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«Pestare i piedi ai potenti? Se potessi li azzopperei». Intervista a Pierpaolo Capovilla

*Intervista a Pierpaolo Capovilla, musicista rock e frontman de “Il Teatro degli Orrori”. A cura della redazione di Senza Tregua.

Ciao Pierpaolo. Abbiamo avuto il piacere di ospitarti alla festa comunista a Roma, dove hai interpretato le poesie di Majakovskij. Partiamo proprio da qui. Majakovskij, battendosi contro la figura dell’artista separato dal popolo, sosteneva che “l’arte non è uno specchio in cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo”. Cosa ne pensi di questa considerazione? La ritieni ancora attuale?

PP_ Aderisco con convinzione alla massima majakovskijana, e la ritengo non soltanto attuale, ma urgentemente attuale. Majakovskij mi ha cambiato la vita. È accaduto qualche anno fa. Stavo scivolando in uno stato di frustrazione culturale e politica, un sentimento di impotenza generalizzato e inesorabile.
Stavo perdendo la fiducia in me stesso e nella società in cui resiste la mia esistenza.
Riscoprire in età adulta la poesia di Majakovskij mi ha trattenuto dal finire nel putrido stagno della “fine della storia”. Mi ha fatto ritornare un voglia imperiosa di dire e fare qualcosa di utile per me, per te, per il nostro consorzio umano. Il suo “credo nella grandezza del cuore umano” è per me una “preghiera a Buddha, che del negro sul padrone affila il coltello”. Il verso majakovskijano è così “inattuale” da essere quanto di più contemporaneo potesse affacciarsi, salvifico come un miracolo, alla mia coscienza.

 

Tutta la tua carriera artistica, a prescindere dai tuoi vari gruppi o dalla forma d’arte di riferimento, è sempre stata caratterizzata da un costante impegno. Una scelta coraggiosa, che riguarda sempre meno artisti al giorno d’oggi. Da dove nasce questa tua vocazione e questa tua scelta, sicuramente non facile nel nostro contesto attuale?

PP_ Io non parlerei di coraggio, ma di sensibilità politica.
È una questione culturale, dovuta alla mia formazione letteraria e filosofica, e alle esperienze maturate nella vita. Voglio dire, scrivere una canzone su una ragazzina Rom che per non essere emarginata cerca di nascondere ai suoi coetanei la sua identità etnica non è un atto di coraggio, ma un gesto d’amore e di fratellanza.
Sono laico e comunista, ma sono anche figlio di un’ex suora paolina e di un signore che voleva diventare sacerdote. Eravamo poveri. Ho vissuto la mia fanciullezza in una casa senza neppure l’acqua corrente, mio padre tornava a casa sfinito da un lavoro così duro da non essere in grado di lavarsi da solo, e mia madre lo aiutava a farsi il bagno. Ci penso spesso ancora, e mi si spezza il cuore. La gente del paese ci trattava con diffidenza e commiserazione. Io non ero che un bambino, ma riuscivo a leggere nello sguardo dei compaesani un sentimento di quieto disprezzo. I miei genitori, che dio li abbia in gloria, mi hanno insegnato che i soldi contano ben poco nella vita, e che ciò che è davvero importante è la cultura, perché è solo grazie ad essa che riusciamo ad interpretare il mondo, e l’amore per il prossimo, che è quanto di più prezioso ci possa animare. Li ringrazio ancora oggi per il loro insegnamento, perché è grazie ad esso che, nel bene e nel male, sono l’uomo che sono e faccio quel che faccio. E poi Maria Teresa, l’insegnante di lettere delle scuole medie, una vera e propria seconda mamma, che mi aiutò in quel processo educativo che chiamerei “desiderio di conoscenza”. Maria Teresa, lei sì una comunista accanita, mi insegnò la vocazione per la giustizia e l’uguaglianza sociale. È grazie a questi splendidi esseri umani che mi toccarono in sorte, che oggi scrivo e canto canzoni nel segno della pietas cristiana e dei valori democratici. Sono un uomo fortunato.

 

Quanto influisce oggi la logica del mercato e della grande industria discografica sulla produzione artistica? Non c’è il rischio che la pressione esercitata dalle logiche di mercato, che impongono una sempre maggiore commercializzazione di tutti i generi musicali, finisca per tramutarsi in una sorta di “censura” indiretta, arrivando anche a minacciare la stessa libertà di espressione artistica?

PP_ Influisce enormemente. E dici bene, sono le logiche di mercato che impongono una sorta di censura e imprigionano l’attività artistica e la rendono sovrastrutturale. Ma io mi spingerei oltre, e con tono polemico direi che gli artisti, soprattutto nella canzone popolare e nella musica leggera, si auto-censurano. Ne sono consapevoli, ma hanno tutti -quasi tutti- una paura fottuta di pestare i piedi al potente di turno. Ma ci sono delle eccezioni, ed io credo di rappresentarne una. Non ho paura di pestare i piedi a nessuno, anzi, se potessi ne azzopperei qualcuno. Sono stanco morto di questo conformismo imperante nella musica italiana, stanco delle canzonette leggiadre che ci propinano le major, e stanco di gran parte dei miei colleghi, anche quelli “indipendenti”. Indipendenti da che cosa, poi? Pavidi e imbelli, indipendenti da un bel niente, appartenenti al sistema. Affaracci loro. Io, nel mio percorso artistico e professionale, continuerò a camminare a testa alta, fiero delle mie idee. Del successo commerciale me ne infischio bellamente. E chi s’è visto s’è visto.
Ma c’è un altro aspetto, io credo, sul quale dovremmo ragionare. Il clima di rassegnazione politica che viviamo oggigiorno, e che coinvolge giocoforza anche il mondo della musica popolare, è certamente dovuto alla devastante e precipuamente ideologica (nel senso che Marx ha dato a questa parola) disinformazione in corso in questi anni. Si dice che dopo l’11 settembre il mondo è cambiato. E ci credo. Perché è lì che nasce la post-verità, questa specie di mostro cannibale che inghiotte i cervelli. Perché se riesci a far credere miliardi di persone ad un inganno gigantesco come quello delle torri gemelle, allora tutto diventa falso, e niente è più vero. E Giulietto Chiesa ha ragione quando dice che è lì che incomincia l’agonia delle sinistre in Italia, in Europa, nel mondo intero. Si è voluto credere ad una bugia senza precedenti per il semplice timore di infastidire l’imperatore. Che dio lo maledica.

 

Passiamo alle domande scomode… Come vedi l’attuale situazione politica in Italia?

PP_ Domanda scomoda? Non direi.
Siamo in piena emergenza democratica.
Molteplici fattori hanno portato la società italiana a queste circostanze, primo fra tutti il “colpo di stato” interno del Partito Democratico. Come sia potuto accadere che Il Partito Democratico, pur sempre erede del Partito Comunista di Berlinguer, sia diventato, da un giorno all’altro, un partito di destra neo-liberista, ed abbia attuato le politiche più regressive che la storia repubblicana ricordi, lo sanno anche i bambini. Così come sappiamo tutti che in Italia il serpente fascista non ha mai smesso di strisciare.
Ma oggi la situazione sta precipitando.
I seminatori di discordia e gli imbecilli sono al governo.
Non c’è mai fine al peggio, dice il detto. Proprio per questo oggi è il momento storico in cui dobbiamo aprire gli occhi e alzarci in piedi. Non è la pacchia che è finita. È finito il pisolino.
Il futuro prossimo sarà certamente drammatico, quello remoto dipenderà da noi. In questo “noi” i giovani dovranno esprimere il massimo sforzo di cui sono capaci, perché lo sono.

“Se non nasci milionario sei spacciato per sempre”. È un verso di una tua canzone, ma potrebbe benissimo descrivere la situazione che vive oggi la maggior parte dei giovani in questo paese. Cosa pensi che debba trasmettere la musica alla prima generazione che vivrà con meno diritti dei propri genitori e che oggi deve lottare per riprendersi il futuro che le viene quotidianamente tolto?

PP_ È un verso rubato a quel mattacchione di Carmelo Bene.
Credo che la musica debba fare il suo dovere: parlare chiaramente al cuore dei giovani, e invitarli a non aver paura, e a lottare per una società più uguale e più giusta. A rispettare e amare il migrante e l’escluso, ovunque e chiunque esso sia. Stringere un patto con esso: sconfiggere i prevaricatori e gli arrampicatori sociali, e cambiare questo paese. Roba da Don Chisciotte, ma chi se na fott’.

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