescindibile per legge: il pareggio di bilancio. Quel buco, in un modo o nell’altro andava coperto. La scelta adottata dall’amministrazione davanti a ciò è stata quella di rivolgersi dunque a chi l’università da anni la sostiene con le proprie tasche: gli studenti e le loro famiglie.

Nella principale università di Napoli studiano più di 80.000 ragazzi, di questi il 60% si trova in fasce ISEE inferiori ai 30.000 euro. È una condizione estremamente comune negli atenei del Sud, che rispecchiano da questo punto di vista le caratteristiche economiche di un Paese spaccato a metà. Per questi studenti pagarsi un corso di laurea è un’impresa titanica, che li costringe spessissimo a dover lavorare durante il percorso. Verso questi studenti l’ateneo è sempre stato impietoso, applicando aliquote di tassazione elevatissime, ma con questo nuovo anno si è raggiunto un livello che sembrava impensabile. Da quest’anno a Napoli ci sono due tipologie di studenti: quelli a tassazione “Agevolata” e quelli a tassazione “Ordinaria”. Non bisogna farsi illudere dalle diciture però: tassa agevolata vuol dire fondamentalmente pagare quanto si pagava l’anno precedente o con poche variazioni significative, solo che adesso quelle rate te le devi “meritare”. Dal secondo anno in poi gli studenti devono maturare almeno 25 crediti entro agosto (10 dal primo), se non raggiungono questo limite scattano gli aumenti e la tassazione “ordinaria”. Si parte con un incremento del 25%, per arrivare anche a pagare il 400% in più di tasse. Facciamo alcuni esempi. Uno studente con fascia reddituale ISEE di 19.000 euro l’anno scorso pagava circa 500 euro di contribuzione (molto alta rispetto anche alla media nazionale), quest’anno riceve un piccolo sconto e pagherà 420 euro. Se detto studente esce fuori corso e non matura i 25 crediti del proprio anno di iscrizione entro l’agosto precedente, l’anno successivo lo stesso studente con la stessa fascia contributiva pagherà 1080 euro, quasi il triplo. Si arriva anche ad eccessi più ridicoli di questo però. Studenti inclusi nella “no tax area” con ISEE di 13.000 euro possono ritrovarsi a passare dal non pagare il contributo a dover versare 690 euro all’Ateneo, quasi l’8% del proprio reddito familiare (a cui poi dobbiamo aggiungere più di 200 euro di tassa regionale per il diritto allo studio).

A Napoli si sono fatti i conti in tasca, e li hanno fatti bene. Quello che l’amministrazione dell’ateneo ha fatto è stato studiare la propria popolazione di studenti ed elaborare una strategia che permettesse di tirare fuori da essa il massimo possibile in termine di tasse e contribuzioni.

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Qui nel grafico abbiamo riportato tre indicatori: uno attinente alla tassazione del 2016 (in celeste) e due riferiti ai due modelli di tassazione correnti, ovvero ordinaria (viola) e agevolata (verde). Concentriamoci sulla linea verde. Il primo elemento da notare è la presenza della “no tax area”, imposta da quest’anno per legge. Il secondo elemento da notare è la morfologia della curva. Tecnicamente si tratta di una “S italica”, una morfologia di curva che comincia con una pendenza vicina allo zero (zona della “no tax area”), accumula pendenza nella zona centrale e ritorna ad una pendenza vicina a zero nel tratto finale. La pendenza geometrica qui corrisponde alla progressività della tassazione, cioè quanto varia la tassazione rispetto ad un certo scaglione ISEE. Qui scopriamo un elemento fondamentale: la progressività delle tasse è tutta concentrata sui redditi compresi fra i 13000 e i 39000 euro. In questo range piccole variazione della fascia ISEE portano a significative variazioni nella contribuzione. Per capire: a Napoli con 21.000 euro di ISEE si pagano 560 euro di tasse e con 23.000 euro di ISEE ne paghi 700, un incremento del 28% per soli 2000 euro di differenza. Completamente diverso è il discorso per la zona terminale della curva. Qui dove la pendenza non c’è, grandi variazione della fascia reddituale non portano ad uguali incrementi nella tassazione: per la fascia sui 41.000 euro si pagano 1810 euro di tasse, quella sui 55.000 (la massima riconosciuta dall’ateneo) ne paga 2040. L’incremento per questi redditi è solo del 8,28% nonostante ben 14.000 euro di differenza. Questa non è una peculiarità della Federico II, ma rappresenta il principale modello di tassazione per tutti gli atenei del paese. Vi è un motivo preciso per il quale le università italiane adottano questo sistema e sta nel fatto che in media almeno il 50% degli studenti italiani sono concentrati proprio in quella porzione compresa fra i 13.000 e i 40.000 euro di reddito ISEE. Rappresentando quella porzione della curva almeno la metà del totale degli iscritti, e lì che gli atenei devono necessariamente concentrare al massimo la progressività della tassazione per prendere il massimo possibile di contribuzione. Per il resto degli studenti questo discorso non può essere applicato invece: se infatti a sinistra della curva abbiamo i redditi sotto ai 13.000 euro che non sono tassabili (a meno che non finiscano fuori corso ovviamente), a destra interviene un altro fattore, cioè l’elemento di concorrenzialità con gli atenei privati. In Italia su circa 1,5 milioni di studenti, quasi 100.000 frequentano atenei privati. Se l’università pubblica imponesse la stessa progressività che impone per i redditi compresi fra i 13.000 e i 40.000 euro anche a quelli superiori, perderebbe ogni concorrenzialità nei confronti delle istituzioni private e vedrebbe un esodo (in buona parte già presente) dei figli delle famiglie più ricche dai propri corsi. Questo sistema svela dietro al mantra di progressività tutta la propria ipocrisia: l’università italiana in questo momento è sostenuta completamente dagli studenti con reddito medio-basso. Avere un reddito ISEE di 30.000 euro vuol dire fondamentalmente essere figli di due lavoratori dipendenti con un proprio nucleo famigliare, che vivono le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie italiane: disoccupazione, precarietà, salari da fame. Però devono anche sostenere l’istruzione pubblica.

Abbiamo già spiegato come questo modello di tassazione esista in ogni Università di Italia, ma a Napoli hanno fatto un passo ulteriore; passiamo alla linea viola della tassazione ordinaria. Già accennati i criteri con cui vi si può finire, dobbiamo notare un aspetto fondamentale qui: è identica morfologicamente all’altra curva. Potrebbe sembrare normale, invece questo aspetto nasconde una dialettica mostruosa. Il differenziale fra le due curve è praticamente costante, in media si tratta di 600 euro. Cosa vuol dire: se io ho 19.000 euro di reddito ISEE in agevolato pago 420, in ordinario 1080, se io ne ho 51.000 ne pago in agevolato 1980 e in ordinario 2455. Non importa quanto sia il tuo reddito, se vai fuori corso e non maturi i crediti necessari pagherai circa 600 euro in più. Quei 600 euro pesano poco su un ISEE di 50.000 e passa euro, ma su uno di 19.000 vuol dire di fatto obbligare il ragazzo ad abbandonare gli studi. E’ la nuova dialettica del merito che diventa mannaia per i ceti popolari che provano a frequentare l’università, la nuova università di classe che si modella sugli interessi di pochi e diviene per pochi.

Un fantomatico merito diventa il grimaldello con cui l’amministrazione partenopea riesce ad imporre la nuova tassazione, si tratta di una presa in giro verso la comunità studentesca. Quella del merito è una dialettica pericolosa all’università che impone arbitrariamente un metro di bilancio trasversale che si scarica esclusivamente sui ceti popolari. Gli studenti universitari non sono tutti uguali, non hanno tutti le stesse opportunità e ovviamente non hanno tutti lo stesso rendimento. Quel 60% di studenti della Federico II con reddito ISEE sotto ai 30.000 è fatto di fuori sede a nero che spesso non arrivano a pagarsi nemmeno una camera singola, di studenti che non possono permettersi libri di testo troppo cari, di studenti che dopo i corsi vanno a lavorare, privi di contratto e di tutele, per potersi pagare l’università.  In Italia quasi la metà degli studenti esce fuori corso durante il proprio percorso, e questi ragazzi rappresentano la maggioranza di loro. Pretendere da loro un rendimento analogo a chi ha la fortuna di permettersi agevolmente di studiare è sbagliato, minacciarli con rincari delle tasse del 400% è criminale. La volontà strategica di eliminare i ceti popolari dall’accesso agli studi superiori è presente in tutti gli atenei del paese, a Napoli ha trovato una nuova declinazione.

Nelle università italiane gli studenti e le loro contribuzioni costituiscono spesso più di un quinto del totale dei finanziamenti a disposizione, centinaia di milioni di euro negli atenei più grandi. Tasse, caro libri, caro affitti sono alcuni degli elementi che hanno causato il crollo delle immatricolazioni degli ultimi dieci anni, ma non sono gli unici. Tuttora i principali determinanti riconosciuti che destinano un ragazzo a frequentare gli studi superiori o meno sono due: il reddito famigliare di provenienza e la scuola frequentata. Statisticamente si può predire da questi fattori quali diplomati si iscriveranno all’università, quali la porteranno a termine e quali invece proveranno a trovarsi da subito un lavoro. Più il reddito familiare è basso più sarà probabile che il ragazzo non frequenti un liceo e non si iscriva all’università. E’ un elemento presente in tutto il paese trasversalmente, e ancora più forte nel sud Italia. Per tanti figli della classe operaia e dei ceti popolari l’università è inaccessibile, spesso anche la sola idea di dover avere a carico per altri 5 anni un ragazzo senza stipendio è un limite sufficiente a costringerlo a trovarsi immediatamente un lavoro.

Credere che si possano utilizzare mezze misure per risolvere la questione universitaria è sbagliato. Questo di Napoli è l’ennesimo esempio che riforme arrangiate alla bene e meglio come la “no tax area” non sono la soluzione del problema. L’autonomia finanziaria delle istituzioni universitarie ha sancito, ormai da 30 anni, per legge che gli atenei possono e devono gestire i propri bilanci in piena libertà senza dover rendicontare a nessuno, tantomeno agli studenti, come e dove vanno a prendersi i soldi. Era ampiamente prevedibile che si sarebbero rivalsi sul resto della popolazione studentesca dei mancati introiti, ed appellarsi al “buon senso” delle amministrazioni universitarie è un eccesso di fiducia che non ci si può in alcun modo permettere. Si potrà dire che del senno del poi sono piene le fosse, ma tutto ciò era già accaduto due anni fa. Quando nel 2015 la riforma dell’ISEE inserì i redditi esenti IRPEF nel calcolo degli scaglioni rendendo tutti gli studenti fantomaticamente più ricchi, la risposta del governo e della maggior parte delle associazioni studentesche fu quella di dire che le università avrebbero autonomamente ribassato le aliquote delle tasse per permettere agli iscritti di recuperare una parte dei propri soldi rispetto agli incrementi che quella riforma aveva generato. Inutile ricordare che ciò fu fatto in pochissimi atenei i quali dopo due anni sono tornati nella maggior parte dei casi alle aliquote precedenti; gli studenti e le loro famiglie tuttora pagano lo scotto di quella riforma antipopolare. Avere la speranza che gli atenei non trovino ulteriori modi per rifarsi sugli studenti degli introiti che sono venuti a mancare tramite la “no tax area” è ugualmente errato. Il problema non può essere affrontato e tantomeno risolto in questo modo. Non basta la “no tax area” attuale e non basterebbe nemmeno una sua eventuale estensione. Il problema sistematico delle università italiane è legato alla loro autonomia, alla loro libertà in materia di ordinamenti, di didattica e di gestione economica. L’autonomia universitaria ha permesso che a Napoli potessero partorire un modello tassativo del genere, ha reso in tutto il paese le università delle aziende che come tali devono essere gestite da rettori e CdA di natura manageriale. Da qui dobbiamo partire, perché lì è il nemico dei milioni di ragazzi delle classi popolari che l’università non la possono frequentare o che la frequentano a costo di enormi sacrifici. Le tasse universitarie non vanno modulate ma vanno abolite, l’istruzione deve essere interamente a carico dello Stato e della fiscalità generale senza misure intermedie. Devono essere costruite residenze per gli studenti, e non permettere ancora che un manipolo di locatori immobiliari speculino nelle città universitarie del paese sulla pelle dei fuori sede. Va abolito il sistema editoriale accademico che gonfia i prezzi dei libri facendo pagare cifre improponibili per libri spesso di qualità discutibile, i testi devono essere disponibili a chiunque. Vanno abolite le istituzioni universitarie private, che concorrono con le pubbliche e mandano in crisi il sistema didattico spingendo verso la creazione di laureati di serie A contro laureati di serie B. La libertà degli atenei di gestire autonomamente la propria didattica e la propria economia va abolita: le università devono essere funzionali solo alle necessità del paese e dei ragazzi che vi studiano, e non a quelle di speculatori, padroni e grandi imprese che vogliono un’istruzione sempre più per pochi e dei lavoratori sempre più sfruttati.

*a cura della Commissione università del Fronte della Gioventù Comunista (FGC)

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