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A Bologna sequestrati dalla Finanza migliaia di libri fotocopiati: le conseguenze dell’università di classe e del caro-libri in Italia

di Lorenzo Soli

Nella giornata di ieri la Guardia di Finanza ha proceduto a controlli a tappeto nelle copisterie raggrupate nella zona universitaria del centro di Bologna, operando poi un maxisequestro di volumi che venivano riprodotti integralmente (43’327 in totale, sia in formato cartaceo che digitale), oltre a 10 pendrive, 4 pc e altro materiale, come ad esempio un telecomando che serviva per la disattivazione di unità di memoria, cancellando così le tracce dei testi digitalizzati. Questi libri venivano poi venduti alla metà o meno del prezzo di copertina. Ma per la legislazione sui diritti d’autore non è possibile fotocopiare che il 15 % al massimo di un dato volume. In questa situazione, otto persone sono state denunciate per la violazione delle leggi sul copyright, con il rischio concreto di vedere il proprio esercizio terminato con un provvedimento di forza.

Quello che è successo si è svolto in una delle principali città universitarie del paese. Basterebbe fare una passeggiata nelle vie della zona universitaria per osservare con mano l’elevato numero delle copisterie, che hanno come principali clienti le migliaia di studenti che affollano la città. Ma in sostanza questo è un discorso che può riguardare tutte le università italiane e la questione generale del reperimento dei libri di testo occorenti per sostenere gli esami. Non dovrebbe suscitare sorpresa che a fronte del caro-libri, che si va ad aggiungere a tutte le altre spese universitarie (dal costo dei trasporti alle tasse modulate sull’attuale sistema fraudolento di calcolo dell’ISEE, dagli esosi affitti per i fuori sede a tutte le altre spese quotidiane), innumerevoli studenti ricerchino per altre vie volumi che altrimenti non riuscirebbero a reperire, se non pagati a prezzo di copertina, venendo con ciò a rappresentare una spesa assolutamente insostenibile per chi non è in grado di permetterseli. Almeno per quanto riguarda Bologna, non è azzardato sostenere che probabilmente la metà degli studenti non si procura i libri se non tramite il sistema della digitalizzazione e della fotocopiatura illegale, quando ciò sia possibile naturalmente.

Secono alcune stime, il costo annuale dei libri nelle università pubbliche (anche se è difficile stabilire una media, in quanto ci possono essere forti variazioni da facoltà a facoltà) è di circa 500 euro per testa. Inziative come il riutilizzo di testi usati non bastano mai a coprire le esigenze degli studenti in entrata. A ciò si aggiunge il fatto che le biblioteche di riferimento delle varie facoltà sono spesso sprovviste del materiale occorrente, a causa della mancanza di fondi, mentre gli atenei (per la stessa ragione) non provvedono a mettere a disposizione risorse digitali adeguate.

Il riassunto di tutto ciò è che l’università (e la questione del caro-libro non è che uno degli innumerevoli tasselli del mosaico, che però è particolarmente sentito sulla pelle dagli studenti) ha oggi una strutturazione che impedisce l’accesso a sempre maggiori schiere di studenti provenienti dalle classi popolari. Alle barriere che fanno di questa università di classe solo un privilegio per chi si può permettere tutte le spese e che ha visto un grande calo delle immatricolazioni negli ultimi anni, oltre al mantenimento di una costante ed elevata dispersione universitaria (cioè di studenti che non riescono a completare gli studi, in gran parte dei casi non per scelta personale ma per esigenze economiche: basti pensare ai costi di maggiorazione per i fuori corso, che spesso coincidono con gli studenti-lavoratori), si unisce una situazione di tagli sistematici che, con il disimpegno dello Stato dal finanziamento e dal controllo delle università pubbliche con il consolidamento del sistema dell’autonomia, le ha prostituite e messe ad uso e consumo di interessi privati e per servire un sistema economico e sociale che ha come solo fine la valorizzazione del capitale e non i veri interessi e le esigenze della società tutta.

Il caro-libri è quindi questione allo stesso tempo particolare e generale, e non basta, a nostro avviso, prendere le difese del modello grazie al quale fino ad adesso gli studenti sono potuti campare, rivolgendosi alle copisterie per provvedere ai propri bisogni immediati. Difendere i negozianti che sono parte essi stessi del problema e che guadagnano sulle spalle degli studenti non è davvero la strada da battere. Il problema sta alla radice, sta nel modello universitario stesso, sta nella truffa operata dai  monopoli editoriali che si procurano un affare garantito di miliardi ogni anno, operando un prelevamento forzoso sulle famiglie su cui ricade tutto il costo delle spese di studio.

Va notato, infatti, che il mercato librario per la fornitura dei testi universitari è un mercato tutto particolare. Si tratta di testi con una tiratura generalmente bassa, specie se si tratta di materiale altamente specialistico. Gli enormi prezzi raggiunti da questi testi non sono semplicemente dovuti ad una fantomatica (e spesso assente) qualità intrinseca delle opere, ma dal fatto che esse vengano vendute all’interno di un mercato drogato. L’editoria accademica è l’unica editoria dove l’autore ha un contatto diretto con gli acquirenti, ad ogni docente (o gruppo di docenti) corrisponde un bacino di studenti che corrisponde simultaneamente sia ai suoi allievi che a coloro che acquisteranno i suoi testi. L’esistenza di questo bacino costante di compratori è ciò che permette una risalita incontrollata dei prezzi delle singole opere. Non è un caso che, ad ogni anno che passa, nei programmi dei corsi vengano spesso richiesti questi testi nella loro versione più aggiornata (spesso scritti o curati dagli stessi docenti che tengono il corso), pena la non agibilità al sostegno degli esami. Ogni edizione nuova può essere praticamente uguale alla precedente oppure differirne in qualche punto, ma la sostanza è che rappresenta un affare garantito e ghiotto su cui le case editrici riescono ad operare un sovrapprezzo in virtù del carattere monopolistico della loro situazione, per quanto gli studenti cerchino di svincolarsi da questa logica. Non serve una grande mente per capire che questi interessi monopolistici sono un vero e proprio furto parassitario sulle spalle degli studenti e che, anche se i docenti spesso negano qualsiasi coinvolgimento con le case editrici, qualche volta dovrà pur arrivare loro qualche bel “bonus” per il ligio servizio reso.

Sia chiaro che qui non si sta facendo una critica del diritto di autore o della paternità intellettuale di una determinata opera ma è la critica di come questo diritto diventi il grimaldello per difendere gli interessi di interi settori del capitale contro le classi poplari. Mentre da un lato l’accesso alla cultura è precluso ad enormi fette della popolazione, allo stesso tempo si utilizza questa egemonia sulla produzione culturale per far passare l’ ideologia dominante, specie se consideriamo i testi delle materie umanistiche, contro tutte le idee che rappresentano una minaccia alla sua stessa esistenza. Un aspetto, questo, dell’asservimento alle esigenze del capitale, che vale   anche per le facoltà scientifiche, soprattutto in quei corsi dove più definita è la prospettiva del livello d’inserimento degli studenti nel processo del lavoro produttivo, essendo finalizzati alla formazione dei futuri quadri e dirigenti.

In ogni caso, tutto quanto è stato detto rappresenta un argomento che dovrebbe spingere sempre più studenti, interessati realmente al futuro dell’università e della propria formazione, a moblitarsi per cambiare realmente le cose.

Come rivendicazione immediata non ci può che essere la richiesta che le biblioteche di riferimento siano fornite di tutti i volumi da programma nei corsi occorrenti per sostenere gli esami (normali o fotocopiati o digitalizzati che siano poco importa), in numero sufficiente affinché possano essere reperiti da tutti gli studenti senza restrizione e da dare in comodato . La quantità non può che essere calcolata in base alle tendenze di iscrizione dei vari corsi. È compito dell’università e dello Stato creare un sistema di supporto editoriale adeguato. È necessario inoltre che l’intero sistema bibliotecario delle università venga ammodernato, rifornito di un adeguato numero di volumi per tutte le materie. Non è difficile trovare in varie facoltà in giro per l’Italia, biblioteche con scaffali vuoti e con materiale scadente, specie se parliamo degli atenei più isolati e senza fondi.

Ancora meglio sarebbe la fornitura agli studenti, a titolo assolutamente gratuito e senza obbligo di resistuzione, di tutti i libri essenziali dei corsi di studio e occorrenti per sostenre gli esami.

Non è una visione utopistica, ma ha a che fare con determinate scelte di capitoli di spesa e l’esclusione di altri che tutti i governi fino ad oggi hanno operato. Non è un caso che il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca sia stato, negli ultimi anni, quello che ha subito, in proporzione, i maggiori tagli al bilancio, operati sotto i dettami dell’UE, mentre nello stesso tempo si deviavano i fondi verso il pagamento del debito, per il salvataggio delle banche, per le spese militari ecc.

Ma contro l’università di classe la lotta deve necessariamente prospettare quella soluzione che sola può garantire l’accesso di tutti gli studenti alle facoltà univesitarie e a seconda dell’effettivo merito e che possa realmente porre l’università al servizio della società. In un sistema socialista agli studenti verrebbero garanititi i libri di testo (che non fanno capo a nessun monopolio editoriale privato), i trasporti, l’accesso alle attività ricreative e in particolare allo sport, la possibilità di scegliere effettivamente il proprio percorso formativo sulla base delle proprie capacità, dei propri interessi e delle reali necessità del paese. Anzi, cosa che scioccherebbe qualsiasi benpensante progressista odierno, gli studenti universitari percepirebbero addirittura uno stipendio mensile e verrebbe loro garantito un alloggio a titolo completamente gratuito se fuori sede, a patto di essere naturalmente in regola con lo studio.

Nessuno studente sarebbe costretto a fare un lavoro sottopagato e in nero per potersi permettere gli studi. È lo Stato che, dalle elementari all’università, provvede a tutte le spese di studio affinché un domani ciascun beneficiario possa contribuire all’avanzamento generale della società.

L’istruzione sarebbe la più grande risorsa del paese, una risorsa che non sarebbe svenduta per fare guerre di rapina in giro per il mondo, per salvare banche o prostrarsi agli interessi dei grandi monopoli industriali e finanziari privati, anche perché questi molto semplicemente non esisterebbero. Sull’istruzione nessun profitto è possibile: ciò è incompatibile con il sistema socialista.

Questo è dunque l’orizzonte a cui puntare ed è per questo che, anche partendo dalla lotta immediata contro il caro-libri che dovrebbe coinvolgere ogni studente in Italia, si può, anzi si deve, pensare ad un modello di sistema differente e non scadere nella difesa di un modello che da oggi procurerà a Bologna maggiori difficoltà a un gran numero di studenti, ma che neanche prima della retata della Finanza era giusto o anche solo difendibile.

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